lunedì 28 maggio 2018

Le api, queste sconosciute degne di ammirazione

Ieri ho vissuto un’esperienza singolare. È accaduto che un grosso sciame di api invadesse il mio giardino. Dopo avere danzato e ronzato a lungo nell’etere, i pacifici invasori hanno deciso di costruire il favo sul ramo di un acero. Ho chiamato un apicoltore esperto che ha catturato le api senza colpo ferire e le ha trasferite in un’arnia. Continueranno a vivere e produrre miele in un ambiente protetto. L’episodio, comune a fine primavera, ha rafforzato la mia simpatia per le api, che non ho mai temuto e delle quali ammiro le virtù. Quali siano queste virtù è noto; l’ape è alacre e diligente, coraggiosa e organizzata. Sono creature degne di stima e ammirarle è piacevole e istruttivo. Dice bene uno dei Proverbi biblici (6,8): “Va a vedere l’ape e impara cos’è la laboriosità”. Perciò voglio condividere con i miei lettori alcune sensazioni e riflessioni. 
In primis, la “danza delle api” è uno spettacolo emozionante, che cattura lattenzione. Osservandola non ho potuto fare a meno di pensare che i semicerchi e le vibrazioni delle diverse migliaia di api riunitesi nel mio giardino non fossero casuali. Confesso che dapprima mi sono venuti in mente i cartoni animati della serie L’ape Maya che facevano squittire le mie figlie quando erano piccole. Poi, mi sono ricordato che di questa danza sorprendente si occupò Karl Ritter von Frisch, il padre della moderna fisiologia comparata. Nell’opera Nel mondo delle api, Frisch rivela che la danza di questi insetti è comunicativa; si tratta, in effetti, del linguaggio animale più studiato. Ho cercato di immaginare cosa si dicessero le api che accompagnavano la vecchia ape regina in un esodo che si sarebbe concluso solo con la costruzione di un nuovo favo. Naturalmente non ci sono riuscito ma sono rimasto colpito dalle peripezie acrobatiche dello sciame, caotiche sono in apparenza. E come sempre accade quando qualcosa mi stuzzica l’immaginazione, ho aperto i cassettini della memoria. Beh, è uscito fuori uno “sciame” di ricordi e spunti. Intanto, ho pensato che all’ape avrei dovuto dedicare un pezzo. Detto, fatto. In effetti, l’ape ha ispirato filosofi, poeti e scrittori, alimentato miti e simbologie. Nell’antico Egitto, era il simbolo regale dell’anima, di natura solare. Si credeva fosse nata dalle lacrime del dio Ra cadute sulla terra. Anche i celti, riconoscendo la saggezza e l’immortalità dell’anima, consideravano le api creature nobili originarie del Paradiso. I greci pensavano fossero i messaggeri degli dei e chiamavano “Api” le sacerdotesse dei Misteri eleusini e di Efeso. Ricordo che ai tempi del Liceo mi colpirono le parole con cui Virgilio, nel IV libro delle Bucoliche, esalta le virtù delle api, in particolare la castità e il fatto che siano depositarie di una scheggia della divina intelligenza. Il mito di Orfeo e Euridice è uno dei più belli della mitologia greca e la sorte degli sciami del pastore Aristeo, che Orfeo distrugge, mi colpì. Come dimenticare, poi, che Platone fosse convinto che le anime degli uomini sobri si reincarnano sotto forma di api? O che l’ape sia uno degli emblemi di Cristo e San Bernardo di Chiaravalle la identifica con lo Spirito Santo? È noto, infatti, che il Cristianesimo ha eletto l’ape simbolo di divinità e resurrezione. La sacralità delle api è riconosciuta anche dal divin poeta. Nel Canto XXI del Paradiso, Dante descrive il tripudio degli angeli presenti nella Candida Rosa con una metafora apistica. 
