lunedì 4 giugno 2018

La passione politica e il bel tempo

Il travaglio è finito. Il varo del governo del cambiamento è avvenuto e comunque la si pensi, qualunque sia il proprio orientamento politico, è fuori discussione che le elezioni del 2018 abbiano tracciato un solco divisorio. Nulla sarà più come prima e il futuro ci dirà se il declino dei partiti tradizionali, apparentemente inarrestabile, e l’ascesa di forze nuove etichettate frettolosamente come “populiste e sovraniste” cambierà veramente l’Italia e con quali prospettive. 
A poche ore dall’insediamento del nuovo governo, osservando il bicchiere lo vedo mezzo pieno. Anzi, pieno per tre quarti. Non solo perché l’esito finale del travaglio mi piace, ma perché la tornata elettorale appena conclusasi ha fatto una sorta di miracolo laico. Sembrerebbe, infatti, che il popolo italiano abbia riscoperto la passione politica dopo anni di indifferenza e giramento di eliche. I mass media e i social non si occupati quasi d’altro nelle ultime settimane, incassando una crescita esponenziale dell’interesse popolare. Nel corso delle lunghe, estenuanti trattative per formare il governo, l’indice di attenzione ha raggiunto picchi dolomitici e il clima politico ha ricordato quello che si vive negli stadi in occasione delle grandi sfide calcistiche. Abbiamo assistito a lunghe maratone televisive, i giornali sono andati a nozze e FB e Twitter si sono trasformati in arene. Non pochi giornalisti, opinionisti e servi sciocchi del regime uscente hanno emulato i piromani, non di nascosto ma alla luce del sole. Non s’era mai vista così tanta faziosità e rabbia, così tanta resistenza alle novità e incomprensione della realtà in divenire. Sta di fatto che gli italiani in larga scala si sono trasformati in ultras e i toni della discussione hanno sfiorato le temperature consone al deserto del Lut o alla Death Valley. Roba da Guinness dei primati. 
Non è dei vincitori – definiti i “migliori perdenti” da chi non sa perdere – né dei vinti che voglio disquisire, ma di come la politica abbia infiammato e continuerà a infiammare nei prossimi mesi quegli stessi italiani che della politica (e dei politicanti) erano schifati dopo lustri di malgoverno, vessazioni, prese per il deretano e degrado. Il vero vincitore delle ultime elezioni e fautore del potenziale cambiamento degli scenari e delle prospettive è la gente. Indro Montanelli diceva che la gente di politica ne parla un quarto d’ora al giorno. Aveva ragione, ma si riferiva ai tempi in cui la politica era noiosissima e scontata. Grazie a “Mani pulite” e con l’avvento della seconda Repubblica, per merito di un istrione come Silvio Berlusconi, il quarto d’ora è diventato mezz’ora. L’era Renzi, con i suoi odiosi cortigiani, ha allungato la fascia temporale a tre quarti d’ora. Ma il salto quantico è merito esclusivo della Lega e dei Cinquestelle. Chiamatele pure forze populiste rimarcando l’accezione negativa del termine, in verità sono forze che hanno ascoltato la voce del popolo e, soprattutto, hanno capito che in una vera democrazia il popolo è sovrano. Sicché la media temporale di cui parlava Montanelli è lievitata in modo notevole. Si è parlato di politica per ore, raggiungendo l’orgasmo nelle ultime battute della caccia al Premier. Insomma, non si può negare che il popolo italiano si sia appassionato alla politica come non era mai successo prima, il che mi pone tuttavia di fronte a una domanda: è vera passione? E poi, la politica odierna, non più ancorata alle ideologie, è ancora politica o è qualcosa d’altro, forse uno show-business?
Oriana Fallaci sosteneva che l’ideologia è il grande malanno del nostro tempo. Fosse ancora in vita applaudirebbe il fatto che le ideologie sono state relegate ai margini della politica, che oggi non sia più possibile parlare di Destra e Sinistra, Fascismo e Antifascismo con toni apodittici, credibili. Salvini era un giovane comunista e oggi guida un partito di centrodestra. Di Maio è cresciuto in una famiglia legata al Movimento Sociale Italiano e oggi è il leader di un Movimento trasversale. In più, registriamo una discrepanza tra le etichette e i fatti. Inquieta vedere che gli esponenti e i fiancheggiatori delle forze cosiddette “democratiche” mettano in discussione la democrazia quando il responso delle urne è sfavorevole, che perpetuino l’allarme fascismo per nascondere il proprio anacronismo storico e la cecità sociale. Le ideologie sono andate in pensione, senza il consenso della Fornero, e oggi contano i programmi. Conta la volontà di uscire dal cul de sac in cui la vecchia politica ci ha sospinti. La passione che gli italiani hanno manifestato in questa prima parte del 2018 è stata accesa non solo da un rinnovato interesse per le questioni politiche ma soprattutto dalla rabbia, dalla voglia di ribellarsi alle ingiustizie e allo schifo, dalla speranza che le cose possano finalmente cambiare, che il malvagio incantesimo di cui la nostra nazione è soggetta cessi. Più che di vera passione, parlerei di partecipazione emotiva dettata dal disgusto, dalla curiosità e dalla voglia matta di novità, di aspettative lievitate grazie alla spettacolarizzazione di una politica le cui trame sono diventate coinvolgenti. In questi giorni, ho avuto la sensazione di assistere agli episodi di una serie televisiva che ti lascia con il fiato sospeso anziché a un confronto politico finalizzato alla formazione del governo. A rendere avvincente la serie sono stati i colpi di scena, il funambolismo dei protagonisti, la suspense. Abbiamo visto una via di mezzo fra il thriller e la commedia all’italiana. Mi piacerebbe chiedere alla gente: “Vi è piaciuto lo spettacolo?”. Forse non è stato uno spettacolo edificante, ma ha registrato un grande successo di pubblico. La politica è entrata in tutte le case, ha unito e diviso le famiglie, ha creato dipendenza. E adesso? Adesso che alea iacta est la politica dovrà mantenere alta la tensione per non perdere la popolarità che ha conquistato, per essere lo strumentum operandi del popolo sovrano. I nuovi governanti dovranno concretizzare le promesse e non sarà facile perché sono sbalorditive. Altrimenti, la forte fiammata di passione politica che ci ha coinvolto scemerà e si attuerà ancora una volta la profezia di Andreotti, che diceva: “in politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti”. 
Ovviamente mi auguro che il nuovo governo duri a lungo – dovremmo augurarcelo tutti in nome del bene comune – e che sull’Italia torni a splendere il sole. Abbiamo bisogno del bel tempo, che notoriamente rasserena il cuore e fa bene alla salute.

Nessun commento:

Posta un commento