venerdì 21 dicembre 2018

L'ultimo Natale di Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci trascorse gli ultimi tre Natali della sua vita in Francia e benché non ci abbia lasciato alcuna testimonianza di come li festeggiò, ho ricostruito l’atmosfera di quei giorni particolari ne Le infinite ragioni, dove gli ho attribuito ricordi immaginari ma plausibili. 
Il primo Natale, nel 1516, fu vivace e foriero di entusiasmo. Leonardo era appena arrivato ad Amboise dopo un lungo viaggio iniziato a Roma e, come sappiamo, fu accolto da Francesco I di Valois con grande affetto e letizia. Pochi giorni dopo il suo insediamento nella dimora di Cloux, l’Artifex errabundum accettò l’invito del re cristianissimo a prendere parte come ospite d’onore alle celebrazioni del Natale che si tennero nel palazzo reale. Egli annota nel suo diario segreto: Io, triumphe! Ho mantenuto la promessa fatta al re e ho festeggiato la natività di nostro Signore Gesù Cristo insieme a lui, alla sua famiglia e ai cortigiani più illustri. La veglia è stata lunga e alquanto faticosa. Ai francesi garba iniziare i festeggiamenti, che si sono tenuti nella cappella del castello di Amboyse e nella grande sala delle parate, con un piccolo pasto, al quale ha fatto seguito la liturgia sacra, e poi una cena durata tutta la notte e allietata dai canti di Natale, recite, danze e musica sacra e profana. È ciò che il re chiama réveillon. A una certa ora ero così stracco che tenevo gli occhi a sportello e il caro Francesco Melzi ha dovuto darmi di gomito perché li riaprissi. Ho desiderato ritirarmi nella mia camera da letto, a Cloux. Ma temevo di fare un torto al re e ai suoi ospiti e ho resistito fino allo stremo delle forze, ben oltre lo scambio dei regali e degli abbracci sotto il vischio. Item in Francia, come in Italia, a Natale si usa fare doni ai poveri, che attendevano alle porte del castello. Ma quivi ho scoperto l’usanza di appendere frutta e piccoli doni ai rami di un abete decorato. Per quanto oggidì sia stremato, ho il cuore leggero. Sono stato al centro dell’attenzione e tutti, a cominciare dal re, mi hanno ammirato e lusingato…”. Quel Natale fu dunque sereno e Leonardo, che era un acuto osservatore, curioso di tutto, si stupì del fatto che i francesi decorassero gli abeti, come era in uso nel Nord Europa. L’albero di Natale nasceva, infatti, come variante dell’albero del Paradiso e i transalpini rispettavano una tradizione risalente alle tribù celtiche relativa al solstizio d’inverno. Tradizione a quel tempo sconosciuta in Italia. 
Il Natale del 1517, invece, fu più intimista e magro. L’entusiasmo iniziale era scemato, Leonardo sentiva il gravame della vecchiaia sulle spalle e soffriva a causa della nostalgia e della frustrazione. Perciò non partecipò ai festeggiamenti che si svolsero a corte. Nel suo diario, confessa: “Ho trascorso il giorno della Natività in parziale solitudine anziché a corte. Sono andato a messa dai frati minori e ho desinato in maniera frugale con loro. Nel pomeriggio ho letto alcune pagine di Dante nella mia stanza. Il re cristianissimo è rimasto deluso per la mia defezione, che è durata fino a ieri (ndr. 27 dicembre). Era come se arrivasse a Cloux l’eco della domanda insistente – Dov’è Leonardo il fiorentino? – che ha risuonato fra le mura di Amboyse”. Dopo un anno dal suo arrivo in Francia, un Leonardo sempre più stanco e disincantato iniziava a ripiegarsi su se stesso, a trovare scuse per evitare gli eventi mondani, salvo che non gli offrissero l’occasione per mostrare il suo valore. Ma le cerimonie intime e familiari, per quanto potessero essere tali nell’ambito di una corte affollatissima, preferiva evitarle. Non gli “garbava” sentirsi afflitto in mezzo a gente fin troppo allegra, che festeggiava il Natale come se fosse una recita, indifferente al suo stato d’animo. 
E giunse, infine, l’ultimo Natale. Leonardo lo festeggiò privatamente, coi suoi famuli, senza clamori. Il 24 dicembre 1518, egli annotò su un foglio: “È la vigilia di Natale e mi sento vuoto. Dovrei essere lieto imperocché questa notte verrà alla luce il Salvatore. Invece sono triste. Il freddo è terribile e in più tira un vento diaccio. Dicono che domani potrebbe nevicare. Lo spero. Amo la neve fin da quando ero piccolo e vorrei essere in grado di uscire di casa e montare su una lilza come quelle che d’inverno si vedevano nelle strade di Milano e che i bambini inseguivano garruli, tirando palle di neve. Sì, come vorrei salire su una carretta munita di pattini e giostrare sul ghiaccio… Due giorni fa, il ghiaccio che ricopre la Loira s’è spezzato in un punto prossimo all’isola d’oro e ha risucchiato un contadino col suo biroccio e il suo nipotino. Non hanno potuto salvarli. La notizia mi ha addolorato e insieme rammentato di quando ghiacciava l’Arno sotto i ponti e i fiorentini giovani e audaci lo sfidavano pattinando sulle lastre… Oggidì s’udiva il suono di una campana a morto. Doveva essere quella della chiesa in cui si celebravano le esequie del contadino e di suo nipote. Che triste Natale passeranno i loro poveri cari! La volontà di Dio è imperscrutabile. Il Sommo Fattore si tiene sul dorso di chi attraversa un fiume in piena o fa rompere il collo a chi trova una scala nel buio, a suo piacimento. Non ci possiamo fare nulla. Maturina mi ha chiesto cosa voglio mangiare domani. Le ho risposto che sento che sarà il mio ultimo Natale, adunque desidero festeggiarlo con una pappa di farro e ceci, un poco di insalata e di cacio e una pera d’inverno, di quelle che qui chiamano buon cristiano. Ella m’ha risposto che preparerà ciò che desidero ma che il mio è un desinare della quaresima non un pranzo di Natale e perciò mi cucinerà anche un dolce francese, la galette des rois. Le ho chiesto di non giudicare la parsimonia veterum! Ha certamente pensato che la mia testa è diventata un tamburlano rotto”. Pochi giorni dopo, per la precisione il 31 dicembre, scriveva: “Un altro anno è trascorso e la malinconia rende questi giorni di festa tristi e algidi. Ho ricevuto pochissimi messaggi e omaggi di augurio, sia per il Natale che per l’anno nuovo. È come se il mondo si fosse dimenticato di me. Sono ancora vivo ma mi sento messo da parte, additato come il retaggio di un passato ben più remoto di quanto non riveli il calendario”. Leonardo sentiva che la vita gli stava sfuggendo. Il Natale, per lui, non era più un momento di festa ma l’occasione per fare un consuntivo amaro della sua vita. 
Chissà se pensò mai alle parole di San Francesco, per il quale nutriva stima e affetto, parole che avrebbero potuto consolarlo: “È nel dare che noi riceviamo”. Forse i due frati italiani del convento di Amboise con cui aveva fatto amicizia gliele ricordarono. E lui si rammentò di quanto aveva donato al genere umano. Se ciò è accaduto, e mi piace crederlo, l’ultimo Natale di Leonardo fu allietato da un sorriso consolatorio, sfavillante come una luminaria.

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