lunedì 27 agosto 2018

Il turista e l'evoluzione della specie

Sono nato e vivo in una città turistica. Dovrei considerarla una fortuna ma non ci riesco. Sono allergico ai turisti, forse perché l’evoluzione della specie è sgradevole. Col passare degli anni la libellula curiosa si è trasformata in una locusta biblica. La mutazione genetica è tale che provo una certa ostilità verso le nuove cavallette. Parafrasando Oscar Wilde, mi sento di affermare che “fra tutti gli esseri umani insopportabili – e lo sa Dio quanti ce ne sono! – i turisti sono i peggiori”.  
Intanto, va messo agli atti che l’Italia è il quinto paese al mondo per presenza turistica. Nel 2017, abbiamo accolto oltre 50 milioni di turisti, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Meglio di noi hanno fatto solo la Francia, gli U.S.A., la Cina e la Spagna in ordine di graduatoria. Ottimo, si dirà, Dipende. C’è un contraltare: la crescita quantitativa del fenomeno turistico è inversamente proporzionale all’aspetto qualitativo. Ahinoi, si tratta di una tendenza irreversibile. Aumentano i visitatori e i vacanzieri che scelgono il Bel Paese come meta, peccato che siano sempre più superficiali, grossolani e maleducati, spesso insopportabili. Non solo perché fanno il bagno nelle fontane artistiche e deturpano i monumenti, sporcano senza ritegno o schiamazzano ubriachi nel cuore della notte, ma per l’atteggiamento villano e spocchioso con cui prendono possesso del territorio degli altri. Ovvero, presupponendo che in virtù della patente di viaggiatore sia loro concessa ogni libertà, anche quello di ledere la libertà altrui. Sono come i vandali di Genserico, quello che saccheggiò Roma nel 455. Dovrei sottoscrivere la disamina di Corrado Augias, secondo il quale è la conoscenza degli eventi storici e culturali che distingue l’accorto viaggiatore dal turista. Dimentichiamoci dei primi (categoria a cui penso di appartenere), che hanno il mio massimo rispetto ma sono sempre meno e sanno come comportarsi. Il turista comune coevo, quello frettoloso e insulso, che sposa la logica predatoria della migrazione di massa, respinge a priori la conoscenza. In effetti non gliene frega niente di sapere e capire. Va in cerca del divertimento e del godimento dei sensi, perché è troppo superficiale e avido per pensare ad altro, tipo la bellezza. Ignora cosa sia la sindrome di Stendhal, al massimo oscilla tra due poli opposti: la sindrome di Scrooge e quella dell’acquisto compulsivo. Poiché ritiene che la vacanza sia come il carnevale, per cui ogni scherzo vale, molla i freni inibitori e trasgredisce come se fosse il suo ultimo giorno di vita.
Intendiamoci, sto generalizzando. Il mio è un j’accuse contro i turisti incivili, non contro i turisti in generale. Sarà colpa del turismo low cost, degli airbnb e della globalizzazione – in una parola la massificazione del turismo – sta di fatto che sono cresciute in maniera esponenziale le falangi dei turisti cafoni, ignoranti e cialtroni. L’invasione delle orde ostrogote, che i residenti mal sopportano (salvo quelli che hanno attività economiche legate al turismo) – come dimostra l’insofferenza crescente dei veneziani, dei fiorentini, ecc – è un fenomeno invasivo che sta sfuggendo di mano. Il parossismo turistico è accettato in nome del dio denaro e di una tolleranza ingenua come se fosse una benedizione. Per pochi, però. 
