sabato 28 luglio 2018

L'effetto Dunning-Kruger e i turlupinatori

Mi capita di non avere più voglia di dire la mia. A che serve? E poi, come faccio ad essere certo che le mie opinioni siano giuste oltre che utili? A farmi sorgere il dubbio che dovrei desistere, ammutolirmi definitivamente, è la constatazione che viviamo in un’epoca ammorbata dagli ignoranti che non sanno di esserlo, ergo sbraitano, pontificano e ridicolizzano quelli che ignoranti non sono e nutrono dubbi, consapevoli che “la vera saggezza sta in colui che sa di non sapere” come diceva Socrate. Il vero problema non è l’ignoranza, che è sempre esistita, ma la falsa competenza professata dagli ignoranti che una volta non avevano credito mentre oggi ne hanno fin troppo. 
La vera novità è la diffusione dell’effetto Dunning-Kruger, così comune da essersi trasformato in una pandemia sociale. Giustamente, il lettore si chiederà di cosa parlo. Chiamasi effetto Dunning-Kruger la distorsione cognitiva che induce un individuo incompetente a sopravvalutarsi, spacciandosi per esperto in un campo in cui è nessuno, non sapendo nulla o poco più di ciò di cui parla. In sostanza, questa sindrome rende supponenti e insopportabili gli ignoranti, soprattutto quelli a cui la vita ha misteriosamente offerto un palco o una cassa di risonanza. I due psicologi della Cornwell University che hanno studiato il fenomeno lo attribuiscono a una incapacità metacognitiva che colpirebbe moltissimi individui e si traduce nell’incapacità (o volontà?) di riconoscere i propri limiti. Beh, credo che negli ultimi tempi le persone che non sanno riconoscere i propri limiti e si comportano da falsi esperti si siano moltiplicate come spore batteriche. Sposando la tesi di Darwin che “l’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, costoro hanno imposto la dottrina che non è importante sapere, è fondamentale far credere di sapere. Da qui, trae origine la piaga delle fake-news. Non serve esprimere opinioni o verità fondate, manifestare una reale competenza: la gente è affamata di sensazionalismo e pressapochismo, di sentenze e di scandali. È sempre più difficile districarsi in un mondo dove i toni esacerbati, la prepotenza, gli insulti e le urla sono più autorevoli del parere solido, dell’informazione razionale e verificata. In una società dove la cultura è derisa e la pacatezza considerata un punto di debolezza, dove il dialogo è stato sostituto dalla prevaricazione e lo scambio di idee visto come una perdita di tempo, si è imposta la malerba della dotta ignoranza. Concedetemi questo ossimoro. Credere di sapere e non sapere è il distintivo che connota non solo i beoti ma anche molte persone di successo, i falsi sapienti, i coglioni baciati dalla fortuna e senza merito, i tuttologi che ammorbano l’etere con le loro sprovvedute cazzate. Più ne spari, più sei sulla bocca di tutti. Più sei visibile più piaci, anche se fai schifo. Ma vi rendete conto che dobbiamo sopportare lezioni di stile e insegnamenti morali e culturali da gente la cui autorevolezza trae la linfa vitale dai social network, da giornali e televisioni che travisano sistematicamente la realtà, dalla politica e dal denaro? I falsi profeti e maestri, gli imbonitori e i servi sciocchi soggetti all’effetto Dunning-Kruger sono più numerosi e nefasti di una colonia di formiche rosse. Li trovi ovunque e non solo al bar o sul posto di lavoro, il che sarebbe il minore dei mali. Occupano postazioni strategiche – siedono su poltrone di velluto, reggono il timone, bucano gli schermi televisivi monopolizzando l’informazione e manipolando l’opinione pubblica – sicché grandinano sui poveri mortali giudizi, proclami e detti la cui consistenza sembra granitica per quanto siano fatti di sabbia. 