Potrei continuare a lungo, ma non voglio tediare il lettore. Mi limiterò, dunque, a suggerire gli aspetti sociali della comunità delle api, in particolare l’organizzazione dell’alveare, che incantò Karl Marx. Chi volesse approfondire questo aspetto dovrebbe leggere La democrazia della api di Thomas D. Seeley, un libro che rimarca alcuni aspetti del mondo segreto delle api, la “perfetta società” che vive in maniera collettiva e democratica il momento della sciamatura, finalizzata alla riproduzione. La scelta della nuova dimora della regina, infatti, mette in gioco abilità e interessi associati alla sopravvivenza stessa dell’intero alveare. L’apicoltore che ho conosciuto mi ha spiegato che una volta staccatosi dall’alveare-madre, lo sciame si vota alla ricerca, inizialmente provvisoria, della nuova “reggia”. Ciò comporta un processo di ricerca, discussione e decisioni basilari demandate alle api esploratrici, la cui danza costituisce l’insieme di messaggi e informazioni che porteranno alla scelta definitiva. In sostanza, le api agiscono come alcuni neuroni del nostro cervello che assecondando l’istinto di sopravvivenza favoriscono la scelta ottimale. Va da sé che le analogie con la vita degli umani sono paradigmatiche. Nel XVIII secolo lo aveva intuito il medico e filosofo olandese Bernard de Mandeville, la cui Favola delle api dovrebbe essere letta nelle scuole italiane. Si tratta di un pometto satirico in cui la società e la vita delle api servono come specchio a quella degli uomini. Per altro, il legame fra le api e il genere umano non si limita alla fornitura di miele e cera da parte delle prime. Molti conoscono la profezia di Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla terra, all’umanità resterebbero quattro anni di vita”. Non so se Albert esagerava ma so che è in corso un’emergenza ecologica e che l’ape è un indicatore della qualità dell’ambiente in cui viviamo. È un fatto reale che la popolazione mondiale delle api sia in forte calo. Si tratta di una moria che gli scienziati definiscono CCD (Colony Collapse Disorder) cioè “Sindrome dello spopolamento degli alveari”. Dal 2006, milioni di api in molti paesi del mondo muoiono per cause non sempre identificate, ma per lo più riconducibili ai cambiamenti ambientali, ai mutamenti climatici, a vari patogeni, alle radiazioni da telefoni cellulari o altri dispositivi creati dall’uomo e all’uso dei fitofarmaci. Nel 2007, in Italia morì il 50% delle api e si persero 200.000 alveari. Le api rischiano di scomparire. Sarebbe un evento drammatico per l’agricoltura giacché esse impollinano l’80% delle colture orto-frutticole e sementiere più la gran parte delle specie vegetali spontanee evolute. 
Pensiamoci, la prossima volta che ci imbattiamo in un’ape. Anziché guardare questa sconosciuta con indifferenza o sopprimerla perché temiamo ci possa pungere, apprezziamone la bellezza e le virtù. La piccola cara apis mellifera ci suggerisce la via per essere più sereni. Come scrisse Trilussa, “c’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa / lo succhia e se ne va… / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.