In questi giorni, girando per la mia città, gonflé a bloc, come direbbero oltralpe, avverto una certa nausea. Le scene all’insegna della maleducazione e dell’imbecillità di cui sono protagonisti i turisti, soprattutto quelli più giovani e meno facoltosi, sembrano tratte da film demenziali che non suscitano il sorriso ma lo sconforto. Ho notato che molti stranieri, ligi alle regole e al rispetto del prossimo a casa loro, quando sono in Italia “svaccano”. Ad esempio, i cittadini svizzeri che non getterebbero nemmeno un coriandolo di carta per terra nei loro cantoni, quando sono in Italia agiscono come se avessero il bisogno compulsivo di insozzare, violare le norme, emulare i lanzichenecchi. E che dire dei francesi e dei tedeschi? I primi, rumorosi e arroganti, sono convinti che l’Italia sia un possedimento napoleonico e i secondi, pur essendo più rispettosi, credono che a comandare da noi sia la Merkel. I russi e i turisti dei paesi emergenti sono come i bambini indisciplinati, non hanno idea di come si debba comportare un ospite. Ma i “visitors” peggiori sono certamente i britannici, tirchi e campioni mondiali di ubriachezza molesta. Fortunatamente esistono le eccezioni. I giapponesi sono gentili ed educati mentre scandinavi, australiani e americani risultano affabili. Sugli italiani sorvolo per non cadere nei luoghi comuni. Tuttavia, ho sperimentato più volte che bisogna essere impermeabili per sopravvivere quando entra in scena una chiassosa comitiva di romani o napoletani. 
La banalità del turista “mordi e fuggi” non è l’unico connotato del turismo del XXI secolo. Probabilmente, ciò che distingue la psicologia del turista contemporaneo rispetto a quello di una volta è il fatto che concepisca la vacanza come una performing art, per cui recita una parte non usuale, veste i panni della guest star, esprimendosi senza limiti e remore, giocando il ruolo che più si confà alla sua natura, al suo temperamento. Non è sempre stato così, e non mi riferisco ai tempi del Grand Tour del XVII secolo. Fino a una ventina di anni fa il turismo era più garbato e intelligente, meno vorace e caotico. La specie si è evoluta, come dicevo, e chissà quali sorprese ci riserverà in futuro. 
Non mi resta che metterla sul ridere, risalendo alle origini del misfatto. Il responsabile primigenio è Thomas Cook, che nel 1841, volendo sfruttare le grandi possibilità offerte dal treno, organizzò un viaggio di 11 miglia da Leicester a Loughborough cui parteciparono 600 persone al prezzo di uno scellino. Era una cosa mai vista prima e fu un successo. In seguito Cook, antesignano dei tour operator, organizzò pacchetti turistici sempre più invitanti. Di fatto, è il creatore della specie itinerante e ogni volta che andando in un posto ci lamenteremo che ci sono troppi turisti (il paradosso è che il turista va dove è pieno di turisti ma vorrebbe essere solo) ricordiamoci di lui. Come fece un mio conoscente, che esasperato dall’abbraccio asfissiante dei turisti cinesi sul lungolago, si sfogò con un sonoro “Ma vada via il cook!”.