Inutile fare nomi, non serve. E poi sono troppi. Chiunque non può non riconoscere che siamo assediati da turlupinatori la cui autorevolezza dipende anche da noi. Abbiamo dato voce e credito a personaggi nauseanti che non sanno coniugare i verbi eppure ci ipnotizzano coi loro discorsi capziosi, a intellettualoidi schierati col sistema che mezzo secolo fa sarebbero stati presi a calci nel culo e oggi vengono idolatrati nonostante la loro insipienza e mala fede, a guitti che hanno costruito la loro nomea fingendosi fustigatori, a servi sciocchi che leccano il culo dei potenti, a losche figure paragonabili ai monatti del Manzoni giacché ungono i muri con i germi della non verità e della calunnia. È giusto chiamarli turlupinatori. Sono degli imbroglioni e la popolarità è il loro alibi. Possono dire quello che vogliono perché hanno le spalle coperte e sanno che pendiamo dalle loro labbra. A furia di vivere nella menzogna, mentre riscuotono gli applausi e le prebende, gli ignoranti e gli incompetenti si convincono sempre più di essere intelligenti, abilissimi, superiori. Pensano di valere, confondendo la fama e il successo con il reale peso specifico di un essere umano. D’altra parte, un turlupinatore non sarebbe tale se non fosse convinto di valere più di colui che deve turlupinare. Logico, no? 
Sono stanco ma non me la sento di ritirarmi in un monastero di Meteora o quanto meno di spegnere definitivamente il televisore, rinunciando anche alla lettura dei principali quotidiani e alla navigazione su Internet, perciò so che il mio lamento è una geremiade fine a se stessa. Non vedo rimedi alla deriva di un mondo che ha rinnegato la meritocrazia, le virtù e il buon senso. Non so quando e perché abbia avuto inizio il degrado che ha aperto questa stagione all’insegna dell’incompetenza, ha promosso la beatificazione dell’ignoranza e sancito l’apoteosi dell’inconsistenza. Ma temo che difficilmente avrà fine. Bisognerebbe inventare un vaccino contro l’effetto Dunning-Kruger e renderlo obbligatorio, sennonché il provvedimento incontrerebbe più resistenza di quella registrata con le vaccinazioni obbligatorie in ambito sanitario. Ma questa è un’altra storia, anche se i protagonisti sono gli stessi: turlupinatori e turlupinati.

mercoledì 11 luglio 2018

L'amore senza fine esiste e resiste

Esiste ancora l’amore senza fine, quello che i romantici chiamano “amore eterno”? La domanda è legittima, specialmente in un’epoca in cui la crisi d’identità e dei valori provoca la fragilità dei legami familiari e la caducità dei rapporti di coppia. La coppia scoppia, si dice, e parlare di eternità in tempi in cui trionfa l’effimero sembra fuori luogo. Confucio diceva che l’amore eterno dura tre mesi. Attualmente, un po’ meno. È difficile contestare il detto che “l’amore è eterno finché dura”. Eppure… Intanto bisognerebbe chiarire cosa sia l’amore senza fine. Facile. Si tratta di un sentimento che unisce due anime in un vincolo d’affetti così granitico, delicato ed esclusivo da conservarsi in vita e perpetrarsi oltre la vita stessa. È l’amore sprezzante delle convenzioni e delle mode, indifferente alle tentazioni e fedele alle promesse, che sa resistere all’usura del tempo e trionfa sulla morte. Io credo che non esista solo nei miti e nelle fiabe questo amore più forte delle intemperie. È reale per quanto sia raro, forse rarissimo. 
