lunedì 15 ottobre 2018

Leonardo e la musica, una liaison disinvolta

Leonardo da Vinci amava la musica ma non gli consegnò mai il suo cuore, non completamente. Nel Trattato della pittura ha lasciato scritto che “la musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura, conciossiaché essa è subietto dell’udito, secondo senso all’occhio, e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o più tempi armonici”. Poi, precisa che “la pittura eccelle e signoreggia la musica perché essa non muore immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata musica, anzi, resta in essere, e ti si dimostra in vita quel che in fatto è una sola superficie”. Candidamente ammise che pur amando la musica la riteneva fugace, inferiore alle arti figurative almeno per quanto concerne la conoscenza. Nel mio romanzo Le Infinite ragioni, Leonardo pone fine a una discussione colta affermando che «non c’è frottola, strambotto o villotta che possa immortalare la bellezza di cui Dio ci ha fatto dono come riesce al pennello e non esiste nota musicale dispersa nell’etere che possa fissare la natura quanto il colore su una tela o una tavola». Eppure, sappiamo che ricorse spesso ad analogie musicali per approfondire le virtù trascendenti della pittura, arrivando a definire la musica “raffigurazione dell’invisibile”. Il grande Genio le riservava le premure e gli slanci brevi che si concedono a un’amante alla quale, però, non ci si vuole legare indissolubilmente. Era affascinato dal mondo uditivo, come rivela il Codice Atlantico, e il suono costituiva la chiave di lettura per comprendere certi fenomeni naturali. L’acustica gli suggeriva gli schemi teorici per capire le leggi della natura. Ma il suo rapporto con la musica, pur appassionato, fu segnato da una continua toccata e fuga. 
La sua versatilità gli permise di essere un musicista di rara abilità, il cui vero limite era la costanza, ma anche un cantante pregevole. Suonava e insegnava la lira, il nobile strumento caro a Orfeo, ed era così apprezzato che quando Lorenzo il Magnifico lo inviò a Milano, nel 1482, per liberarsi della sua presenza scomoda, Ludovico il Moro lo accolse convinto che egli fosse, sopra ogni altra qualifica, un superbo musicista. Il Vasari conferma quanto fosse fondata questa aspettativa e l’Anonimo riporta che Leonardo, insieme all’allievo Atalante Migliorotti, presentò al duca di Milano una lira in argento a forma di teschio di cavallo, da lui stesso costruita, che costituiva una “cosa bizzarra e nuova, acciò che l’armonia fosse con maggior tuba e più sonora di voce”. L’estrosità di Leonardo è confermata dal fatto che partecipò a una gara musicale presso la corte sforzesca e la vinse, superando tutti gli altri musici. Inoltre, sapeva emozionare Beatrice d’Este e le sue damigelle cantando le frottole così di moda nelle corti principesche. La lira milanese non fu l’unico strumento musicale creato da Leonardo. Fra gli appunti e i disegni contenuti nei codici leonardeschi ci sono vari progetti, alcuni articolati e complessi, fra cui la celebre viola organista (Codice Atlantico, foglio 586), la clavi-viola (Codice Atlantico, foglio 93r) e una fisarmonica antesignana (Codice di Madrid, foglio 76r). Ma anche strumenti militari, come i tamburi meccanici trainati da bestie e azionati da leve (Codice Atlantico, foglio 837). Pare che Leonardo abbia collaborato coi Dieufoprugar, una nota famiglia di liutai di Lione, all’invenzione del violino. Bisogna sottolineare che la finalità ultima delle sue creazioni in ambito musicale era di natura scientifica e non artistica; Leonardo professava l’automatizzazione dello strumento, voleva renderne l’utilizzo il più facile possibile.
Anche la sua pittura rese omaggio alla musica. Più precisamente, a un musicista coevo di cui non conosciamo l’identità certa. Mi riferisco al Ritratto di Musico, che secondo molti studiosi raffigura Franchino Gaffurio, maestro di Cappella del Duomo di Milano dal 1484. Altri ricercatori, invece, pensano che questo dipinto a olio su tavolo, databile al 1485 ca. e attualmente conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, abbia immortalato il celebre compositore franco-fiammingo Josquin Desprez, noto come Giosquino. Costui era stato un cantore della cattedrale milanese prima di mettersi al servizio degli Sforza fino al 1504. Leonardo lo frequentò a Milano e ne Le Infinite ragioni ho immaginato che i due si ritrovassero in Francia. Il grande maestro della polifonia vocale, ormai vecchio, era tornato a casa nel 1516, lo stesso anno in cui Leonardo accettò l’ospitalità del re Francesco I. Il loro ultimo incontro avvenne ad Amboise o forse ad Argentan o Romorantin, dove il re e la corte amavano sollazzarsi con feste memorabili. Leonardo annota che Il più grande compositore vivente mi ha detto che conserva il ritratto che gli feci come se fosse il suo bene più prezioso. Ha cantato per me, nel mio studiolo, e mi sono commosso, ma la sua voce rivela impietosamente che ha già compiuto settantasei primavere. Gli ho fatto i complimenti e lui, sorridendo con gli occhi ormai appannati, ha replicato: «Non mentite, maestro, la musica di un vecchio ha il suono di un guscio vuoto». Povero vegliardo, si è ritirato nella canonica di Condé sull’Escaut e mi ha confessato che rimpiange gli anni in cui mieteva successi nelle corti italiane!”. Negli anni del crepuscolo francese, la musica allietò lo spossato Leonardo ma a un tempo lo immalinconì. Il re amava la musica polifonica, come molti cortigiani fra cui il cardinale di Tournon e il cardinale di Guisa, e presso la corte di Amboise si esibivano musicisti e cantanti validissimi. Perciò è plausibile che Leonardo abbia conosciuto Jean Mouton, famoso per i suoi mottetti, e Clement Janequin, il brillante allievo di Giosquino. 
Non fu la musica, tuttavia, a consolarlo. Negli ultimi mesi di vita tradì Euterpe, partner di una liaison disinvolta e frammentaria, ma non per gettarsi nei gorghi dell’invenzione e della creazione artistica. Benché la musica sia una legge morale che “dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose” – come scrisse Platone – accadde che Leonardo andò cercando le risposte mai trovate in ambito religioso. Fu la fede, nella fattispecie la riscoperta del cristianesimo, a fargli percepire l’eco della musica più intima e consolatrice, quella delle sfere celesti.

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