sabato 12 gennaio 2019

Firenze fu nutrice e insieme matrigna di Leonardo da Vinci

Cosa rappresentò Firenze per Leonardo da Vinci? È fin troppo facile rispondere che fu la sua nutrice, la mater artium che offrì al “pischello” che veniva dalla campagna l’opportunità di frequentare una straordinaria scuola di vita, oltre che artistica, e di esprimere il proprio talento. Ma il giglio fiorentino ha le spine, come le rose, e Leonardo si punse più volte, ogni volta che chiese a Firenze di riconoscere la sua genialità. 
Il 24 gennaio presenterò il mio libro Le infinite ragioni a Firenze, al Caffè Letterario Le Murate, e proverò a rispondere alla domanda iniziale, per quanto sia difficile farlo davanti ai fiorentini. Intanto, va detto che il piccolo Nardo andò a vivere a Firenze nel 1464, quando aveva dodici anni. In seguito suo padre, Ser Piero notaio della Signoria, convinse l’amico Andrea Cione del Verrocchio, cui aveva mostrato alcuni disegni del figlio, a prenderlo a bottega e così ebbe inizio un cammino esaltante ma tortuoso, fatto di speranze e delusioni, allettamenti e respingimenti che si interruppe nel 1482, allorché Leonardo si trasferì a Milano. Il Genio fece ritorno a Firenze nel 1500 ma soggiorni e visite furono più o meno brevi, senza continuità. Vide la sua Fiorenza per l’ultima volta nel 1516, mentre risaliva l’Italia per andare in Francia. 
I vissuti leonardeschi sulle rive dell’Arno sono tanti e troppo noti perché ne faccia la sinossi. Tuttavia, voglio provare a trasmettere le sensazioni e le emozioni fiorentine di Leonardo tramite le parole che ho immaginato abbia scritto a Cloux. La nostalgia traspare nel quotidiano. Egli rimpiange il cibo toscano e fa impazzire la cuoca-domestica francese Maturina, non solo perché è vegetariano ma in quanto pretende che gli cucini la pappa di farro e ceci, la minestra di cavolo nero, la minestra di verdura, la polenta coi broccoletti, le frittelle di salvia, e i dolci di cui era ghiotto da piccolo. Annota: Le ho spiegato che a Firenze si prepara il berlingozzo a carnevale e che da oggi in poi vorrei mangiarlo nei giorni che precedono l’inizio della quaresima. Rimpiange anche gli anni giovanili, quando era ammirato per la sua bellezza: A Firenze dicevano che se fossi vissuto al tempo degli dei dell’Olimpo ne sarei stato il coppiere per deliziare la loro vista e gli altri sensi”. In quel tempo, egli aveva di Firenze un’idea aurea, per cui scrive: “Fui rapito dalla garrulità dei fiorentini, dalle giostre in piazza Santa Croce, dai trionfi e dal lusso sfrenato, dalle feste pubbliche e private, dal caos della bottega di Andrea del Verrocchio, dalla vivacità delle menti e dalla rara sveltezza delle mani, dai piaceri allettanti”. Leonardo si balocca coi ricordi dei fiorentini che gli furono amici: Fioravante di Domenico, Attavante di Gabriello, Atalante Migliorotti, Piero di Braccio Martelli, il Botticelli e il Bramante, Giuliano de’ Medici. Ci stupisce rimpiangendo le fanciulle fiorentine che lo turbarono, come la capricciosa Nannina, figlia di un battiloro, e Costanza Buondelmonti. La “fiorentinità” di Leonardo emerge nel linguaggio. Pur essendo uomo di mondo, ricorre spesso a espressioni e proverbi della sua terra natale. Ne consegue che la scrittura è elegante, espressiva, condita. La sua nostalgia, dicevo, è per la Firenze nutrice, che lo plasmò e amò, pur con riserva. Ma risulta stemperata dalle tante vicissitudini e incomprensioni che lo allontanarono dal nido. 
E qui, entra in scena la Firenze matrigna, dove il detto “nessuno è profeta in patria” trova facilmente conferma. Dante Alighieri docet. Fu a Firenze che Leonardo masticò fiele più che altrove. Iniziò ad accumulare amarezze fin da giovane; a ventiquattro anni fu denunciato per sodomia ed evitò la condanna solo perché tra i violentatori dell’apprendista orafo Jacopo Saltarelli c’era Leonardo de’ Tornabuni, un nobile la cui potente famiglia insabbiò il caso. Leonardo confessa che “da allora, si diffuse in Firenze la maldicenza che io amassi i giovani e arassi col bue e con l’asino”. A rendergli la vita amara furono in tanti e confessa: Imputo a Lorenzo de’ Medici, che fu Magnifico con altri ma non con me, la principale colpa del mio fallimento. Non mi amava né aveva stima di me a cagione del fatto ch’ero un uomo senza lettere mentre lui era un erudito, e che mi spezzavo piuttosto che piegarmi”. Nel primo, e più lungo periodo fiorentino, Leonardo soffrì l’invidia dei suoi concittadini e patì per la cattiveria e le ristrettezze economiche. Toccò il fondo nel 1481. La mia ritrosia a comportarmi da cortigiano mi costò caro” dice. “A quel tempo, Firenze era affollata di eccelse personalità che alle chiare qualità artistiche associavano l’attitudine a giostrare con abilità fra i potenti. Io no, non riuscivo in ciò sebbene ci provassi. Subivo continuamente sofferenze morali e materiali mentre altri raccoglievano guiderdoni. Fu a Firenze che mi sentii umiliato e incompreso. Accadde, infatti, che venni escluso dal novero dei grandi artisti fiorentini, ambasciatori di bellezza e armonia, scelti dal Magnifico per decorare la Cappella Sistina. Valevo dunque meno del Botticelli, del Ghirlandaio, di Luca Signorelli e del Perugino?”. Leonardo lasciò Firenze rimarcando che “non piansi perché non mi era più concesso ammirare il mio bel San Giovanni”. Quando vi fece ritorno diciotto anni dopo, dovette svuotare altri calici amari. In una città orfana dei Medici e snaturata dal Savonarola, fu osteggiato da un nemico acerrimo, quel Pier Soderini, gonfaloniere delle Repubblica, al quale Leonardo attribuisce la colpa di avere esasperato la sua rivalità con Michelangelo Buonarroti. “Ci considerava fiere esotiche da mostrare alla folla nell’arena”. Quale fosse l’arena è noto: il salone del Cinquecento in Palazzo Vecchio, dove i due artisti rivali si fronteggiarono per affrescare le pareti, rispettivamente con la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina. La conseguenza è che quando Leonardo approdò in Francia, si ritrovò più volte a masticare il bolo che gli era rimasto in gola. Quando conobbe lo scultore del re Antonio Betti, un oriundo fiorentino naturalizzato francese, che gli domandò se soffriva della “malattia del duomo”, cioè se aveva nostalgia di Firenze, rispose. “Non ne sento la mancanza, così come io non manco a Firenze”. Probabilmente, mentiva. Ma disse il vero annotando che “i fiorentini non amano altri che se stessi e provano fastidio se qualcuno sale troppo in alto”. Il suo risentimento, l’amore-odio che dovette provare negli anni dell’esilio, lo indusse a scrivere le parole sofferte che anticipano la sua morte. Non sono fra quelli che dicono che è meglio essere toscani che italiani e ancora meglio essere fiorentini che toscani. Io sono apolide. E se devo scegliere una patria non ho che da volgere lo sguardo verso le stelle e cercare la mia casa.”
Firenze, tenera nutrice e perfida matrigna, non è mai stata la sua casa.

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