lunedì 29 gennaio 2018

Del merlo si parla solo tre giorni all'anno


Il merlo, questo sconosciuto. Siamo capaci di ignorarlo tutto l’anno, come se fosse invisibile, salvo accorgerci della sua esistenza negli ultimi tre giorni di gennaio. Il 28, 29 e 30 gennaio, infatti, sono chiamati “i giorni della merla” e ci aspettiamo che siano i più freddi dell’anno. Questo uccello della famiglia dei Turdidi (il suo nome scientifico è Turdus merula) non gode di grande considerazione. Nell’immaginario popolare lo si collega alla persona sciocca, ingenua. A volte, però, vale l’antifrasi, per cui dare del merlo a qualcuno significa rimarcare che è un tipo scaltro, che si finge bonaccione o sempliciotto. Per estensione, poiché la frase “cercare il merlo” è la metafora di “cercare marito”, dovremmo pensare che i mariti sono o sprovveduti o, al contrario, furbi.   
Tornando al mese di gennaio, ci siamo mai chiesti perché la sua coda si chiama in questo modo? In effetti ci siamo interrogati tante volte, trovando varie risposte sulle ragioni di una locuzione così curiosa. A dire il vero, non sappiamo più a quale leggenda dare credito. Farò ordine nel fitto cespuglio dove si annidano i merli. La storiella più autorevole è quella che racconta di come una merla si rifugiò nella canna fumaria di un camino insieme ai suoi piccoli per ripararsi dal freddo pungente. Ne uscì ai primi di febbraio e le sue piume erano diventate grigie per via della fuliggine. Ciò spiegherebbe perché i merli maschi sono neri mentre le femmine e i piccoli hanno un piumaggio grigio. Secondo un’altra leggenda, i tre giorni della merla si chiamano così in memoria di un fatto accaduto nel Medioevo, quando si attese che le acque del Po ghiacciassero a causa del gelo per trasportare da una riva all’altra un cannone chiamato “Merla”. Una terza tradizione racconta che una nobildonna di Caravaggio, appartenente alla famiglia De’ Merli, dovette attendere il congelamento delle acque (sempre il Po) per convolare a nozze con il suo promesso sposo. Una versione alternativa riferisce che Merla, una ragazza che amava i divertimenti, attraversò il Po ghiacciato per recarsi a ballare ma a causa della rottura di una lastra fu inghiottita dalle acque e il suo corpo, cercato per tre giorni dagli amici, non fu mai ritrovato. Una cosa è certa, le zone lambite dal fiume Po sono ricche di detti popolari, ritornelli, filastrocche e cori che vedono protagonista la femmina del merlo. 
Ma torniamo al merlo e alla falsa credenza che sia stupido. C’è una favola di Esopo, Di un merlo ed il tordo, riportata da Giulio Landi  (1545) che suggerisce la sua prudenza. Esopo scrive: “vedendo il Merlo un Nibbio, che volava stridendo, e volteggiando come è suo costume, disse al Tordo: Vedi il Nibbio, come va fortemente minacciando, io temo assai il suo furore; rispose il Tordo: Non temer questo strepito, perché queste minacce si spargeranno in qualche Sorcio, overo in un Pullicino; avemo da temer più lo Sparviero, le cui unghie prima sentiamo, che la voce.” Secondo il Landi la sentenza è chiara: “significa che dobbiamo temere più i quieti, e taciti, che i parabolani, che bravano di parole”. A difesa dei merli, va detto che sanno adattarsi all’ambiente in cui vivono, il che non è poco. Li vedo spesso zampettare nel mio giardino e trovo che siano eleganti, vivaci e cordiali. Benché il merlo non faccia parte del variopinto coro degli uccelli dell’omonima commedia di Aristofane, è un eccellente canterino. Gli ha reso onore il compositore e ornitologo francese Olivier Messiaen, autore dell’incantevole Réveil des oieaux. Il suo Le merle noir per flauto e pianoforte è imperdibile. Vi è mai capitato di ascoltare il canto del merlo? Non è all’altezza di quello dell’usignolo ma coinvolge. Assomiglia a un fischiettare allegro, sonoro, flautato, ricco di varianti. Il suo verso è simile a uno tciuc-tciuc-tciuc basso, ma anche a un sottile tsii o un irritato cie-ciecie. Quando è spaventato, il merlo emette uno stridente e improvviso chiacchierio.  