mercoledì 18 aprile 2018

La Santa Pazienza: istruzioni per l'uso

Non importa a quale Dio crediamo, e tanto più se siamo atei. Dovremmo fare come i romani, nelle cui case non mancava mai la nicchia in cui erano esposte le statuine dei Lari, gli antenati cui rendevano onore. Noi dovremmo dedicare questo altarino domestico all’unica santa che mette tutti d’accordo perché è trasversale ed ecumenica: la Santa Pazienza. Da sempre, chiamiamo “pazienza” la facoltà di aspettare, rimandare, sopportare e reagire in modo neutro o per lo meno misurato alle avversità, al destino che grava su noi e di cui non conosciamo le reali intenzioni. E da sempre, sappiamo che la pazienza è una virtù difficile da mettere in pratica, che è arduo tenerla in vita oltre certi limiti fisiologici, rinnovarla dopo l’ennesima difficoltà o delusione, perseverando con calma. Per questo motivo non è facile armarsi di pazienza ma è facilissimo perderla. Oggi più che mai. 
Eppure, ci fu un tempo in cui la pazienza era una pratica diffusa, comune, stabile. Pensate a quanta pazienza dovevano avere i nostri avi quando andavano a caccia o pescavano ai fini della sopravvivenza. Pensate a quanta ne ebbe Giobbe, che tollerò con saldezza d’animo le peggiori difficoltà. Anche Gesù ne aveva (la perse solo al Tempio coi cambiavalute) e come lui tutti quelli che scelsero di vivere nel deserto per trovare Dio o più semplicemente se stessi. E vogliamo parlare della pazienza dei certosini e di quella di Penelope, che faceva e disfaceva la sua tela ogni giorno? Molti esempi di come la pazienza sia ammirevole ce li offre la letteratura, che è lo specchio fantasioso del genere umano. Penso alla pazienza dei personaggi di Dickens, capaci di sopportare infinite angherie e non demordere, o a quella di Proust, che non sfinì l’autore ma sottopone il lettore a una prova estrema, o ai marinai di Melville (su tutti il capitano Achab) e al capitano Drogo del Deserto dei Tartari di Buzzati. Potrei fare altri esempi, citando Dostoevskij, Kafka, Hemingway, Conrad, Marquez e via di seguito. Mi limito a parafrasare Giacomo Leopardi, che di pazienza ne aveva così tanta da perdersi nell’infinito: “La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. In effetti, l’attesa, la sopportazione e l’accettazione non producono adrenalina. Più che pazientare ci piace abusare della pazienza altrui. E a chi ci ricorda che la pazienza è la virtù dei forti verrebbe voglia di rispondere, alla maniera di Kant, che “la pazienza è la forza del debole così come l’impazienza è la debolezza del forte”. 
Ho come la sensazione che oggi la pazienza non sia più considerata una qualità ma un limite, e ciò avvalorerebbe la riflessione di Kant. Di fatto, il mondo è cambiato e con esso la percezione del tempo e la nostra disponibilità a tenere ritmi lenti, a differire, ad accettare i rinvii e le avversità. Siamo nemici giurati della sala d’attesa e delle sue logiche irritanti. Io lo sperimento ogni settimana, al Pronto Soccorso degli ospedali del territorio in cui vivo. Sono sempre pieni di gente che aspetta il proprio turno per essere visitata, e molti non sanno aspettare, non più di tanto. Privi di pazienza, si arrabbiano con gli operatori sanitari per il tempo che perdono, che ritengono sia stato loro “rubato”. Purtroppo, viviamo in una società che istiga all’impazienza, al tutto e subito, mentre dovremmo vivere in un mondo che esalta il qui e ora, la capacità di godere appieno dell’attimo fuggente, cioè del presente, anche quando si configura come una pausa. Ma chi l’ha detto che dobbiamo sempre correre, che è necessario assecondare i dettami della fretta e convivere con lo stress? Non sappiamo più fermarci e aspettare né accettare gli accadimenti quando non corrispondono al nostro volere. Sembra che qualcuno ci incalzi, ci opprima, ci costringa a correre. Le sospensioni, gli intervalli e i buchi vuoti sono da noi considerati una iattura. Lo riscontriamo ogni volta che siamo in fila o ci viene ventilata la possibilità che la riposta tarderà. Invece, è così bello vivere nell’attesa che le cose capitino in maniera naturale, spontanea, senza forzarle e arrabbiarsi se sono in ritardo. Mi rendo conto, tuttavia, che il mio punto di vista è un frutto della maturità. Ho imparato gradualmente ad avere pazienza, a portare pazienza. Con il passare degli anni mi sono fatto una ragione di ciò per sopravvivere, per salvare il fegato, per preservare il cuore. 
Forte della consapevolezza acquisita e del fatto che oggi sono molto più paziente di una volta, mi va di suggerire ai più giovani le istruzioni per l’uso di cui necessità chi non ha ancora imparato che ogni peso è più leggero se portato con pazienza. Ebbene, la pazienza necessita di concentrazione. Poiché l’impazienza è un cavallo selvatico, bisogna imbrigliarla e per riuscirci serve contare fino a dieci e fissare la mente sull’attimo presente. Occorre avere coscienza di ciò che facciamo nel mentre. Dopo è tardi. Un passo fondamentale per innalzare la soglia della nostra pazienza è accettare noi stessi, coi nostri limiti, la nostra finitezza. Ciò consente di avere pazienza verso gli altri, che non sono poi così diversi da noi. Inoltre, è indispensabile fare pratiche sane e avere atteggiamenti positivi. L’esercizio continuo delle discipline orientali – dallo yoga alla meditazione, dal Tai chi al Qi Gong – allena il nostro spirito e mutua il nostro comportamento, rendendoci meno impazienti. Dobbiamo accettare che il tempo scorra, il che non significa sedersi sulla riva del fiume e aspettare non si sa chi o cosa, ma adeguarsi al fluire di un fiume docile, attendendo che le cose accadano quando devono accadere.  Significa camminare a passo lento ma sicuro. Vuole anche dire osservare la vita, la realtà circostante, sorridendo di chi si agita come se fosse stato morsicato dalla tarantola. Le opportunità possono presentarsi alla tartaruga non meno che al ghepardo. Sant’Antonio di Padova predicava che la pazienza è il baluardo dell’anima, la presidia e la difende da ogni perturbazione. È vero; fare l’uso giusto della pazienza ci mette al riparo. Perché la sua potenzialità è incredibile; la pazienza è l’arma con cui possiamo stupire gli altri, disorientarli, disarmarli. E se proprio non riusciamo a imporci un regime di pazienza funzionale, non ci resta altro da fare se non raccoglierci davanti all’altarino virtuale di Santa Pazienza e impetrane l’aiuto. Scherzi a parte, la pazienza vince la scienza ed è una delle espressioni più intime del sentire religioso. A volte, fa miracoli.

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