venerdì 17 agosto 2018

Dacci oggi la nostra resilienza quotidiana

“Non ti arrendere mai, neanche quando la fatica si fa sentire, neanche quando il tuo piede inciampa, neanche quando i tuoi occhi bruciano, neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati, neanche quando la delusione ti avvilisce, neanche quando l’errore ti scoraggia, neanche quando il tradimento ti ferisce, neanche quando il successo ti abbandona, neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta, neanche quando l’incomprensione ti circonda, neanche quando la noia ti atterra, neanche quando tutto ha l’aria del niente, neanche quando il peso del peccato ti schiaccia… Invoca il tuo Dio, stringi i pugni, sorridi… e ricomincia” (San Leone Magno)
 
Le parole di Leone I, papa e dottore della Chiesa vissuto nel V secolo, mi offrono lo spunto per parlare di una parola oggi di gran moda, cioè “resilienza”. Si sente frequentemente ma ho il sospetto che molti non abbiano ben chiaro cosa essa significhi o fingano di saperlo. Per contro, tutti ne abbiamo bisogno, non possiamo farne a meno per mantenere un accettabile equilibrio sul filo della vita, dove transitiamo come equilibristi più o meno abili. Ergo, voglio aiutarvi a capire. In senso generale, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. In psicologia, e quindi nell’ambito del comportamento umano, è la prerogativa di adeguarsi agli eventi traumatici, di reagire in maniera positiva alle delusioni e ai fallimenti, alla sfortuna e alle disgrazie. La resilienza è una virtù abbastanza rara che consente, a chi la possiede ed esercita, di ritagliarsi una fetta di felicità (o quanto meno di serenità) anche nella cattiva sorte, di fronte agli eventi negativi. Una virtù, dicevo, e come tutte le virtù è in parte innata e in parte acquisita. C’è chi la possiede fin dalla nascita e chi deve coltivarla, educarla faticosamente perché si trasformi in energia. Nessuno te la può regalare perché viene da dentro e qualora si sviluppi adeguatamente può trasformare il dolore in una risorsa, la delusione in un vantaggio, la sconfitta in un prodromo del successo. Perciò è fatica inutile chiedere “dacci oggi la nostra resilienza quotidiana”, salvo che la richiesta non sia rivolta all’Io, all’Innato cui serve attingere per trovare la forza necessaria. Solo noi possiamo nutrire questa forza, alimentare questa capacità che possediamo ma non usiamo. Solo noi possiamo cambiare le prospettive di vita, sviluppando la facoltà resiliente. Con buona pace di San Leone Magno, più che invocare un Dio antropomorfo creato dall’uomo, bisogna chiedere aiuto al dio interiore. Mentre sono pienamente d’accordo sulla necessità di stringere i pugni, sorridere e ricominciare. 
Come riuscirci? Non ho la ricetta e io per primo mi sforzo di applicare i dettami della resilienza quando serve. Ma credo, parlo per esperienza, che ci siano piccoli trucchi utili e accessibili. Il primo è non lamentarsi di fronte alle avversità. Non serve a nulla, se non a enfatizzare i lati negativi e rendere insopportabile il patimento e alimentare la rabbia. Le geremiadi non commuovono la fortuna e tanto più gli altri. Il secondo è dimenticare in fretta. Fa testo una bellissima frase di Lao-Tzu: “Impara a scrivere le tue ferite sulla sabbia e a incidere le tue gioie nella pietra”. So che non è facile ma aiuta a superare i momenti difficili. Il terzo trucco è evitare i giudizi. Einstein diceva che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. I nostri giudizi, in effetti, si nutrono di pregiudizi e ci impediscono di vedere la vera natura delle cose, dei fatti, della realtà. Bisognerebbe evitare i giudizi e valutare ciò che accade come se fosse latore di un messaggio. Anche perché nulla accade per caso, sebbene a volte abbiamo l’impressione che non ci sia una logica né soprattutto giustizia negli avvenimenti sfortunati e negativi che ci colpiscono. Il quarto trucco è cercare l’indizio positivo nascosto nell’evento negativo. Non tutto il male viene per nuocere, si dice. In effetti, una sconfitta o un dolore possono avere in nuce risorse evolutive, occasioni di crescita, di miglioramento. Lo so che è un’impresa titanica trovare il bello e il buono in un fallimento, in un lutto, in un crollo emotivo. Eppure, gli eventi negativi possono farci scoprire capacità che non sapevamo di avere, possono accrescere la nostra determinazione e l’ingegno. Ciò che non ci uccide ci rende più forti. Sarà banale ma è vero. Quinto e ultimo trucco: reagire. La parola resilienza deriva dal latino “resalio”, che significa “risalire sulla barca rovesciata”. È un’immagine magnifica. Il segreto, infatti, è non arrendersi se la nostra barca si capovolge e ci troviamo sbalzati in acque tumultuose. Significa non solo resistere ma reagire. Risalire sulla barca presuppone un sforzo superiore al rimanervi attaccati, galleggiando in attesa della fine. Una differenza non da poco, che chiama in causa la nostra forza di volontà, non solo l’istinto di sopravvivenza. 
Concludo questo breve commento con una riflessione. Dovremmo concepire la resilienza come una sfida, un’arte finalizzata a temprarci. Ricordo che nel 1991, il navigatore francese Gérard d’Aboville attraversò l’Oceano Pacifico a remi in 134 giorni. Partì dal Giappone e arrivò in America. Al termine della sua impresa, egli disse: “Il piacere è stato di compiere qualche cosa che, la prima volta che ci ho pensato, mi era apparsa al di sopra dei miei mezzi”. E se la chiave della resilienza fosse nel rifiuto di quelli che pensiamo siano i nostri limiti?

