sabato 3 febbraio 2018

Il fascino perverso del buco della serratura


C’è un piccolo voyeur nascosto nell’animo di ogni uomo, un viscido Gollum che attende l’occasione per saltare fuori. A volte, le occasioni si creano. Come fece Gerald Foos, che negli anni Sessanta acquistò un motel in Colorado per spiare i suoi ospiti attraverso il buco della serratura delle camere da letto. Nel libro Motel Voyeur, edito nel 2017, il giornalista americano Gay Talese ha reso popolare questa storia vera che sembra scritta per il cinema. Foos era un guardone per eccellenza, un professionista della scopofilia, ma non lo si può considerare una mosca bianca. Il voyeurismo è un costume diffuso ed esisteva già nell’antichità. Lo conferma un aneddoto di Erodoto. Si narra nelle Storie che Candaule, re di Lidia, avesse una moglie bellissima e volendo convincere di ciò Gige, la sua guardia del corpo, lo obbligò a nascondersi dietro una porta della camera da letto regale per vedere la regina mentre si spogliava. Finì male, non per il guardone ma per il mandante. Gige fu scoperto dalla regina, che lo indusse a uccidere il re, dopodiché lo sposò. Non è finita bene neppure per i “compagni di merenda” responsabili dei delitti seriali compiuti fra il 1968 e il 1985 in provincia di Firenze. Quei famigerati guardoni che il popolino chiamava “Mostro di Firenze” non si limitavano a violare l’intimità delle coppiette appartate, ma ne faceva scempio.
La storia e la letteratura sono così ricche di episodi di voyeurismo, per fortuna meno cruento, da indurci a pensare che “guardare” di nascosto le persone seminude o mentre fanno l’amore, al fine di raggiungere l’eccitazione e il piacere sessuale, sia una pulsione irrefrenabile.  Un po’ meno affascinante, forse, è il nudo integrale se è vero, come disse una volta Luciano De Crescenzo che “nessuno è più infelice di un guardone in un campo di nudisti”. La cultura ha enfatizzato, quasi legittimato il voyeurismo. La letteratura erotica in primis. Penso a Gamiani, il breve romanzo erotico che si dice sia stato scritto da Alfred de Musset insieme a George Sand, la cui trama è all’insegna della pruderie. Il protagonista è un giovane di nome Alcide che osserva di nascosto la contessa Gamiani mentre fa sesso con una donna. Dopo un po’ non resiste e si unisce alla coppia lesbica in un ménage à trois, a conferma che “due donne che se la fanno fra di loro è il sogno del voyeur e del cultore dei buchi di serratura, cioè di ogni uomo”, come ha notato Massimo Fini. Mi viene in mente anche L’uomo che guarda di Moravia. E rifletto sulle parole della canzone Voyeur di Renato Zero: “possiede un passe-partout la mia curiosità”. In effetti, la libidine non è la sola molla che fa scattare in un essere umano il bisogno di fissare il proprio sguardo sugli altri mantenendo l’anonimato, di spiare il prossimo senza essere visto. La curiosità è una molla altrettanto potente. Come nel caso del fotografo Jeff, il protagonista del film di Hitchock La finestra sul cortile. Ve lo ricordate? Jeff era costretto su una sedia a rotelle e con la sua macchina fotografica e il binocolo esplorava il micro-universo del vicinato. 
Oggi più che mai assistiamo al trionfo del voyeurismo, che si è diversificato. Il suo magnetismo è sempre più contagioso e diventiamo guardoni a 360 gradi quasi senza rendercene conto. La vita quotidiana ci istiga, ci provoca con le sue piccole tentazioni e la televisione, questo leviatano che risucchia e annulla la nostra personalità, contribuisce a soddisfare facilmente l’istinto che rende il buco della serratura, vero o virtuale, un’icona contemporanea. Tutto ebbe inizio con Non è la Rai di Gianni Boncompagni, poi arrivarono i reality show. Pensate al famoso The Truman Show di Peter Weir, specchio dei tempi e delle nostre manie. Voi come definireste lo stare davanti a un televisore e guardare inebetiti quello che avviene nella casa del Grande Fratello o sull’Isola dei famosi? Ha detto bene Giuseppe Pontiggia, “il voyeurismo televisivo ha raggiunto dei vertici impensabili perché la tendenza al guardare nell'intimità degli altri è tipicamente umana. L'uomo ha una forte curiosità per l'intimità altrui anche perché sorprende l'uomo nella sua spontaneità, l'uomo che non sa di essere osservato.” Negli ultimi anni il voyeurismo di massa ha raggiunto livelli mai conosciuti prima, varianti inesplorate. Il buco della serratura si è allargato e il sesso, ormai inflazionato e senza veli, ha perso il monopolio. Ci piace entrare nella vita e nella casa degli altri mantenendo l’anonimato, convinti che assistere sia più appagante di agire, che sia importante vedere, non fare. Il voyeurismo ha innalzato l’asticella della nostra sensibilità, ha rafforzato il nostro sistema immunitario. Non ci scomponiamo davanti a nulla, siamo pronti a tutto. Guardiamo i talk-show con la speranza che gli ospiti si accapiglino. Godiamo delle liti in diretta, delle zuffe mediatiche, dei toni parossistici. Il peggio lo diamo quando il nostro binocolo è sostituto dal telefonino. Se ci capita di trovarci sul luogo di un incidente stradale o assistiamo ad atti di violenza, non interveniamo per aiutare chi è in difficoltà, ma facciamo dei macabri selfie accanto al morto o alla vittima che implora aiuto. 
Oggi, la curiosità che ha sempre alimentato il voyeurismo è viziata da una forma malsana di godimento. Lo scatto fotografico che immortala la nostra presenza consacra e nobilita le nostre perversioni ottiche. Perché abbiamo permesso al viscido Gollum di uscire allo scoperto? Bisognerebbe chiederlo a uno psicologo, uno bravo. Non so perché trascuriamo la vita reale per interessarci dei nostri vicini o dei cosiddetti VIP, e ci nutriamo di pettegolezzi, banalità e schifezze anziché della bellezza, perché preferiamo spiare dal buco della serratura invece di bussare e farci avanti, perché ci piace essere spettatori e non protagonisti (salvo fare carte false per essere al centro dell’attenzione o avere un quarto d’ora di celebrità in televisione). Ma c’è un dipinto di Magritte, La riproduzione vietata, che può offrirci una chiave di lettura. Vi è ritratto un uomo, visto da dietro, che si guarda allo specchio, per cui lo specchio non riflette il suo volto ma la sua nuca. Questo quadro esprime la crisi dell’Io. Una crisi che ci porta a non riconoscere chi siamo, nemmeno specchiandoci. Sarà questo il motivo per cui non resistiamo alla pulsione di guardare dal buco della serratura? Siamo alla ricerca dell’identità perduta ma non siamo capaci di cercare dentro di noi? Purtroppo, fissando gli altri è come se gettassimo lo sguardo all’interno di una bottiglia d’olio d’oliva. È un buon rimedio per curare l’orzaiolo, ma non serve per ritrovare noi stessi.

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