venerdì 17 agosto 2018

Dacci oggi la nostra resilienza quotidiana

“Non ti arrendere mai, neanche quando la fatica si fa sentire, neanche quando il tuo piede inciampa, neanche quando i tuoi occhi bruciano, neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati, neanche quando la delusione ti avvilisce, neanche quando l’errore ti scoraggia, neanche quando il tradimento ti ferisce, neanche quando il successo ti abbandona, neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta, neanche quando l’incomprensione ti circonda, neanche quando la noia ti atterra, neanche quando tutto ha l’aria del niente, neanche quando il peso del peccato ti schiaccia… Invoca il tuo Dio, stringi i pugni, sorridi… e ricomincia” (San Leone Magno)
 
Le parole di Leone I, papa e dottore della Chiesa vissuto nel V secolo, mi offrono lo spunto per parlare di una parola oggi di gran moda, cioè “resilienza”. Si sente frequentemente ma ho il sospetto che molti non abbiano ben chiaro cosa essa significhi o fingano di saperlo. Per contro, tutti ne abbiamo bisogno, non possiamo farne a meno per mantenere un accettabile equilibrio sul filo della vita, dove transitiamo come equilibristi più o meno abili. Ergo, voglio aiutarvi a capire. In senso generale, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. In psicologia, e quindi nell’ambito del comportamento umano, è la prerogativa di adeguarsi agli eventi traumatici, di reagire in maniera positiva alle delusioni e ai fallimenti, alla sfortuna e alle disgrazie. La resilienza è una virtù abbastanza rara che consente, a chi la possiede ed esercita, di ritagliarsi una fetta di felicità (o quanto meno di serenità) anche nella cattiva sorte, di fronte agli eventi negativi. Una virtù, dicevo, e come tutte le virtù è in parte innata e in parte acquisita. C’è chi la possiede fin dalla nascita e chi deve coltivarla, educarla faticosamente perché si trasformi in energia. Nessuno te la può regalare perché viene da dentro e qualora si sviluppi adeguatamente può trasformare il dolore in una risorsa, la delusione in un vantaggio, la sconfitta in un prodromo del successo. Perciò è fatica inutile chiedere “dacci oggi la nostra resilienza quotidiana”, salvo che la richiesta non sia rivolta all’Io, all’Innato cui serve attingere per trovare la forza necessaria. Solo noi possiamo nutrire questa forza, alimentare questa capacità che possediamo ma non usiamo. Solo noi possiamo cambiare le prospettive di vita, sviluppando la facoltà resiliente. Con buona pace di San Leone Magno, più che invocare un Dio antropomorfo creato dall’uomo, bisogna chiedere aiuto al dio interiore. Mentre sono pienamente d’accordo sulla necessità di stringere i pugni, sorridere e ricominciare. 
Come riuscirci? Non ho la ricetta e io per primo mi sforzo di applicare i dettami della resilienza quando serve. Ma credo, parlo per esperienza, che ci siano piccoli trucchi utili e accessibili. Il primo è non lamentarsi di fronte alle avversità. Non serve a nulla, se non a enfatizzare i lati negativi e rendere insopportabile il patimento e alimentare la rabbia. Le geremiadi non commuovono la fortuna e tanto più gli altri. Il secondo è dimenticare in fretta. Fa testo una bellissima frase di Lao-Tzu: “Impara a scrivere le tue ferite sulla sabbia e a incidere le tue gioie nella pietra”. So che non è facile ma aiuta a superare i momenti difficili. Il terzo trucco è evitare i giudizi. Einstein diceva che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. I nostri giudizi, in effetti, si nutrono di pregiudizi e ci impediscono di vedere la vera natura delle cose, dei fatti, della realtà. Bisognerebbe evitare i giudizi e valutare ciò che accade come se fosse latore di un messaggio. Anche perché nulla accade per caso, sebbene a volte abbiamo l’impressione che non ci sia una logica né soprattutto giustizia negli avvenimenti sfortunati e negativi che ci colpiscono. Il quarto trucco è cercare l’indizio positivo nascosto nell’evento negativo. Non tutto il male viene per nuocere, si dice. In effetti, una sconfitta o un dolore possono avere in nuce risorse evolutive, occasioni di crescita, di miglioramento. Lo so che è un’impresa titanica trovare il bello e il buono in un fallimento, in un lutto, in un crollo emotivo. Eppure, gli eventi negativi possono farci scoprire capacità che non sapevamo di avere, possono accrescere la nostra determinazione e l’ingegno. Ciò che non ci uccide ci rende più forti. Sarà banale ma è vero. Quinto e ultimo trucco: reagire. La parola resilienza deriva dal latino “resalio”, che significa “risalire sulla barca rovesciata”. È un’immagine magnifica. Il segreto, infatti, è non arrendersi se la nostra barca si capovolge e ci troviamo sbalzati in acque tumultuose. Significa non solo resistere ma reagire. Risalire sulla barca presuppone un sforzo superiore al rimanervi attaccati, galleggiando in attesa della fine. Una differenza non da poco, che chiama in causa la nostra forza di volontà, non solo l’istinto di sopravvivenza. 
Concludo questo breve commento con una riflessione. Dovremmo concepire la resilienza come una sfida, un’arte finalizzata a temprarci. Ricordo che nel 1991, il navigatore francese Gérard d’Aboville attraversò l’Oceano Pacifico a remi in 134 giorni. Partì dal Giappone e arrivò in America. Al termine della sua impresa, egli disse: “Il piacere è stato di compiere qualche cosa che, la prima volta che ci ho pensato, mi era apparsa al di sopra dei miei mezzi”. E se la chiave della resilienza fosse nel rifiuto di quelli che pensiamo siano i nostri limiti?

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