giovedì 6 dicembre 2018

Leonardo e Roma, un amore mai sbocciato

Venerdì 14 dicembre avrà inizio il tour di presentazioni e conferenze legate al romanzo Le infinite ragioni. La “prima” andrà in scena a Roma, presso Palazzo Firenze, storica dimora romana della famiglia Medici e oggi sede della Società Dante Alighieri. Ed è giusto parlare di scena poiché l’attore Riccardo Mei interpreterà Leonardo da Vinci nella raffinata cornice della Galleria del Primaticcio recitando un monologo in sei parti tratto dall’opera, accompagnato dalle note di alcune danze rinascimentali eseguite con il traversiere (il flauto antico). 
Tocca a Roma, dunque, battezzare il mio libro e ne sono lieto. Mi sono chiesto, tuttavia, se Leonardo sarebbe contento di questa scelta o avrebbe qualcosa da ridire. Il suo rapporto con Roma, infatti, non fu dei migliori e vorrei spiegarvi perché. Potrebbe interessarvi saperlo anche se non siete romani o non vivete nella Città Eterna. Intanto, va detto che Roma ebbe un ruolo molto meno importante di Firenze e Milano nella vita del Genio toscano, tant’è che vi si recò per la prima volta solo nel 1500, quando aveva quarantotto anni. Fu una visita fugace, legata a un periodo errabondo. Nell’aprile di quell’anno, un mese infausto perché Ludovico il Moro fu catturato dai francesi, Leonardo si trovava a Bologna e da lì fece una scappata a Roma e forse visitò Tivoli. Non meno breve, anch’essa all’insegna della toccata e fuga, deve essere stata la sua seconda visita romana, risalente al 1503. L’anno precedente, Leonardo era entrato al servizio di Cesare Borgia, seguendolo nelle campagne militari in Romagna e ispezionando le fortezze dei suoi stati. Fu la morte di Papa Alessandro VI a condurlo a Roma ed è plausibile che egli abbia assistito alle esequie del dissoluto Rodrigo Borgia, padre del Valentino, sebbene le cronache riportano che il Papa fu sepolto senza funerale in San Pietro e che la folla, diffusasi la notizia del decesso, scese in piazza. Ma se vogliamo parlare di “periodo romano” nella vita di Leonardo – e possiamo farlo con certezza – dobbiamo inquadrarlo nell’arco di tempo che va dal 1513 al 1516. L’elezione del nuovo Pontefice Leone X aveva creato grandi aspettative negli artisti dell’epoca, che in massa confluirono a Roma. Oltre a Michelangelo, Raffaello, Luca Signorelli, Giuliano da Sangallo, Sodoma, il Bramante e altri c’era anche il sessantunenne Leonardo, che partì da Milano il 24 settembre insieme ai suoi allievi Boltraffio, Melzi, Salaì e Fanfoja, per raggiungere la capitale, dove sperava di ottenere ingaggi all’altezza della sua fama e laute prebende. Era stato invitato dalla famiglia de’ Medici perché contribuisse alla rinascita culturale, artistica e architettonica della città e godette fin dal principio della protezione di Giuliano de’ Medici. Alloggiò al Belvedere del Vaticano, una villa le cui stanze che erano state appositamente preparate e arredate per il suo conforto da Giuliano Leno, amico del Bramante. Non era solo un’abitazione ma anche uno studio-laboratorio dove poteva studiare, sperimentare ed esprimere il proprio talento, coadiuvato dai suoi collaboratori. 
