lunedì 26 febbraio 2018

Il pompiere paura non ne ha


È sempre più diffuso, nelle curve italiane, durante una partita di calcio, rendere omaggio ai vigili del fuoco. I tifosi, infatti, cantano il loro inno – il corpo nazionale dei vigili del fuoco – il cui ritornello goliardico rimarca che “il pompiere paura non ne ha”. Si tratta di una canzone semplice ma coinvolgente e quando la sento, sento i brividi. Il fenomeno testimonia il trasporto di gratitudine e affetto che la gente prova verso ciò che Il padre di Enrico Bottini, l’io-narrante del romanzo Cuore di Edmondo de Amicis, definisce “il coraggio del cuore, che non ragiona, che non vacilla, che va dritto fulmineo dove sente il grido di chi muore”. Viviamo in un mondo dove questo coraggio è sempre più raro e l’ardimento latita. Perciò la gente, stanca della codardia e dell’ignavia diffusa in ogni dove, riconosce ed esalta il valore, l’umanità, l’eroismo senza retorica o etichette di chi mette a rischio la propria vita per salvare quella degli altri. Aveva ragione lo scrittore americano Kurt Vonnegut: “forse l’ultimo baluardo di fede che la gente ha è nei loro pompieri”. Meritano il nostro “Ip Ip hurra!”. 
Pochi sanno che i vigili del fuoco, o quanto meno i loro precursori, furono voluti e istituiti dall’imperatore romano Augusto. Gli antichi vigiles nacquero dopo il terribile incendio che nel 23 a.C. colpì una Roma facilmente infiammabile. Il loro compito era vigilare giorno e notte per prevenire i roghi e gli incidenti urbani e naturalmente si prodigavano per limitare i danni. La figura del vigile del fuoco, tuttavia, è moderna. Nel Giappone del XVII/XVIII secolo, nel periodo Edo, furono creati gli hikeshi, un corpo vigilante che disponeva di un’attrezzatura antincendio e segnalava gli edifici in fiamme con una lampada. Più o meno nella stessa epoca, a Londra, in seguito al devastante incendio del 1666 nasceva la Phoenix Fire Office e il corpo dei Thames waterman e poco dopo la London Fire Brigade. La popolarità dei vigili del fuoco fece un salto di qualità nell’Ottocento, quando a Parigi si formò la Brigade des sapeurs-pompiers, gli antesignani dei vigili del fuoco odierni. Per altro, dobbiamo ai Sapeurs-pompiers francesi il fatto che in molte parti d’Italia i vigli del fuoco siano chiamati più familiarmente “pompieri”. 
Confesso che amo questa figura romantica ma realistica. Da piccolo, giocavo per ore con il camion dei pompieri, azionando la sirena e immaginando di risolvere disastri e calamità d’ogni tipo. Pensavo che i pompieri fossero dei supereroi capaci di placare la furia degli elementi, e quando sentii per la prima volta la canzone “i pompieri di Viggiù” la imparai a memoria. Devo averla cantata mille volte, emulando Natalino Otto, il Quartetto Cetra e Claudio Villa. Un giorno, dichiarai che da grande avrei fatto il pompiere ma i miei nonni mi dissuasero. È troppo pericoloso, dissero. Non sono diventato un vigile del fuoco, in compenso ho avuto tante occasioni per conoscerli da vicino e stimarne l’audacia, l’abnegazione, la serietà e la gentilezza. Da molti anni, mi capita di lavorare con loro sulla strada o nelle case, io come soccorritore volontario del 118 e loro come supporto nei casi in cui si debba estrarre una persona da una vettura, rendere sicuro lo scenario di un incidente o di una calamità per consentire l’azione delle unità di soccorso, aprire forzatamente la porta di un’abitazione, rimuovere gli ostacoli e via di seguito. Credetemi, sono formidabili i nostri vigili del fuoco, il cui Corpo nazionale (VV.F) fu creato negli anni trenta del XX secolo dal prefetto Giombini, un ex ardito della Grande Guerra. Quanto meno, ho coronato il sogno di vedere in azione quei pompieri arditi che De Amicis esaltò ispirandosi alla figura del caporale Giuseppe Robbino, protagonista nel 1880 del salvataggio di alcune persone imprigionate in un alloggio torinese in fiamme. E confesso di essermi commosso quando, a Manhattan, ho visitato una delle caserme del FDNY che l’11 settembre 2011 ebbe più vittime. Furono 343 i vigili del fuoco di New York che si immolarono a causa dell’attentato alle Twin Towers e credo che il loro sacrificio abbia sublimato il peso specifico dei pompieri nell’immaginario collettivo. Per quei 343 eroi, il poeta Giovanni Giudici scrisse queste parole. “Bambini in trecento son morti / Bambini che prima di ieri / erano giovani e forti / A loro nei vostri pensieri / tenetevi stretti un minuto / quando giocate ai pompieri / il vostro gentile saluto”. 
Oggi, nel mio nipotino che gioca con il camion dei pompieri e vola con la fantasia, rivedo lo stesso gioioso orgoglio che fu mio e appartiene a tutti i bambini del mondo. Perché tutti quelli che hanno un cuore puro amano i vigili del fuoco. Solo chi ha il cuore freddo, spento dall’azoto o dai sali fusi dell’indifferenza non prova ammirazione per questi omini coraggiosi che rappresentano il meglio dell’essere umano. Ci si potrebbe domandare perché i vigili del fuoco piacciono così tanto ma le riposte possibili sono scontate. Il vigile del fuoco incarna i valori perduti come la forza, il coraggio, l’altruismo, il disprezzo della morte. È il referente ideale, rassicurante, del bisogno di protezione. Non le forze dell’ordine, non l’esercito. Affideremmo la nostra vita e quella dei nostri cari ai vigili del fuoco. Faremmo un’ipoteca sulla loro efficacia, lealtà, capacità di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Vederli in azione mentre scavano fra le macerie o si calano in un buco dopo un terremoto ci allarga il cuore. Immaginarli in mezzo alle fiamme o in un contesto dove il terrore bloccherebbe chiunque, ci fa pensare che nel loro lessico non ci sia la parola “impossibile”. Amiamo i vigili del fuoco perché usano la forza ma rifiutano la violenza in virtù del fatto che conoscono il potere devastante della violenza incontrollabile. Li amiamo perché non predicano la fraternità e la solidarietà, la vivono. Li amiamo perché sono come vorremmo essere: virili e insieme sensibili al pianto di un bambino o al lamento di un animale in pericolo. Se vivessimo in un mondo giusto e logico, i vigili del fuoco dovrebbero avere lo stipendio dei politici e i politici quello dei vigili del fuoco. O no? 
Nonostante ciò, pur unendomi al coro degli ultras del calcio, non penso sia vero che “il pompiere paura non ne ha”. Credo che provi paura, invece, come tutti. La differenza è che lui la imbriglia, la sa domare. Ricordo di avere letto in un libro di Gianni Rodari che “il pompiere è un domatore di qualità”. Ci vuole tanta qualità umana per ammansire il lato oscuro e fare emergere la luce salvifica.

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