venerdì 26 gennaio 2018

L'incertezza della pena, madre di tutti i mali


La sensazione di vivere in una società insicura, che alimenta la paura ma anche l’indifferenza nei confronti della violenza, è sempre più tangibile. Ogni giorno, controllori e capitreno vengono aggrediti da immigrati che si rifiutano di pagare il biglietto, e i passeggeri sono minacciati e derubati, sicché le stazioni ferroviarie e molti treni si sono trasformati nei covi dei violenti e degli spacciatori. Ogni giorno, e non solo a Napoli, manipoli di delinquenti riuniti in bande terrorizzano la gente in barba alle forze dell’ordine. Interi caseggiati e quartieri vivono nell’illegalità, come se la Legge e lo Stato non esistessero. Ogni giorno, le donne rischiano di essere violentate per strada. Ogni giorno, ci misuriamo con la crescita esponenziale della microcriminalità e camminiamo guardinghi, temendo di essere umiliati, picchiati e rapinati qualora capitassimo nel posto sbagliato nel momento sbagliato (non necessariamente una zona malfamata, bastano i giardini pubblici). Ogni giorno, lo status quo peggiora, il degrado aumenta, l’impotenza cresce e alimenta lo sdegno e insieme la rassegnazione. Il peggio, però, è che di fronte allo scempio stiamo zitti e giriamo la testa dall’altra parte. Intervenire è pericoloso, testimoniare è faticoso, denunciare è controproducente. Paghiamo le tasse e rispettiamo le leggi, ma in cambio non riceviamo ciò a cui avremmo diritto, in primis la sicurezza. Con buona pace di Jean Jacques Rousseau, il cui “contratto sociale” era fondato sul fatto che “l’individuo accetta che la sua libertà sia sacrificata al potere politico dello Stato e delle sue Leggi e ne ha in cambio la sicurezza e la tranquillità che lo Stato stesso, vigilando sui trasgressori e punendoli, gli assicura”. È utopistico pretendere questa merce di scambio? È anomalo chiedere che chi commette un reato sia debitamente punito? 
Il problema, purtroppo, è a monte. Non esiste più la certezza della pena. Non in Italia. I giuristi dicono che è falso, che i giudici applicano la Legge. Se mai, il problema è un altro: la disfunzione dell’impianto normativo. La verità è che il sistema giudiziario non funziona, è troppo lento, inadeguato e umorale. Non solo, è viziato da derive ideologiche e collusioni con la politica e il mondo economico-finanziario. Si usano pesi e misure differenti, beffeggiando la scritta che campeggia nelle aule giudiziarie. La legge non è uguale per tutti, ma tutti sanno che è forte coi deboli e debole coi forti, in più strizza l’occhio al mostruoso paradigma del politically correct. Pare che il vero problema siano le intemperanze degli Ultras calcistici e le nuove, virtuali “camicie nere”. Le violenze perpetrate dai centri sociali, dai no-global e dagli immigrati sono risibili, invece. Non mi spiego perché ancora oggi chi ruba una mela finisca in galera e chi svuota le casse di un’azienda sana, fa fallire una banca o sfrutta la miseria altrui (si pensi al business dell’immigrazione) resti impunito. Mi viene in mente una frase di Nicolas de Chamfort sempre valida: “spesso si lascia in pace chi ha appiccato l’incendio e si castiga chi ha dato l’allarme”. Chiedete che cosa ne pensa il proprietario di casa che avendo sparato ai ladri colti in flagrante Ii deve risarcire. Il diritto è calpestato, anche dai magistrati. Viviamo nell’incertezza della pena, che è la madre di tutti mali, e basta rileggere Dei delitti e delle pene per renderci conto che lo ius puniendi dello Stato è deficitario. Fin dal 1764, Cesare Beccaria ci metteva in guardia che “la pena dev’essere pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”. Mi sembrano parole sagge, equilibrate. Rivendicano che senza il rispetto delle leggi e la certezza della pena i delitti restano impuniti. Di più, aumentano. 
In qualità di soccorritore sanitario volontario, mi capita spesso di intervenire con l’ambulanza dove si è commesso un reato o si rende necessario un TSO (trasferimento sanitario obbligatorio). Mi trovo a collaborare con le forze dell’ordine e di cogliere la loro frustrazione. Hanno le mani legate e sono impotenti di fronte ai pusher e ai violenti. Spesso, mentre assisto un balordo alticcio o ferito, troppo esuberante, e perciò lo invito a rispettarmi, vengo apostrofato con parole irritanti: “Non toccarmi, conosco i miei diritti”. Già, e i doveri dove li mettiamo? A quanto pare, rispettare la Legge non è un dovere ma un optional. Nella migliore delle ipotesi subisco una litania di minacce e insulti cui non posso reagire. Idem per i triagisti e gli infermieri del Pronto Soccorso, sui quali si scatena spesso la furia devastante degli “intemperanti” raccattati per strada. Mi pare evidente che viviamo in una giungla e che lo Stato stia progressivamente rinunciando a inoltrarsi nella vegetazione infida. La prassi e la realtà hanno di fatto cancellato il principio cardine della certezza della pena, il deterrente che frena i reati. Chi non punisce il male lo invita a casa, dicevano i vecchi. Come dargli torto? Nella società italiana si è diffuso un senso di impunità contagioso. Meno si ha da perdere più si osa. Chi infrange la legge confida nella propria furbizia e prepotenza, nell’ignavia dello Stato, nell’elasticità delle norme, nella bravura degli avvocati e qualora andasse male nelle prescrizioni penali e nelle amnistie. Il binomio dostoevskijano “delitto e castigo” si è sciolto. Il delitto prospera, il castigo latita. Non vale per tutti, sia chiaro. Vale per i disonesti, mentre gli onesti devono fare molta attenzione. Oggi si corre il rischio di finire cornuti e mazziati. 
Cosa possiamo fare per ripristinare valori e regole che rimpiangiamo? Io non ho ricette da suggerire ma credo che se vogliamo dire “basta” allo schifo che ci circonda, occorra riformare il sistema giudiziario, sottrarlo alle influenze mefitiche della politica e della finanza. Bisogna dare più potere ai Prefetti, ai Questori, alle forze dell’ordine. Serve ripulire il territorio, estirpare il male prima che diventi cancrena. Dobbiamo processare per direttissima e con durezza chi commette reati come lo stupro o mina la sicurezza dei cittadini. Non dobbiamo rimettere a piede libero chi commette errori gravi e consentirgli di reiterare il reato. Non possiamo avere soggezione dei malviventi e paura a reclamare ad alta voce la punizione di chi sbaglia sapendo di sbagliare. E non preoccupiamoci se qualcuno ci punterà il dito addosso accusandoci di essere fascisti. Si rilegga la storia, piuttosto. Invocare il ripristino della certezza della pena non vuol dire rimpiangere Mussolini. Significa debellare l’allergia alla legalità, un vizio italiano che i nuovi barbari hanno trasformato in una patologia all’ultimo stadio.

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