Ma come fu il periodo romano? Fu povero di luci e ricco di ombre. Leonardo era sempre più inquieto e insoddisfatto, inabile ad affondare le radici in un posto (si allontanò da Roma per seguire Giuliano o recarsi nelle paludi pontine e visitare il porto di Civitavecchia) non riuscì ad ambientarsi come avrebbe voluto. Frequentò il “palazzo” e i dignitari di corte ma senza fortuna. Nel manoscritto di Amboise annota che “a Roma ho imparato che i cortigiani hanno le scarpe di bucce di cocomero”. Ben presto, divenne l’oggetto di scherno di questi cortigiani che lo consideravano un fossile (come quelli che cercava sul Monte Mario), un povero vecchio dalla barba bianca notabile solo per i suoi “ghiribizzi”, che vagava cupo e solitario nei corridoi del Vaticano. Roma era infida e ingenerosa, la “sentina di tutti i vizi” come aveva detto Lorenzo il Magnifico, e Leonardo, incompreso dai coevi e anche dal Papa (che paradossalmente era un Medici ma non ebbe per lui affetto o riguardo, anzi lo pagava la miseria di 33 ducati ma ne dava 12.000 a Raffaello per ognuna delle “Stanze”), faticò a ritagliarsi il suo posto. Non fu certo un posto degno della sua grandezza e in mancanza di committenti di opere d’arte, escluso com’era dal giro delle grandi opere di quel tempo come il cantiere di San Pietro e le decorazioni del Palazzo Vaticano, ripiegò sugli studi matematici e scientifici. Si dedicò con non poche difficoltà agli approfondimenti anatomici presso l’ospedale Santo Spirito in Saxia e portò avanti il progetto degli “specchi ustori” che avrebbero dovuto convogliare il calore del sole su una cisterna di acqua al fine di produrre energia. Il progetto del gigantesco telescopio abortì anche a causa dell’invidia dei suoi aiutanti tedeschi (i maestri Giorgio e Giovanni), che lo accusarono di necromanzia procurandogli un forte dispiacere. L’ultima testimonianza storica della presenza di Leonardo a Roma risale all’agosto 1516, quando trascrisse le misurazioni della Basilica di San Paolo cui stava lavorando. Poche settimane dopo, a settembre, un Leonardo sfiduciato, menomato a causa di una infermità al braccio destro e privo di protettori dopo la morte di Giuliano de’ Medici, accettò l’invito del re di Francia e lasciò Roma (e l’Italia) per sempre, senza lasciare tracce insigni o rimpianti. Eppure, il Vasari scrive che a Roma eseguì alcuni dipinti, fra cui un quadretto di dama per Baldassarre Turini da Pescia, datario di Papa Leone X, e il ritratto di un fanciullo. Dipinse anche la Famosa Leda con il Cigno. Ma queste opere sono scomparse nel nulla. In realtà, la vera impronta del soggiorno sui sette colli del Genio di Vinci l’ha lasciata Raffaello Sanzio, ritraendolo nei panni di Platone nell’affresco della Scuola di Atene
Una cosa è certa: Leonardo non si innamorò di Roma e Roma non lo corteggiò. È giusto parlare di un amore mai sbocciato. Nel mio libro, tuttavia, ho attribuito a Leonardo un ricordo bizzarro che si apre come uno squarcio nei suoi vissuti romani. Egli scrive: fui testimone insieme a diverse migliaia di cristiani dell’apparizione in cielo di una grande e mirabile figura luminosa. Era una sorta di stella a tre code simili a razzi. La prima si estendeva verso oriente, la seconda verso Firenze e la terza, di un colore rosso sanguinolente, copriva per intero la città di Roma. Il popolo, pensando di assistere a un avvertimento divino, gridò al prodigio e io notai che quel segno di forma triangolare vibrava come se fosse alimentato da un motore invisibile e che il suo bagliore era innaturale. Com’era apparsa, la stella sparì all’improvviso, lasciandomi di stucco.”. Il fatto è avvenuto realmente e lo notò anche il Buonarroti, come testimoniano il dotto fiorentino Giovanni Papini nella Vita di Michelangiolo e il cronista benedettino Benedetto Lushino in Vulnera diligentis (II libro, cap. XII). Il che ci porta a concludere che forse Leonardo non colse la magia di Roma, un incantesimo affiorante nel palindromo Roma-Amor.

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