Ho letto una notizia, corredata da una di quelle immagini che lasciano senza parole, che mi ha confortato e insieme rattristato. Un uomo anziano è stato fotografato di spalle sul lungomare di Gaeta mentre compiva un rito commovente. Seduto su un muretto basso, di fronte al mare, aveva posato accanto a lui la foto incorniciata della moglie defunta, anch’essa rivolta verso il mare. Si è poi saputo che Giuseppe Giordano non si separa mai dalla foto della moglie, scomparsa nel 2011, ed è solito compiere questo gesto perché quando Ida era ancora in vita amavano passeggiare insieme sul lungomare, mano nella mano, affondando lo sguardo nel blu del mar Tirreno. Non so davvero come commentare una tenerezza così irrazionale e insieme logica, così delicata e struggente da scuotere l’apatia. Credo che il vedovo di Gaeta sia la dimostrazione vivente che l’amore senza fine esiste e resiste. Costui evoca personaggi e storie antiche. Come quella di Filemone e Bauci, narrata da Ovidio nel libro VIII delle Metamorfosi. Chi ha fatto gli studi classici potrebbe ricordarsi che questa coppia anziana e povera, il cui unico conforto era rappresentato dalle reciproche carezze, riceve la visita di Zeus ed Ermes sotto mentite spoglie. Gli dei li ricompensano per l’accoglienza promettendo loro di esaudire un desiderio. I due vecchi non scelgono il denaro, la giovinezza o l’immortalità ma di morire insieme e rimanere legati indissolubilmente anche dopo la morte. Per Filemone e Bauci l’amore eterno era il bene più grande, tant’è che gli dei esaudirono la richiesta. Furono trasformati in una quercia e un tiglio uniti tramite il tronco e quella pianta, cresciuta davanti alla loro umile dimora terrena, fu venerata come il più fastoso tempio di Zeus. Chissà, forse Giuseppe e Ida avrebbero fatto la stessa scelta di Filemone e Bauci. E forse, Giuseppe emulerebbe Orfeo pur di riportare in vita Ida. Anche la storia di Orfeo ed Euridice, narrata sempre da Ovidio ma nel libro X delle Metamorfosi, parla di amore senza fine. Ve la ricordate? Quando Euridice, morsa da un serpente velenoso, muore, Orfeo non si dà pace e riesce a convincere gli dei degli Inferi a restituirgli l’amata. Egli accetta la condizione che gli viene posta: non dovrà mai voltarsi indietro a guardarla durante la risalita. Orfeo non resiste, però, si volta e perde per sempre Euridice che continuerà a vivere solo nella sua mente e nel suo cuore. 
Suscita tenerezza pensare che il legame fra Giuseppe e Ida non si sia mai spezzato, nonostante la scomparsa fisica dei lei, e si rinnovi attraverso le lacrime dignitose che sfuggono all’uomo rimasto solo, ai suoi ricordi, alle parole che rivolge alla foto della moglie, convinto che lei lo possa sentire e lo approvi. Ma questo dialogo impossibile, questo struggimento che ha radici profonde e motivazioni spirituali, di fronte al quale molti potrebbero sorridere scioccamente o ironizzare, non è forse della stessa natura di quello di chi si reca al cimitero e dialoga con la persona cara sepolta in una tomba? L’assenza può rivelarsi un collante più forte della presenza. La perdita di chi abbiamo amato veramente accresce il valore del vincolo affettivo, lo depura dalle imperfezioni esistenziali depositandolo sugli altari dell’immaginifico. Paradossalmente, si può amare di più quando l’oggetto del nostro amore è perduto, quando la memoria cancella le imperfezioni e ci consegna un ritratto ideale. L’amore vero, totale, coinvolge due anime affini, le unisce, le spinge verso un’avventura comune in cui la fisicità esercita un ruolo importante ma transitorio. Crediamo di amare l’aspetto fisico di chi ci sta accanto, la sua personalità, è ciò è parzialmente vero. In effetti, amiamo la sua essenza, il suo spirito, la sua anima. 
Mi sono chiesto tante volte perché ciò accada. Ho trovato la risposta di cui non sono semplicemente convinto ma pienamente consapevole. Trovo illuminante un verso del poeta Holderlin: “Ancor prima che l’uno sapesse dell’altra, noi ci appartenevamo.” Avete mai provato la sensazione idilliaca di innamorarvi di qualcuno che sentivate di conoscere prima d’incontrarvi? Io sì. Ho avuto la fortuna di “ritrovare” la donna che ho sposato. E quando dico “ritrovare”, intendo dire che ci eravamo già amati in un’altra vita. Ci siamo riconosciuti. Ci siamo riuniti. Le anime, soprattutto quelle antiche, intrecciano i loro passi di vita in vita, si riallacciano e consolidano il loro rapporto. Chi ci fu figlio potrebbe tornare come moglie, un fratello potrebbe tornare come madre. Esistono legami che sforano il tempo e perdurano nelle dimensioni sottili. Non esistono prove di ciò che asserisco ma ci sono certezze che non hanno bisogno di un riscontro empirico, vidimato dalla scienza. Mi viene da pensare che l’affetto, il rispetto, la tolleranza reciproca, la comunione d’intenti, la complicità che può unire due anime speciali – genitore e figlio, fratello e sorella, marito e moglie – abbia origini lontane e profonde. Eteriche e astrali oltre che viscerali. Non può essere un vincolo che si forma all’improvviso e matura in pochi anni, bensì il frutto di un intreccio remoto. Forse, Giuseppe e Ida erano uniti prima ancora di conoscersi e amarsi in questa vita. E per loro, come per me e gli altri esseri fortunati che hanno goduto le gioie del vero amore, valgono le parole immortali di Shakespeare: “Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio”.