In più, ha la capacità di imparare con facilità qualsiasi melodia e di ripeterla. Ho conosciuto una persona che ne aveva ammaestrato uno che sapeva fischiettare l’Inno di Mameli. Da febbraio in poi, quando inizia la stagione degli amori, il maschio inizia a cantare per delimitare il terreno dove nidificherà. Lo possiamo notare sopra un albero, sulle torri o sull’antenna della televisione, perché si posiziona in alto. All’arrivo del periodo dell’accoppiamento, il suo canto si fa più intenso per attirare le femmine. La sua variante orientale, la gracula, sa imitare il timbro della voce umana e riprodurre diversi motivetti. In India sono rimasto sbalordito ascoltando l’esibizione di un merlo che credeva di essere Pavarotti. Mi sono sempre chiesto se esiste il merlo bianco o se la sua esistenza è un mito. “Il merlo bianco esiste, ma è tanto bianco che non lo si vede. Il merlo nero non è che la sua ombra” ha scritto Jules Renard.  In realtà, alcuni maschi sono affetti da leucismo, per cui possono avere piume remiganti e caudali di colore bianco. Rarissimi, invece, sono gli esemplari albini, che hanno il corpo bianco e gli occhi rossi. Personalmente, non li ho mai visti.  
Concludo proponendo una poesia di Trilussa che non tutti conoscono. È in romanesco ma non credo sia un problema comprendere le parole del poeta. “Appena se ne va l’urtima stella e diventa più pallida la luna, c’è un Merlo che me becca una per una tutte le rose de la finestrella: s’agguatta fra li rami de la pianta, sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta. L’antra matina scesi giù dar letto co’ l'idea de vedello da vicino, e er Merlo furbo che capì el latino spalancò l’ale e se n’annò sur tetto. Scemo! - je dissi - Nun t’acchiappo mica...- e je buttai du’ pezzi de mollica. Nun è - rispose er Merlo - che nun ciabbia fiducia in te, ché invece me ne fido: lo so che nu m’infili in uno spido, lo so che nun me chiudi in una gabbia: ma sei poeta, e la paura mia è che me schiaffi in una poesia”. Bella, vero? Suggerisce che dovremmo ricordarci del merlo (e della merla) non solo il 28, 29 e 30 gennaio. Sono i suoi giorni, è vero, ed è come se festeggiasse un compleanno prolungato. Tuttavia, smettiamo di ignorarlo nel resto dell’anno, come se fosse trasparente.
Il merlo, poverino, apprezza le nostre attenzioni.

venerdì 26 gennaio 2018

L'incertezza della pena, madre di tutti i mali


La sensazione di vivere in una società insicura, che alimenta la paura ma anche l’indifferenza nei confronti della violenza, è sempre più tangibile. Ogni giorno, controllori e capitreno vengono aggrediti da immigrati che si rifiutano di pagare il biglietto, e i passeggeri sono minacciati e derubati, sicché le stazioni ferroviarie e molti treni si sono trasformati nei covi dei violenti e degli spacciatori. Ogni giorno, e non solo a Napoli, manipoli di delinquenti riuniti in bande terrorizzano la gente in barba alle forze dell’ordine. Interi caseggiati e quartieri vivono nell’illegalità, come se la Legge e lo Stato non esistessero. Ogni giorno, le donne rischiano di essere violentate per strada. Ogni giorno, ci misuriamo con la crescita esponenziale della microcriminalità e camminiamo guardinghi, temendo di essere umiliati, picchiati e rapinati qualora capitassimo nel posto sbagliato nel momento sbagliato (non necessariamente una zona malfamata, bastano i giardini pubblici). Ogni giorno, lo status quo peggiora, il degrado aumenta, l’impotenza cresce e alimenta lo sdegno e insieme la rassegnazione. Il peggio, però, è che di fronte allo scempio stiamo zitti e giriamo la testa dall’altra parte. Intervenire è pericoloso, testimoniare è faticoso, denunciare è controproducente. Paghiamo le tasse e rispettiamo le leggi, ma in cambio non riceviamo ciò a cui avremmo diritto, in primis la sicurezza. Con buona pace di Jean Jacques Rousseau, il cui “contratto sociale” era fondato sul fatto che “l’individuo accetta che la sua libertà sia sacrificata al potere politico dello Stato e delle sue Leggi e ne ha in cambio la sicurezza e la tranquillità che lo Stato stesso, vigilando sui trasgressori e punendoli, gli assicura”. È utopistico pretendere questa merce di scambio? È anomalo chiedere che chi commette un reato sia debitamente punito? 