mercoledì 8 agosto 2018

Il volo su Vienna e il carburante italiano



Cento anni fa, in estate, la prima guerra mondiale volgeva verso il suo epilogo. È forse la ragione per cui ho sentito il bisogno di rileggere alcuni libri che raccontano senza veli cosa fu e quale trauma politico-militare e civile essa produsse nella società. Romanzi come Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque e un Anno sull’Altipiano di Lussu conservano il loro crudo fascino e non smettono di farci riflettere oltre a suscitare compassione verso coloro che furono protagonisti e insieme vittime di una carneficina assurda. Inoltre, qualche giorno fa, mi è capitato di sentire alla radio un brano di Enrico Ruggeri dal titolo Il volo su Vienna. Questa ballata evocativa fa parte dell’album Un viaggio incredibile, pubblicato nel 2016, e il cantautore rievoca un episodio della Grande Guerra che vide protagonista Gabriele D’Annunzio. Mi hanno colpito queste parole: “E mentre in fondo il mondo sta morendo una traiettoria ho disegnato già / ho due grandi ali per volare / andare via accarezzando il cielo / andare su puntare dritti verso il sole / scappare via per essere lontano / e toccare il paradiso con la mano”. 
Pochi conoscono i fatti relativi al Volo su Vienna – a scuola non si raccontano più gli aneddoti storici – e mi è venuta voglia di intrattenere i miei venticinque lettori rammentando quell’impresa bellica, avvenuta esattamente il 9 agosto 1918. Ordunque, dovete sapere che D’Annunzio, non nuovo a slanci creativi e di intraprendenza, ideò un italian job in linea con limprevedibile talento che distingue lo spirito nazionale. Si cominciava a delineare l’esito del conflitto ed egli pensò di dare un colpo al morale del nemico con un’operazione di propaganda talmente audace che se fosse riuscita avrebbe dato lustro all’Italia e sconfortato gli austriaci. Così fu. All’alba del 9 agosto, una formazione di undici aeroplani (Ansaldo S.V.A.) dell’87ª squadriglia decollò dal campo di aviazione di San Pelagio (PD) con l’obiettivo di raggiungere Vienna. Alla guida degli apparecchi c’erano alcuni fra i migliori piloti dell’aeronautica italiana, fra cui Antonio Locatelli, Girolamo Allegri detto “Fra Ginepro”, Aldo Finzi, Pietro Massoni, Ludovico Censi e Natale Palli, che prese a bordo Gabriele D’Annunzio sull’unico biposto. Sono nomi, a parte quello del Vate, che ai più non dicono nulla, ma appartengono a uomini intrepidi, assi di guerra senza paura. L’inizio non fu confortante; si verificarono delle avarie e due aerei dovettero atterrare appena partiti. Un terzo, pilotato dal tenente Giuseppe Sarti, fu costretto per noie al motore ad atterrare in territorio nemico. Sarti, sceso sul campo di Wiener Neustadt, prima di essere catturato dagli austriaci ebbe la prontezza di incendiare il suo velivolo. Lo stormo, ridotto a otto unità, proseguì il suo volo in formazione a cuneo nei cieli austriaci, superando indenne ogni ostacolo balistico e aereo, compresi alcuni forti temporali estivi, e raggiunse Vienna. Il cielo era limpido e quando la popolazione si accorse della presenza degli aeroplani italiani fu presa dal terrore. Le autorità militari erano state sorprese dal raid aereo e temettero che la città avrebbe subito un bombardamento. Ma le intenzioni di D’Annunzio e dei suoi erano di ben altra natura. Gli aerei si abbassarono a una quota di 800 m. e da essi piovvero su Vienna oltre 50.000 volantini anziché bombe. Il volantino era stato scritto da D’Annunzio con lo scopo di demoralizzare la popolazione e prepararla alla resa. Nonostante D’Annunzio fosse un letterato di successo, il testo era oscuro e retorico, difficile da tradurre in tedesco. Fortunatamente furono lanciati altri 350.000 volantini scritti da Ugo Ojetti il cui messaggio era molto più chiaro e diretto. Esso recitava: “Viennesi, imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni. Viennesi, voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messi l'uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo s'è volto contro di voi. Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell'Ucraina: si muore aspettandola. Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati! Viva la libertà! Viva l’Italia! Viva l’Intesa!”. Completata la missione, lo stormo prese la via del ritorno e fu così abile e fortunato da schivare i colpi della contraerea. Non c’erano state perdite e prima di atterrare a San Pelagio, D’Annunzio lanciò su Venezia un messaggio augurale comunicando l’esito favorevole dell’impresa. In effetti si trattò di un’impresa, tanto più grande perché inoffensiva e promozionale. D’Annunzio era un precursore della propaganda, ne conosceva il valore, e la sua “incursione inerme”, come fu definita, suscitò un enorme scalpore e una vasta eco morale e psicologica. La stampa austriaca riconobbe il valore del gesto e di chi l’aveva organizzato e guidato e criticò aspramente gli Asburgo. Lo stesso D’Annunzio inviò alla Gazzetta del Popolo di Torino un telegramma in cui affermava: “Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano”. 
Sapete perché vi ho raccontato questo episodio della Grande Guerra? Prima di tutto, perché è avvenuto oggi, un secolo fa. Poi perché mi piace estrarre dall’album degli orrori di quella immane tragedia un momento di nobiltà e poesia. Come canta Ruggeri, gli eroi di Vienna seppero “toccare il paradiso con la mano” in un momento in cui l’Europa era un inferno. Infine, perché ci dimentichiamo troppo facilmente di quanto, noi italiani, siamo capaci di iniziative e imprese che altri nemmeno riescono a immaginare. E di come, purtroppo, si tenda per vizio nazionale a ridimensionare il nostro talento per un senso di pudore o di colpa che non ha spiegazioni razionali. Noi siamo quelli che in tempo di guerra volarono sulla capitale del nemico ma non lanciarono fuoco ma fiori. Non dimentichiamolo. Noi siamo quelli dati per spacciati tante volte ma che hanno la capacità di stupire il mondo intero per la forza delle idee e il coraggio. Si chiama orgoglio il carburante di cui abbiamo bisogno per tornare a volare.