venerdì 19 gennaio 2018

Miseria e nobiltà del Sessantotto


Quest’anno ricorre il cinquantenario del Sessantotto, un fenomeno sociale che taluni esaltano mentre altri lo criticano. Ne voglio parlare prima che si metta in moto il greve carrozzone della retorica celebrativa. Quando ero piccolo, per indicare confusione e scompiglio si diceva “Hai fatto un quarantotto”. Per chi fosse giovane e quindi non lo sapesse, ci si riferiva ai moti liberali del 1848 che misero a soqquadro l’Europa e l’Italia risorgimentale. Ebbene, nell’immaginario collettivo, il Quarantotto è stato sostituito dal Sessantotto. Allora avevo tredici anni e ho vissuto quel periodo in un crescendo di sensazioni, speranze e timori adolescenziali che ricordo bene. In primis, però, va precisato che la fenomenologia del Sessantotto non si esaurisce con i fatti accaduti nell’anno in questione. Fu un punto di partenza e l’ondata si rivelò lunga, esaurendosi nel 1978 con la morte di Aldo Moro e la stagione degli anni di piombo.
A distanza di mezzo secolo, placatesi le passioni, si può riflettere con obbiettività sui pro e i contro, valutando serenamente la miseria e la nobiltà del Sessantotto. A favore, va riconosciuto che costituì un grande momento di aggregazione e segnò un punto di svolta sociale dalle implicazioni profonde. Trasformò l’Italia e gli italiani, spezzando in un colpo solo tradizioni obsolete, formalismi e arcaismi. Combatté contro il conformismo e minò gli aspetti peggiori della morale giudaico-cristiana, considerata troppo repressiva, sessuofoba e arretrata. Ebbe il merito di cambiare molte abitudini e favorire un progresso che altrimenti non sarebbe avvenuto. Detto questo, ritengo che il suo quarto di nobiltà impallidisca di fronte ai tre quarti di miseria affiorata progressivamente. In effetti, come ha rimarcato Beniamimo Placido, ha prodotto “qualcosa di mediocre, se non addirittura di spregevole. Si pensi per un attimo alla deriva armata, minacciosa, in una parola: terroristica”. A mio parere, non è stata una rivoluzione giovanile, proletaria e popolare, di cui la sinistra si è politicamente appropriata, ma una rivoluzione borghese. Secondariamente, fu una rivoluzione fallita. Era dettata da visioni utopistiche e come tutte le utopie si è squagliata al sole della realtà. Lo slogan identificativo del Sessantotto era “vietato vietare”. Una cazzata mostruosa. Si scendeva in piazza per fare casino, con l’idea di contestare non solo l’autoritarismo ma anche l’autorità e le istituzioni, per rivendicare una maggiore libertà dei costumi e dei modi di vivere, per ribellarsi alle regole in nome del libertinismo e dell’antiproibizionismo. Ci può stare, ma i divieti servono nella vita, sono indispensabili. Senza, vivremmo senza ordine, nel caos totale. L’illusione che tutto fosse permesso ha prodotto conseguenze devastanti. Rottamare l’auctoritas (paterna, familiare, degli educatori, dello stato, religiosa, dei grandi pensatori ecc) ha fatto sì che si procedesse a fari spenti. La cultura – che sui muri si scriveva Kultura – era disprezzata, a meno che non fosse ispirata ai dettami del marxismo. I professori venivano intimiditi, gli esami superati senza avere studiato. Il ricambio generazionale nel mondo della scuola ha generato cattivi maestri e discepoli ancora più cattivi, oltre a insegnanti incapaci e allievi decorticati. Il permissivismo ha portato disordine nei ruoli, una nuova insipienza che rasenta l’analfabetismo, e ha ucciso la meritocrazia. Uno slogan di allora auspicava limmaginazione al potere. Cinquant'anni dopo, trionfa lignoranza. Domina il pensiero debole. Il cambiamento, che in teoria avrebbe dovuto migliorare i metodi formativi, ha rovinato tanti giovani, sfornando progressivamente generazioni di bambocci inabili ad affrontare la vita. Purtroppo, il desiderio legittimo di affrancare l’umanità ha reso l’uomo più schiavo e pauroso di prima. Di cosa? Dei suoi vizi e della vita. A ciò, ha contribuito anche la rivoluzione sessuale, una delle bandiere del Sessantotto. La furia emancipatrice non ha liberato l’umanità e non l’ha resa più indipendente. Al contrario, ha generato un relativismo pernicioso, fautore della confusione di genere, della crisi della famiglia, del calo delle nascite, della frustrazione e dell’ossessione sessuale, del crollo del pudore, del dilagare della pornografia e dei costumi sessuali più aberranti come la pedofilia. Non sono le sole conseguenze deleterie, per altro. Imputo al Sessantotto altri effetti collaterali, come l’alienazione e l’impoverimento graduale. La prima è dovuta allo sradicamento delle radici culturali, alla falsa liberalizzazione delle relazioni sociali e al vuoto spirituale. La seconda è nipote della globalizzazione e delle crisi economiche ma figlia primigenia di una delle tante rimozioni determinate dalla foga rinnovatrice, quella del concetto di risparmio e parsimonia. Vogliamo poi parlare della droga? Il Sessantotto ha dato la stura al fenomeno, sempre nell’ottica del vietato vietare. Anche il consumismo sfrenato è germogliato sul terreno fertile del Sessantotto. La linfa dello spirito dell’effimero viene da lì, da una visione della vita fondata non più sulla fatica e il sacrificio ma sul piacere. Non credo di esagerare affermando che si è trattato di uno tsunami capace di fare tabula rasa dei valori portanti e degli ideali ma incapace di ricostruire e sostituirli. 
Per questo motivo, memore degli anni in cui frequentavo l’università e la pensavo diversamente dai facoceri del movimento studentesco, dai gaglioffi di Lotta Continua e dalle capre che inneggiavano a Mao Zedong impugnando il libretto rosso, mi dissocio da chi esalterà il ricordo di quegli anni. Anni che non furono formidabili ma devastanti. Anni che hanno preparato il naufragio odierno. Forse non aveva torto Dino Buzzati quando, tagliando corto, definì il Sessantotto “una cretineria bella e buona”. Non tutto era sbagliato sia chiaro, ma l’albero si valuta dai frutti. Fosse ancora in vita, Indro Montanelli sarebbe in prima linea nel sostenere che il Sessantotto non va celebrato ma dimenticato. Fu lui, infatti, a scrivere queste parole profetiche: “io vorrei sapere quali furono le crescite di civiltà che il Sessantotto pretende di averci lasciato. Io vedo tutt’altra cosa: io vidi nascere dal Sessantotto una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita pubblica italiana, e anche quella privata, portando dovunque i segni della propria ignoranza. Io ho visto questo. Può darsi che sia affetto da sordità o da cecità ma io non ho visto altro, come frutti del Sessantotto”. Già, tanta miseria e poca nobiltà. Eppure, fra poco giornali e televisioni ci riproporranno i falsi miti e gli eroi negativi che cinquant’anni fa misero a dimora nell’animo dei giovani un seme amaro, il cui frutto marcio è sotto gli occhi di tutti. E si parlerà del misero Sessantotto con nostalgia ipocrita.

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