mercoledì 4 luglio 2018

Leonardo e lo strano caso della piaga del ballo

Le cronache di cinquecento anni fa si occuparono di un fatto stravagante accaduto nel mese di luglio che sollevò molta polvere. Accadde, infatti, che in questi giorni caldi una popolana di nome frau Troffer iniziò a ballare forsennatamente per le strade di Strasburgo. Dopo una settimana in cui non aveva mai smesso di danzare, a lei si unirono altre trentaquattro persone, che in seguito divennero quattrocento perché il ballo aveva un effetto magnetico, quasi ipnotico, sugli abitanti della città. Si iniziò a parlare di “piaga del ballo” e si notò che i ballerini non riuscivano a fermarsi nonostante desiderassero interrompere la danza. Quella strana epidemia durò molti giorni e dopo un mese dall’inizio si registrarono diversi infortuni (per lo più fratture alle caviglie) e i primi decessi. I danzatori morivano per spossatezza, attacchi di cuore e ictus. Le autorità locali, che all’inizio avevano assecondato il fenomeno allestendo un palco di legno e ingaggiando musicisti e coreografi, si spaventarono. L’epidemia era sfuggita al loro controllo ma fortunatamente la “danza macabra” ebbe fine agli inizi di settembre per cause naturali e grazie ad alcuni provvedimenti municipali. Va da sé che la notizia di quanto era accaduto nella città alsaziana, che allora faceva parte del Sacro Romano Impero, fece il giro dell’Europa. 
Nel mio nuovo romanzo Le infinite ragioni, prossimamente in libreria, ho immaginato che anche Leonardo da Vinci venisse a conoscenza del singolare episodio tramite una lettera inviatagli da Erasmo da Rotterdam nell’autunno del 1518. Ecco come Leonardo commenta la notizia riferitagli dal grande umanista attento ai fatti di costume: Nel mese di luglio dell’anno in corso è scoppiata una bizzarra epidemia a Strasburgo. Ha avuto inizio quando una donna scese per strada e si mise a danzare senza smettere mai. Dopo sette giorni, oltre cento persone la imitarono e dopo un mese c’erano in città più di quattrocento folli che danzavano notte e giorno senza fermarsi. Erasmo afferma che la città era in preda all’isteria collettiva e che a settembre, al fine di arrestare il contagio, le autorità deportarono i danzatori superstiti – alcuni erano morti d’infarto, spossatezza o per un colpo di calore – in un santuario acciò fossero curati. Il fatto curioso, ha rimarcato Erasmo, è che le persone colpite dal morbo della danza imploravano aiuto imperoché non riuscivano a fermarsi. Parevano possedute. Erasmo scrive che furono interpellati medici e astrologi e formulate varie ipotesi sulle cause dell’insolito fenomeno. Si pensò che i danzatori folli patissero l’effetto di un allineamento planetario o fossero in balia di una potenza sovrannaturale, che avessero ingerito la segale cornuta, che provoca allucinazioni e il fuoco di Sant’Antonio, o che fossero impazziti a cagione della fame o di qualche male sconosciuto. Per ultimo, si ipotizzò che fossero in balia di una frenesia mistica se non della maledizione di San Vito. Dopo avermi descritto ogni particolare della malattia, Erasmo mi chiede che cosa ne penso. Vivaddio, io non penso alcunché! Non ho mai sentito una storia così bislacca e non sono un astrologo o un cerusico per sputare sentenze. Risponderò con parole che già scrissi: La natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in esperienza.”  