Il problema, purtroppo, è a monte. Non esiste più la certezza della pena. Non in Italia. I giuristi dicono che è falso, che i giudici applicano la Legge. Se mai, il problema è un altro: la disfunzione dell’impianto normativo. La verità è che il sistema giudiziario non funziona, è troppo lento, inadeguato e umorale. Non solo, è viziato da derive ideologiche e collusioni con la politica e il mondo economico-finanziario. Si usano pesi e misure differenti, beffeggiando la scritta che campeggia nelle aule giudiziarie. La legge non è uguale per tutti, ma tutti sanno che è forte coi deboli e debole coi forti, in più strizza l’occhio al mostruoso paradigma del politically correct. Pare che il vero problema siano le intemperanze degli Ultras calcistici e le nuove, virtuali “camicie nere”. Le violenze perpetrate dai centri sociali, dai no-global e dagli immigrati sono risibili, invece. Non mi spiego perché ancora oggi chi ruba una mela finisca in galera e chi svuota le casse di un’azienda sana, fa fallire una banca o sfrutta la miseria altrui (si pensi al business dell’immigrazione) resti impunito. Mi viene in mente una frase di Nicolas de Chamfort sempre valida: “spesso si lascia in pace chi ha appiccato l’incendio e si castiga chi ha dato l’allarme”. Chiedete che cosa ne pensa il proprietario di casa che avendo sparato ai ladri colti in flagrante Ii deve risarcire. Il diritto è calpestato, anche dai magistrati. Viviamo nell’incertezza della pena, che è la madre di tutti mali, e basta rileggere Dei delitti e delle pene per renderci conto che lo ius puniendi dello Stato è deficitario. Fin dal 1764, Cesare Beccaria ci metteva in guardia che “la pena dev’essere pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”. Mi sembrano parole sagge, equilibrate. Rivendicano che senza il rispetto delle leggi e la certezza della pena i delitti restano impuniti. Di più, aumentano. 
In qualità di soccorritore sanitario volontario, mi capita spesso di intervenire con l’ambulanza dove si è commesso un reato o si rende necessario un TSO (trasferimento sanitario obbligatorio). Mi trovo a collaborare con le forze dell’ordine e di cogliere la loro frustrazione. Hanno le mani legate e sono impotenti di fronte ai pusher e ai violenti. Spesso, mentre assisto un balordo alticcio o ferito, troppo esuberante, e perciò lo invito a rispettarmi, vengo apostrofato con parole irritanti: “Non toccarmi, conosco i miei diritti”. Già, e i doveri dove li mettiamo? A quanto pare, rispettare la Legge non è un dovere ma un optional. Nella migliore delle ipotesi subisco una litania di minacce e insulti cui non posso reagire. Idem per i triagisti e gli infermieri del Pronto Soccorso, sui quali si scatena spesso la furia devastante degli “intemperanti” raccattati per strada. Mi pare evidente che viviamo in una giungla e che lo Stato stia progressivamente rinunciando a inoltrarsi nella vegetazione infida. La prassi e la realtà hanno di fatto cancellato il principio cardine della certezza della pena, il deterrente che frena i reati. Chi non punisce il male lo invita a casa, dicevano i vecchi. Come dargli torto? Nella società italiana si è diffuso un senso di impunità contagioso. Meno si ha da perdere più si osa. Chi infrange la legge confida nella propria furbizia e prepotenza, nell’ignavia dello Stato, nell’elasticità delle norme, nella bravura degli avvocati e qualora andasse male nelle prescrizioni penali e nelle amnistie. Il binomio dostoevskijano “delitto e castigo” si è sciolto. Il delitto prospera, il castigo latita. Non vale per tutti, sia chiaro. Vale per i disonesti, mentre gli onesti devono fare molta attenzione. Oggi si corre il rischio di finire cornuti e mazziati. 
