lunedì 12 febbraio 2018

I comunisti sono come i walking dead



I walking dead, un tempo conosciuti come zombies, sono i morti-viventi, creature decorticate ma fameliche il cui scopo è dilaniare i vivi. Per fortuna, appartengono al mondo immaginario. Sono reali, invece, i comunisti che ancora oggi sbraitano in una società della quale sono corpi estranei, come lo sarebbero i sanculotti della Rivoluzione Francese o i carbonari del Risorgimento. La storia ha emesso il suo verdetto inappellabile: il comunismo è stato una misera, fallimentare utopia, salvo sopravvivere – come regime politico, non come ideologia – nei Paesi sottosviluppati o non ancora affrancatisi dalla grande menzogna. Eppure, dobbiamo rilevare con un disagio che sfiora il disgusto, che il battito cardiaco del comunismo è ancora auscultabile, per quanto sia flebile. Mi riferisco all’Italia, dove i comunisti se ne infischiano della storia e vivono nel passato brandendo slogan e vessilli obsoleti, usando l’antifascismo come alibi del proprio anacronismo, brancolando nel caos alla stregua dei walking dead. 
In realtà, non sono i vecchi comunisti a inquietarmi. Posso capire i nostalgici; Marx, la bandiera rossa, gli scioperi di una volta, certi ideali che sulla carta erano fascinosi, la convinzione che la società comunista fosse il paradiso e non l’inferno come si è invece rivelata, costituiscono il retaggio di vite spese in fabbrica o nei campi sperando nella giustizia sociale, nel riscatto degli umili e dei poveri. Non biasimo i vecchi comunisti, i marxisti coi capelli bianchi e la presbiopia. Continuano ad amare il comunismo perché amano i loro ricordi e non taglieranno mai il cordone ombelicale. Non importa se sbagliavano, se erano degli illusi; la verità può spezzare i sogni senza estirpare le radici. Non ho alcuna comprensione, invece, per le giovani leve, i comunisti sbarbatelli che non sanno un cazzo e valgono ancora meno. Ahinoi, il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica non è stato un contraccettivo universalmente efficace, sicché la mamma dei comunisti è sempre incinta. Solo che mette al mondo una figliolanza cerebrolesa indegna dei vecchi e romantici comunisti come il sindaco Peppone di Guareschi, amico-nemico di Don Camillo. 
Ieri, ad esempio, ricorreva la giornata del ricordo, che commemora la tragedia degli italiani gettati nelle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Ebbene, nel corteo “antifascista” che sfilava a Macerata, si è levato un coro odioso che inneggiava alle foibe. Poche ore prima, a Bologna, era stato esposto in strada uno striscione che esaltava il maresciallo Tito, il mandante dei crimini compiuti contro la popolazione italiana dai partigiani jugoslavi. Presumo che i responsabili di queste gesta infami siano giovani appartenenti ai centri sociali o a formazioni neocomuniste di nicchia. I fatti si commentano da soli, quel che fa specie è che ancora oggi, pur constatando il fallimento dei nonni e il disincanto dei padri, ci siano tanti imbecilli che si riempiono la bocca e le mani di immondizia da spargere ovunque, anche sulla memoria del dolore. Il comunismo è defunto ma a un tempo è risorto grazie ai walking dead della falce e del martello. È tenuto in vita dai cattivi maestri manipolatori, dai vecchi falliti che inculcano nella testolina vuota dei giovani più fragili una retorica vieta, idee malsane, derive rivoluzionarie violente. D’altronde, anche se i vecchi comunisti si sono fatti da parte, pare che le nuove generazioni non abbiano rinunciato a quella cattiveria di fondo e intolleranza che ha segnato una lunga stagione storica della Repubblica Italiana. Non so se questa dote è ereditaria o virale, ma so che è deleteria  e avvelena il clima politico in un Paese che ha bisogno di serenità e stabilità.
I comunisti hanno dei connotati precisi, riconoscibili anche quando ricorrono al trasformismo per ingannare gli elettori. Comunque li si voglia chiamare, non hanno a cuore il bene comune né la patria. Il loro animo è troppo intriso di rabbia, rancore e invidia per consentirgli di vivere la politica come un confronto civile e non una lotta senza quartiere. I comunisti non possono fare a meno di criminalizzare l’avversario e sfogare la propria frustrazione distruggendo tutto ciò che toccano. Si credono i depositari della libertà e si comportano peggio dei fascisti. Pensano di essere i guardiani della democrazia e usano metodi antidemocratici. Come rimarcò Oriana Fallaci, “il comunismo è un regime monarchico, una monarchia vecchio stampo”. S’illudono di rappresentare il popolo e difenderne gli interessi, ma non si sono accorti che il mondo è cambiato, il popolo si è evoluto, per cui si limitano a fare solo i propri, sporchi interessi economici e di potere. Sventolano il drappo del riformismo per distrarre l’attenzione, giacché hanno la stessa mentalità dei conservatori e dei reazionari. I comunisti sono i campioni del mondo dell’ipocrisia, pluridecorati alle Olimpiadi dell’inganno. Puntano il dito con astio sulla ricchezza altrui ma sognano di fare il bagno nel forziere di Paperon de’ Paperoni. I più bravi ci riescono. Ho conosciuto comunisti con la Porsche e la residenza nel Principato di Monaco. I comunisti col rolex inneggiano ai migranti clandestini ma si tutelano ingaggiando le guardie del corpo per difendere la villa in cui risiedono e lo yacht con cui navigano nello stesso Mediterraneo solcato dai barconi. I comunisti italiani sono immortali anche se il comunismo è morto. Non condanneranno mai gli orrori del marxismo perché ciò equivarrebbe a riconoscere la propria mala fede. 
Voglio citare un pensiero di Guido Ceronetti. Il grande poeta, filosofo e giornalista torinese scrisse: “Quel che non riuscì che per poco tempo e imperfettamente a Calvino, sarà riuscito per un tempo indeterminato ai partiti comunisti che hanno preso il potere in Europa, in Asia, in America Centrale: l’assassinio metodico e radicale di ogni felicità umana, l’avvilimento e lo schiacciamento di ogni immaginabile gioia. È il segreto della stabilità del loro potere aver distrutto il pensiero che qualche felicità, per grama che sia, è possibile. Ed è veramente nato da una tigre sifilitica, l’imbecille, tra noi, capace di assolvere, di giustificare, di dimenticare - tranquillo, in mezzo ai suoi libri - un’impresa così scellerata, così imperdonabile”. In conformità a questa riflessione, la violenza dei giovani comunisti non è mai condannata. Non da un comunista, che troverà sempre il modo di minimizzare o giustificarla. Tuttavia, va riconosciuto che agli amanti del pugno chiuso non fa difetto la coerenza. Non s’è mai visto un walking dead sbranare un suo simile. 
In effetti, i morti-viventi si accaniscono solo contro i vivi.


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