mercoledì 7 marzo 2018

Leonardo da Vinci e la città ideale


L’uomo coltiva fin dai tempi antichi il sogno di costruire la città ideale, l’insediamento urbano perfetto, il cui disegno rifletta i criteri e i valori astratti dettati dalla razionalità scientifica e dalla tensione antropico-filosofica, secondo uno schema prevalentemente geometrico. Questa ricerca ha prodotto svariate chimere urbanistiche ma è interessante notare come gli architetti egizi si sforzassero di modellare villaggi e città che non fossero solo luoghi in cui abitare ma esprimessero la natura dispotica e ierocratica della loro civiltà. Anche i Greci si applicarono a ciò, ma con un punto di vista differente. La città ideale è uno dei temi trattati da Platone nei dialoghi Repubblica e Leggi. Ma è specialmente nel 400’ che il dibattito prese vigore e ispirò riflessioni, teorie e progetti. Secondo Eugenio Garin, le città-stato italiane, guidate dai loro prìncipi, vagheggiarono di riprodurre la Polis razionale dei greci. La rappresentazione pittorica più famosa del vagheggiamento neoclassico si può ammirare presso la Galleria Nazionale di Urbino; è la famosa tempera su tavola Città ideale voluta dal duca urbinate Federico da Montefeltro, la cui attribuzione è incerta. Si crede sia stata dipinta da uno fra Piero della Francesca, Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini e Giuliano da Sangallo. Ma si fanno anche i nomi di Leon Battista Alberti e Melozzo da Forlì. 
Questi grandi artisti e architetti rinascimentali non furono gli unici a immaginare la città perfetta, umanistica, rivoluzionaria ma ordinata. Se ne occupò anche Leonardo da Vinci e non poteva essere diversamente poiché i suoi interessi spaziavano in ogni campo dello scibile. L’artifex errabundum si era già prodigato nello studio della città ideale al tempo in cui soggiornò a Milano. L’occasione per misurarsi concretamente con l’utopia urbanistica gli era stata offerta da Ludovico il Moro e insieme dalla peste del 1485. Leonardo disegnò una Milano nuova, futurista, esente dal rischio di epidemie e contagi. A tale fine, l’aveva immaginata “acquatica”, simile a una Venezia su terraferma. Aveva pensato di dividere Milano in dieci nuclei residenziali, ciascuno dei quali avrebbe avuto 5.000 case in grado di offrire 30.000 alloggi. Una città con una scacchiera di canali utili al trasporto, dove in virtù di un sistema di chiuse a mulini si sarebbe facilitato la pulizia delle strade e l’irrigazione degli orti. Una città con marciapiedi forniti di canaletti di scolo per evacuare i rifiuti, e con molte latrine. Una città futurista su due piani: quello superiore riservato ai gentiluomini e ai nobili edifici, l’inferiore alla circolazione delle merci e degli animali, ai commercianti e agli artigiani, alle case popolari. Leonardo, forte di questa idea, nel 1490 aveva iniziato a scrivere Il Trattato sull’acqua. Sempre a Milano, si dedicò allo studio della dimora ideale. Il suo committente era Carlo d’Amboise, che desiderava per se stesso una casa con un giardino degno delle Mille e una notte. I disegni e gli appunti relativi a questo progetto (rimasto tale) indicano che la dimora doveva sorgere nei pressi di Porta Venezia. Tuttavia, fu in Francia, poco prima di morire, che il genio fiorentino tentò realmente di pianificare la città ideale.
Nel 1518, esattamente cento anni fa, Leonardo iniziò ad occuparsi di un progetto faraonico caro al re di Francia Francesco I, che lo ospitava ad Amboise, più precisamente nel manoir di Cloux. Il re “cristianissimo” voleva una nuova capitale per il suo regno, una città senza pari che sostituisse Parigi e fosse invidiata in tutta Europa e non solo. Aveva indicato a Leonardo dove costruirla: Romorantin, un piccolo borgo situato nella regione della Loira che aveva dato i natali a sua moglie, la buona regina Claudia. Nel gennaio 1518, il Valois aveva investito 4.000 libbre d’oro per rendere la Sauldre navigabile da Romorantin fino al punto in cui il fiume cade nella riviera dello Cher. Era il primo passo per rendere la zona più accessibile. Leonardo si applicò ai piani fluviali e urbanistici con grande entusiasmo e si recò più volte a Romorantin per visionare il territorio, valutare i problemi tecnici e ispirarsi. Studiò la rete dei canali e maturò il pensiero ardito di spostare un fiume per fertilizzare la regione, che era insalubre. Aldilà delle sue idee sui corsi d’acqua, provò a disegnare una città conforme alle aspettative del sovrano. Com’era la “nuova Roma” che prese forma nella testa di Leonardo? Ne parlo nel mio romanzo Le infinite ragioni, in uscita in autunno. Anzi, ne parla senza reticenza lo stesso Leonardo, confessando la sua esaltazione iniziale, il suo forte impegno e poi, gradualmente, il suo disincanto e lo sconforto finale. Purtroppo, il sogno della città ideale che avrebbe dovuto prendere il posto di Parigi svanì. Dopo un anno di lavoro, nel febbraio 1519, il re rinunciò alla nuova capitale (per carenza di fondi o a causa della peste) e il progetto Romorantin fu abbandonato. D’altra parte, a Leonardo erano venute meno le forze, tant’è che si sarebbe spento pochi mesi dopo. Cosa resta di quel sogno tardivo che se fosse andato in porto ci avrebbe forse consegnato una città antesignana di quelle che alcuni architetti moderni e contemporanei hanno sviluppato secoli dopo? L’intelletto di Leonardo concepì Romorantin nei termini di flussi d’acqua, aria, energia e creatività umana. Il giovane re voleva fosse il fulcro di uno sviluppo economico e il suo immaginifico progettista non pensò soltanto al progresso umano ma anche allo sviluppo agro-industriale, conciliando la bellezza con la praticità. Accanto agli edifici sontuosi che voleva erigere nel cuore della città, pensata come un quadrilatero attraversato da un reticolo di acque, sarebbero sorti in periferia otto nuovi mulini con gualchiere per la follatura. Sappiamo che Leonardo non si limitò a fare disegni e ipotesi. Le fondamenta del grande palazzo reale a tre piani furono gettate e si lavorò al sistema di canali che dovevamo mettere in comunicazione l’asse Rodano-Saône con l’asse Loira-Cher-Allier. La reggia, di cui conserviamo i disegni, sarebbe stata splendida e avrebbe coniugato il gusto francese con gli azzardi del Rinascimento italiano. Intorno al palazzo sarebbero sorti edifici per la corte e i ministeri ma anche scuderie immense. Le strade sarebbero state avveniristiche. Romorantin doveva replicare il progetto milanese e assecondare il principio del non affollamento, necessario per evitare la propagazione delle malattie contagiose. 
Va da sé che Leonardo viveva nel futuro o quanto meno era lungimirante. Se fosse stato meno dispersivo e lento, avremmo ereditato molte più opere finite e non solo abbozzate. Ma si sa che il genio non ha pazienza. Perciò interpreta il concetto di “ideale” non come un punto di arrivo ma solo di passaggio, sicché non si preoccupa granché di vedere finite le cose che ha già portato a termine nella sua mente.

Nessun commento:

Posta un commento