Cosa possiamo fare per ripristinare valori e regole che rimpiangiamo? Io non ho ricette da suggerire ma credo che se vogliamo dire “basta” allo schifo che ci circonda, occorra riformare il sistema giudiziario, sottrarlo alle influenze mefitiche della politica e della finanza. Bisogna dare più potere ai Prefetti, ai Questori, alle forze dell’ordine. Serve ripulire il territorio, estirpare il male prima che diventi cancrena. Dobbiamo processare per direttissima e con durezza chi commette reati come lo stupro o mina la sicurezza dei cittadini. Non dobbiamo rimettere a piede libero chi commette errori gravi e consentirgli di reiterare il reato. Non possiamo avere soggezione dei malviventi e paura a reclamare ad alta voce la punizione di chi sbaglia sapendo di sbagliare. E non preoccupiamoci se qualcuno ci punterà il dito addosso accusandoci di essere fascisti. Si rilegga la storia, piuttosto. Invocare il ripristino della certezza della pena non vuol dire rimpiangere Mussolini. Significa debellare l’allergia alla legalità, un vizio italiano che i nuovi barbari hanno trasformato in una patologia all’ultimo stadio.

venerdì 19 gennaio 2018

Miseria e nobiltà del Sessantotto


Quest’anno ricorre il cinquantenario del Sessantotto, un fenomeno sociale che taluni esaltano mentre altri lo criticano. Ne voglio parlare prima che si metta in moto il greve carrozzone della retorica celebrativa. Quando ero piccolo, per indicare confusione e scompiglio si diceva “Hai fatto un quarantotto”. Per chi fosse giovane e quindi non lo sapesse, ci si riferiva ai moti liberali del 1848 che misero a soqquadro l’Europa e l’Italia risorgimentale. Ebbene, nell’immaginario collettivo, il Quarantotto è stato sostituito dal Sessantotto. Allora avevo tredici anni e ho vissuto quel periodo in un crescendo di sensazioni, speranze e timori adolescenziali che ricordo bene. In primis, però, va precisato che la fenomenologia del Sessantotto non si esaurisce con i fatti accaduti nell’anno in questione. Fu un punto di partenza e l’ondata si rivelò lunga, esaurendosi nel 1978 con la morte di Aldo Moro e la stagione degli anni di piombo.
A distanza di mezzo secolo, placatesi le passioni, si può riflettere con obbiettività sui pro e i contro, valutando serenamente la miseria e la nobiltà del Sessantotto. A favore, va riconosciuto che costituì un grande momento di aggregazione e segnò un punto di svolta sociale dalle implicazioni profonde. Trasformò l’Italia e gli italiani, spezzando in un colpo solo tradizioni obsolete, formalismi e arcaismi. Combatté contro il conformismo e minò gli aspetti peggiori della morale giudaico-cristiana, considerata troppo repressiva, sessuofoba e arretrata. Ebbe il merito di cambiare molte abitudini e favorire un progresso che altrimenti non sarebbe avvenuto. Detto questo, ritengo che il suo quarto di nobiltà impallidisca di fronte ai tre quarti di miseria affiorata progressivamente. In effetti, come ha rimarcato Beniamimo Placido, ha prodotto “qualcosa di mediocre, se non addirittura di spregevole. Si pensi per un attimo alla deriva armata, minacciosa, in una parola: terroristica”. A mio parere, non è stata una rivoluzione giovanile, proletaria e popolare, di cui la sinistra si è politicamente appropriata, ma una rivoluzione borghese. Secondariamente, fu una rivoluzione fallita. Era dettata da visioni utopistiche e come tutte le utopie si è squagliata al sole della realtà. Lo slogan identificativo del Sessantotto era “vietato vietare”. Una cazzata mostruosa. Si scendeva in piazza per fare casino, con l’idea di contestare non solo l’autoritarismo ma anche l’autorità e le istituzioni, per rivendicare una maggiore libertà dei costumi e dei modi di vivere, per ribellarsi alle regole in nome del libertinismo e dell’antiproibizionismo. Ci può stare, ma i divieti servono nella vita, sono indispensabili. Senza, vivremmo senza ordine, nel caos totale. L’illusione che tutto fosse permesso ha prodotto conseguenze devastanti. Rottamare l’auctoritas (paterna, familiare, degli