In effetti, medici e luminari si interrogarono a lungo sulle ragioni di un fenomeno che, per altro, si era già verificato in passato in altri luoghi. I cronisti medievali hanno infatti registrato almeno altri dieci casi di danza compulsiva, il più importante dei quali avvenne nel 1374 in molte città delle Fiandre. Lo stesso, famoso caso del Pifferaio magico di Hamelin ha delle analogie coi fatti di Strasburgo. Sembra, infatti, che a ispirare questa fiaba sia stato un evento del 1232, quando un gruppo di bambini cominciò a saltellare e ballare senza sosta da Erfurt fino a Arnstadt, in Germania. Quali potevano essere le cause che Leonardo elenca ma senza prendere posizione? Prese corpo l’ipotesi che i ballerini avessero ingerito la segale cornuta, la cui muffa può provocare l’alterazione del flusso sanguigno e quindi spasmi oltre a provocare movimenti scoordinati del corpo. In effetti, questa muffa, nota come fungus ergot è la versione organica del principio allucinogeno dell’LSD. Si chiamò in causa la “teoria degli umori, e quindi l’eccesso di sangue. Ma l’alto numero di persone coinvolte fece propendere per l’isteria di massa, causata forse dalle misere condizioni sociali della popolazione. I ballerini erano quasi tutti poveri e disperati, soffrivano la fame e diversi erano malati. Ma perché caddero in una sorta di trance che conduceva alla morte? Nel 2009 lo storico John Waller ha indagato la vicenda, rimarcando nel saggio “A time to dance, a time to die” la storicità dell’avvenimento ma anche il fatto che la psicosi collettiva di Strasburgo rientra nelle dinamiche della psicologia di massa, condizionata da un insieme di fattori straordinari quali la superstizione, la tensione civile e lo stress dovuto alla instabilità economica. Insomma, probabilmente fu un caso di psicosi di massa (e perciò fu chiamato in causa Satana) ma ancora oggi non si può affermare con certezza perché la gente danzava in preda al furor panico e non riusciva a controllarsi né tanto più fermarsi. Di fronte a un evento così bizzarro e inspiegabile, Leonardo dovette provare uno stupore profondo e se non fosse stato malato e ormai inabile a reggere il pennello è probabile che avrebbe fatto quanto meno un disegno per celebrare il fatto. Ci pensarono altri artisti coevi a immortalare la piaga del ballo, fra cui l’incisore fiammingo Hendrik Hondius, che prese ispirazione da un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, testimone oculare di una successiva epidemia da ballo avvenuta nel 1564 nelle Fiandre. Per altro, Bruegel era affascinato dalle danze popolari e campestri, come testimonia il suo famoso olio di tavola nota come “Danza di contadini” o “Danza nuziale”. Tornando al nostro Leonardo, è interessante notare che in gioventù amava danzare e che in seguito curò e allestì apparati scenici di balletti di corte. Gli anni del suo soggiorno francese gli suggerirono la caducità della vita umana. Per quanto continuasse a occuparsi di scenografie e coreografie fantasiose – le feste del re Franceco I erano sfarzose – egli dovette osservare con rimpianto le performances dei cortigiani impegnati nelle danze più in voga, cioè la pavana, la gaillarde, la branle, l’allemande e la veloce courante. E probabilmente, riflettendo sullo strano caso della piaga del ballo di Strasburgo, la sua mente avrà conosciuto un duplice tormento. Da una parte, l’impossibilità di sondare il mistero, dall’altra la nostalgia dei tempi in cui la sua bellezza ed eleganza, unitamente alla sua energia, attiravano su di lui sguardi ammirati e concupiscenti. Forse, avrà masticato amaramente le memorabili parole di Lorenzo il Magnifico, macerandosi al desiderio di ritrovare la bella giovinezza “che si fugge tuttavia”. 
Supposizioni, sia chiaro. Chi può dire cosa passò nella mente di un uomo che la vecchiaia aveva debilitato nel corpo ma senza privarlo di quella lucidità e curiosità mentale che conservò fino all’ultimo respiro?