sabato 5 maggio 2018

La coerenza si sta estinguendo, come l'orso polare

È noto che la sopravvivenza dell’orso polare è legata a quella dei ghiacci. Purtroppo, il surriscaldamento del pianeta sta provocando un aumento delle temperature che nell’Artide determina non solo lo scioglimento dei ghiacci ma il restringimento della banchisa artica, minacciando la sopravvivenza dell’orso bianco, una specie a rischio di estinzione. Anche la coerenza è in via di estinzione, come l’orso. Un poco gli assomiglia, in effetti. Chi fa della coerenza la propria cifra morale facilmente si aggira libero ma solitario sui ghiacci della vita, in balia dei capricci atmosferici. 
Sostanzialmente, la coerenza è il legame stretto fra pensiero e azione, la costanza di idee e comportamenti. L’uomo coerente è conforme a se stesso, non contraddice le sue idee con azioni difformi da esse. Mi hanno insegnato che bisogna agire in maniera coerente, altrimenti ci si espone alle figuracce, mortificando la nostra dignità. Credo che una volta le persone si vergognassero maggiormente di tradire i propri princìpi o le convinzioni agendo in modo contraddittorio, cercassero di tenere una linea di condotta coerente e non cambiassero idea tanto facilmente, inoltre esitavano prima di calzare la maschera di Giano bifronte. Intendiamoci, l’incoerenza è sempre esistita, non è una peculiarità dei nostri tempi. Ma quando ero giovane la si riconosceva come un difetto, una debolezza, un minus. Oggi, la persona coerente è considerata un povero coglione. Hanno ragione quelli che rinnegando le proprie idee o parole adeguano il comportamento alle circostanze, alla convenienza. Hanno capito tutto della vita, almeno credono di averlo capito. Ergo assistiamo al trionfo delle banderuole, dell’opportunismo come regola esistenziale, del relativismo etico. Non è proprio una novità. Buddha diceva che l’unico vero fallimento nella vita è non agire in coerenza coi propri valori. Sembrano parole scolpite nel marmo di Carrara. Eppure, già nel secolo XIX, Oscar Wilde interpretava il sentire comune affermando che “la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione”, e perciò, come si legge ne Il ritratto di Dorian Gray è “un’ammissione di fallimento”. Oggi va di moda pensare che la coerenza sia un lusso obsoleto, inutile, controproducente. Si è fatta strada la convinzione che le persone coerenti siano stoccafissi perdenti. In sostanza, incarnino il fallimento. 
Mi permetto di prendere le distanze da questa opinione comune. Credo che non ci sia nulla di male a cambiare idea, solo gli imbecilli non lo fanno mai. Può capitare che il nostro nuovo modo di vedere le cose non collimi con i pensieri e le azioni che abbiamo firmato in passato. Ci sta ma bisogna saper distinguere tra la vera coerenza e quella falsa, che Emerson definì “lo spauracchio della mente”. La prima consiste nell’azione integrata, in sintonia con le proprie idee e la propria identità, la seconda significa agire come si è sempre fatto, perseverando negli sbagli. Quest’ultima è la cosiddetta “sciocca coerenza”. È ancora più deprecabile rinnegare con disinvoltura le proprie scelte in nome dell’interesse, tradire i propri ideali e indossare l’impermeabile double-face. A volte mi domando se non siamo tutti aspiranti o mancati uomini politici. Si sa, infatti, che la coerenza è una virtù rara in politica, giacché le promesse elettorali hanno in pectore l’inosservanza, accordi e patti sono fatti di carta velina e il salto della quaglia è lo sport più diffuso. Non ci comportiamo diversamente dai politici o da certi preti e maîtres à penser nel quotidiano. Ci piace predicare bene e razzolare male. Amiamo riempirci la bocca di idee bellissime, proclami, insegnamenti e propositi luminosi, salvo poi rinnegarli per uniformarci all’aria che tira o ai benefici di scelte apertamente contrarie. Esaltiamo l’onestà ma se ci capita l’occasione ne approfittiamo. Siamo tolleranti e rispettiamo gli altri, ma solo se non ci infastidiscono. Della coerenza non ce ne frega niente, che tanto non serve a nulla, è demodé. Meglio il trasformismo, d’altronde i camaleonti non sono a rischio di estinzione. Perché siamo così incoerenti? Perché la nostra volontà è debole e la nostra identità confusa e superficiale. Inoltre, siamo fiacchi e pigri, privi di fondamenta, di punti fermi. Non abbiamo più la forza di resistere alle pressioni esterne né la solidità del promontorio che non si fa influenzare dalle onde del mare. 
Io non ci sto. A costo di sembrare un gufo impagliato, non smetto di essere coerente coi miei principi o quanto meno mi sforzo di esserlo. Non mi sono mai svenduto per trenta denari e non lo farei nemmeno per trenta milioni, né ho mai professato “fate quello che dico ma non quello che faccio”. Non ci riuscirei nemmeno se volessi, sic et simpliciter. Gli insegnamenti che ho ricevuto mi preservano da ogni tentazione, la mia struttura mentale e morale me lo impedisce. Ho scelto la coerenza ben sapendo che se avessi rinunciato ad essa mi si sarebbero aperti davanti agli occhi varchi immensi. Si sceglie di essere fedeli ai propri valori, di agire senza insultarli, di mantenere saldo il timone anche in presenza di modifiche della rotta. È forse questa la ragione per cui a volte mi sento come un orso artico spelacchiato? Mah! Non ho smesso di sognare una società dove la coerenza, sorella della lealtà e della serietà, informa le nostre parole e guida le nostre azioni. Ma sono realista, so che è un sogno, che la realtà è ben diversa. Perciò mi capita di pensare con tenerezza agli orsi bianchi che vagano sulla banchisa con il cuore pesante, in cerca di cibo ma anche di un buon motivo per non mollare, non riuscendo a digerire i grandi cambiamenti climatici, non riconoscendo più il proprio habitat. Si estingueranno, è inevitabile. Tuttavia voglio sperare che continueranno a esistere uomini e donne coerenti, consapevoli che si può fallire in tanti modi ma il peggiore è asfaltare la propria coscienza. Confido di passare il testimone ai miei nipoti; anche se non posso combattere l’incoerenza del mondo ho la facoltà di tramandare la mia coerenza.