educatori, dello stato, religiosa, dei grandi pensatori ecc) ha fatto sì che si procedesse a fari spenti. La cultura – che sui muri si scriveva Kultura – era disprezzata, a meno che non fosse ispirata ai dettami del marxismo. I professori venivano intimiditi, gli esami superati senza avere studiato. Il ricambio generazionale nel mondo della scuola ha generato cattivi maestri e discepoli ancora più cattivi, oltre a insegnanti incapaci e allievi decorticati. Il permissivismo ha portato disordine nei ruoli, una nuova insipienza che rasenta l’analfabetismo, e ha ucciso la meritocrazia. Uno slogan di allora auspicava limmaginazione al potere. Cinquant'anni dopo, trionfa lignoranza. Domina il pensiero debole. Il cambiamento, che in teoria avrebbe dovuto migliorare i metodi formativi, ha rovinato tanti giovani, sfornando progressivamente generazioni di bambocci inabili ad affrontare la vita. Purtroppo, il desiderio legittimo di affrancare l’umanità ha reso l’uomo più schiavo e pauroso di prima. Di cosa? Dei suoi vizi e della vita. A ciò, ha contribuito anche la rivoluzione sessuale, una delle bandiere del Sessantotto. La furia emancipatrice non ha liberato l’umanità e non l’ha resa più indipendente. Al contrario, ha generato un relativismo pernicioso, fautore della confusione di genere, della crisi della famiglia, del calo delle nascite, della frustrazione e dell’ossessione sessuale, del crollo del pudore, del dilagare della pornografia e dei costumi sessuali più aberranti come la pedofilia. Non sono le sole conseguenze deleterie, per altro. Imputo al Sessantotto altri effetti collaterali, come l’alienazione e l’impoverimento graduale. La prima è dovuta allo sradicamento delle radici culturali, alla falsa liberalizzazione delle relazioni sociali e al vuoto spirituale. La seconda è nipote della globalizzazione e delle crisi economiche ma figlia primigenia di una delle tante rimozioni determinate dalla foga rinnovatrice, quella del concetto di risparmio e parsimonia. Vogliamo poi parlare della droga? Il Sessantotto ha dato la stura al fenomeno, sempre nell’ottica del vietato vietare. Anche il consumismo sfrenato è germogliato sul terreno fertile del Sessantotto. La linfa dello spirito dell’effimero viene da lì, da una visione della vita fondata non più sulla fatica e il sacrificio ma sul piacere. Non credo di esagerare affermando che si è trattato di uno tsunami capace di fare tabula rasa dei valori portanti e degli ideali ma incapace di ricostruire e sostituirli. 
Per questo motivo, memore degli anni in cui frequentavo l’università e la pensavo diversamente dai facoceri del movimento studentesco, dai gaglioffi di Lotta Continua e dalle capre che inneggiavano a Mao Zedong impugnando il libretto rosso, mi dissocio da chi esalterà il ricordo di quegli anni. Anni che non furono formidabili ma devastanti. Anni che hanno preparato il naufragio odierno. Forse non aveva torto Dino Buzzati quando, tagliando corto, definì il Sessantotto “una cretineria bella e buona”. Non tutto era sbagliato sia chiaro, ma l’albero si valuta dai frutti. Fosse ancora in vita, Indro Montanelli sarebbe in prima linea nel sostenere che il Sessantotto non va celebrato ma dimenticato. Fu lui, infatti, a scrivere queste parole profetiche: “io vorrei sapere quali furono le crescite di civiltà che il Sessantotto pretende di averci lasciato. Io vedo tutt’altra cosa: io vidi nascere dal Sessantotto una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita pubblica italiana, e anche quella privata, portando dovunque i segni della propria ignoranza. Io ho visto questo. Può darsi che sia affetto da sordità o da cecità ma io non ho visto altro, come frutti del Sessantotto”. Già, tanta miseria e poca nobiltà. Eppure, fra poco giornali e televisioni ci riproporranno i falsi miti e gli eroi negativi che cinquant’anni fa misero a dimora nell’animo dei giovani un seme amaro, il cui frutto marcio è sotto gli occhi di tutti. E si parlerà del misero Sessantotto con nostalgia ipocrita.