venerdì 30 marzo 2018

La civiltà finisce dove inizia il buffet

Sarà capitato anche a voi, ne sono sicuro. Avete certamente sperimentato che di fronte a un buffet gratuito o compreso nel prezzo, e quindi già pagato, le persone dimenticano di essere il risultato di un’evoluzione iniziata milioni di anni e per incanto si calano nei panni dell’uomo di Neanderthal. Qualora disponessero di una clava la userebbero per farsi strada verso la tavola imbandita ed eliminare ogni ostacolo si frapponga fra loro e la meta. Non so chi abbia detto per primo che la civiltà finisce dove inizia il buffet ma è una verità così lampante che non posso fare a meno di ribadirla. La gente si comporta nello stesso modo (cioè male, anzi peggio) davanti al buffet del ristorante di un hotel o di un villaggio turistico, su una nave da crociera, a un rinfresco, una festa, una cerimonia, uno showcooking e durante gli aperitivi di presentazione o le degustazioni gratuite. Basta trovarsi al cospetto di una gran quantità di cibo e bevande esenti da limiti e restrizioni per scatenare gli istinti più selvaggi e subire una metamorfosi kafkiana. Avete presente di cosa parlo? Mi riferisco alle vecchiette filiformi che pensavate fossero le ultime custodi del galateo e all’improvviso si trasformano in bidoni dell’umido. O alle signore raffinate che vivono in palestra e si nutrono solo di yogurt, ma poi assaltano il buffet dello yacht club con la veemenza delle valchirie. Oppure gli adolescenti che imitano le locuste bibliche nelle festicciole di compleanno e gli uomini posati che seppelliscono il fair play e ricorrono alle astuzie di Ulisse pur di conquistare l’ultima tartina al caviale. Lo spettacolo è avvilente. Quando parte l’assalto ai tavoli del banchetto si scatena il martirio gastronomico, scandito da gomitate alle costole, sgambetti, spinte inframezzate da scuse ipocrite, capriole, lamentele e colpi bassi. L’unica norma è prevaricare chi è in lizza con noi per aggiudicarsi lo spaccio della bestia trionfante. Non è la regola universale, sia chiaro, giacché un numero contenuto di individui sceglie di astenersi, attende che le prime ondate si esauriscano prima di avvicinarsi ai tavoli razziati con ordalica malagrazia. Pochi, ma buoni.
Mi sono sempre chiesto perché il buffet tiri fuori il peggio da esseri umani che in altre occasioni si comportano, più o meno, in maniera educata. Per capirlo, occorre avventurarsi nei meandri oscuri dell’inconscio. Ci provò un allievo di Sigmund Freud poco noto, tale Bob O’Fairy, il quale ha scritto un pamphlet dal titolo Psicologia delle masse al buffet dove suggerisce una risposta suggestiva. O’Fairy riteneva che il buffet scateni le pulsioni inconsce dell’accumulo, che sono legate alla fase orale dello sviluppo, il periodo in cui il bambino ha una visione egocentrica di se stesso. La vista di ogni ben di Dio alla nostra portata ci spinge a fare la scorta. Accaparrarsi un vassoio degno di Gargantua e Pantagruel è l’obiettivo primario di chi partecipa al Buffet Trophy. Non si spiega altrimenti perché riempiamo a dismisura il piatto sapendo che mangeremo solo un terzo del suo contenuto. A tale proposito, ricordo un tizio distinto che nella sala della prima colazione di un resort di lusso prendeva una dozzina di croissant. Ne mangiava solo uno, tre o quattro li metteva nella borsa della moglie e gli altri li abbandonava sul tavolo. L’accumulo va a pari passo con lo spreco. Il buffet opera una regressione collettiva; non è solo il singolo individuo ma la massa convenuta là dove c’è tanto cibo a disposizione che si comporta come un bambino senza freni, colto da un raptus irrefrenabile. Penso che il buffet sia uno di quei fattori inquadrabili nella psicopatologia della vita quotidiana capace di fare affiorare la memoria genetica. Va da sé che nel nostro DNA vivono i ricordi e le attitudini dei nostri avi bracconieri o predoni. Il saccheggio del buffet è la versione attuale della battuta di caccia nella savana o della razzia nel villaggio conquistato. In fondo, ognuno di noi conserva gli istinti latenti che costituiscono le nostre radici. L’istinto del razziatore è vivo almeno quanto quello dell’accumulo di cui ha scritto O’Fairy. Fomenta l’agonismo con cui affrontiamo l’arena del buffet e insieme l’antagonismo che ci induce a vedere negli altri commensali dei rivali. Il buffet rianima nell’essere umano il principio del mors tua vita me. Ma non è tutto. Osservando i comportamenti e soprattutto le derive somatiche dei gladiatori del buffet, emergono altri aspetti psicologici. C’è un terzo impulso congenito che risalta prepotentemente: l’istinto di sopravvivenza. Il nostro DNA cela anche la memoria della miseria e della guerra, cioè della fame atavica. Ciò determina l’ingordigia con cui assaltiamo il buffet, la stessa con cui, nel Medioevo, la plebe si gettava sulla farina uscita dal sacco sottratto a un mugnaio e si accapigliava. Per ultimo, bisognerebbe capire perché la nostra mente decide che il cibo gratuito è più gradevole. Mi è capitato più volte di sentire la frase “è più buono perché è gratis”. Sarà vero? Sta di fatto che di un buffet proviamo quasi tutto, anche ciò che non conosciamo. Per ultimo, bisognerebbe considerare in che misura la moda della cucina e degli chef, che trionfa sugli schermi televisivi in tutte le salse, abbia prodotto in noi una nuova, forviante pseudo-spiritualità concentrata nell’apparato gastroenterico, per cui ci inchiniamo agli altari dell’ars culinaria raffinata e bizzarra, che facilmente trionfa nei buffet contemporanei, sempre più sofisticati e atti a stimolare tutti i sensi. 
Oggi più di una volta, grazie alla contaminazione delle cucine esotiche, i buffet sono una tentazione irresistibile, un invito all’abbuffata senza freni, un’apologia della crapula. D’altronde, in una società epicurea come la nostra, l’unico appetito che non conosce flessioni è quello della gola. Ma forse mi sbaglio, il vizio è antico. Se fosse ancora in vita, il poeta Lucilio apostroferebbe i crapuloni odierni con le stesse parole con cui bollò i suoi coevi: “Vivite lurcones, comedones, vivite ventres!”. Quante volte, assistendo all’arrembaggio dei bucanieri del buffet, le ho ripetute con un certo fastidio: “Vivete ghiottoni, mangioni che siete, vivete ventri”!

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