domenica 13 gennaio 2019

Quando Fiorenza rese omaggio all'esule Da Vinci

Ho appena raccontato quali furono i rapporti fra Leonardo da Vinci e la città del giglio ma torno sull’argomento per completarlo con un’appendice curiosa. Nella primavera del 1518, una nutrita delegazione fiorentina fece la stessa strada che Leonardo aveva percorso due anni avanti, quando lasciò l’Italia e raggiunse la Valle della Loira, dove avrebbe reso l’anima a Dio il 2 maggio 1519. Ebbene, un anno prima della sua scomparsa, Firenze andò in trasferta ad Amboise per festeggiare il matrimonio fra il duca d’Urbino – cioè Lorenzo de’ Medici, figlio di Piero de’ Medici detto “il Fatuo” e nipote di Lorenzo il Magnifico – con la cugina del re di Francia Maddalena de La Tour, contessa di Alvernia. Dalla loro unione sarebbe nata la famigerata Caterina de’ Medici. Non era solo un matrimonio ma un evento politico importante poiché sanciva l’alleanza tra il regno di Francesco I Valois e i Medici, il cui fine era contrastare il potere del Sacro Romano Impero germanico. Fu così che nella terza decade di aprile, Leonardo vide arrivare ad Amboise un folto gruppo di viaggiatori provenienti dall’Italia al seguito dell’uomo al quale il Machiavelli dedicò Il Principe e che Michelangelo Buonarroti idealizzò con la figura del Pensieroso nelle tombe medicee.
Leonardo non ci ha lasciato memorie o appunti con cui ricostruire i vissuti dei giorni in cui i rappresentanti di Firenze erano ad Amboise né sappiamo se l’incontro con loro fu all’insegna della cordialità e dell’amarcord. Ho dunque lasciato spazio all’immaginazione, per quanto sostenuta da documenti francesi dell’epoca che disegnano nitidamente il quadro e l’atmosfera in cui si svolsero i festeggiamenti ai quali Leonardo partecipò come creatore e regista. Intanto, il Genio annota ne Le infinite ragioni che in data 20 aprile i fiorentini non erano ancora arrivati in una Amboise “pavesata a festa” già piena di illustri invitati. Corre voce che l’ospite indefettibile, il duca di Urbino Lorenzo de’ Medici, arriverà con qualche giorno di ritardo non avendo voluto rinunciare ai baccanali fiorentini”. Sembrerebbe una nota polemica. Le feste iniziarono il 22 ma lo sposo arrivò solo il 24 aprile. Leonardo scrive: “Nella mattinata è giunto ad Amboyse Lorenzino de’ Medici con un festoso seguito di gentiluomini, diplomatici, servitori e scudieri che accudivano cinquecento cavalli destinati al re di Francia. Vivaddio, non è l’unico dono portato dal duca d’Urbino giacché sui carriaggi aveva trovato posto ogni ben di Dio, compresi venti barili di vino. Secondo il parere di Battista, che bazzicando nei magazzini del castello ha colto le indiscrezioni di un vivandiere col quale, di tanto in tanto, gioca alla zara, si tratterebbe di trebbiano della val d’Arno, malvasia, aleatico e vernaccia di San Gimignano. Che aroma di casa!”. Pare lieto, il nostro Leonardo, il cui rigurgito di “fiorentinità” è causato più che altro dal vino di casa. Da quel momento, egli si intrattiene con gli ospiti, parlando non solo di Firenze ma più in generale di ciò che accade in Italia. I primi interlocutori sono il potentissimo Cardinale di Bibbiena e il suo segretario Giovanni Francesco Valier. Il 26 aprile ci fu il battesimo del delfino di Francia, del quale Lorenzo de’ Medici era il padrino, e Leonardo non si limitò a conversare con gli invitati ma dopo essersi rifiutato di assistere ai combattimenti fra bestie feroci organizzato nei terrazzamenti del castello per il diletto degli ospiti, ebbe modo di rammentare che “questo triste costume era già diffuso a Firenze quando vi giunsi in pubertà. Era ancora vivo nei fiorentini il ricordo della terribile battaglia tra fiere che s’era tenuto in uno steccato in piazza della Signoria nell’anno del signore 1459, allorché governava Cosimo il Vecchio. Fu nella bottega del Verrocchio che venni a sapere come andò a finire: i leoni si rifiutarono di assalire i tori, i cavalli, i cinghiali e la giraffa. La mia fantasia ne fu così colpita che provai tenerezza per i leoni ma anche ribrezzo all’idea che si mandassero al massacro le bestie innocenti per il diletto degli uomini.”. Il 27 aprile, Leonardo commenta: “La sorte m’ha fatto bersaglio della sua ironia! Me ne sono andato da Firenze e dubito che ci farò mai ritorno, ma oggi Firenze è venuta da me in pompa magna e si è inchinata alla mia fama. O era un’abile finzione?”. In quella data, infatti, andò in scena un siparietto. “Ho ricevuto nelle mie stanze il duca d’Urbino, sua madre Alfonsina Orsini, il cognato Filippo Strozzi con la sua sposa Clarice de’ Medici, il legato della Repubblica fiorentina appresso la Santa Sede Francesco Vettori, l’umanista Giovanni di Bernardo Rucellai e altri quattro notabili fiorentini. Mi sono parsi lieti d’incontrarmi e sinceri nel chiedermi come sto e a che cosa sto lavorando. Lorenzo de’ Medici era il più interessato e ha voluto gli mostrassi i miei dipinti, i miei studi e varie invenzioni. «Firenze rimpiange il suo figlio più grande ma mi consola sapere che il re cristianissimo vi tiene sul palmo della mano. Come sapete, il mio matrimonio è in realtà un’alleanza politica tra Firenze e la Francia e se mi giungesse voce che il Valois vi tratta male…» «Oh, non temete! Non gli riuscirebbe di farmi i torti che a suo tempo subii dal gonfaloniere Soderini» ho risposto con prontezza.”. Leonardo non ha dimenticato i torti subiti, è lieto dell’attenzione che riceve ma guardingo. Ne ha ben donde. A un certo punto, dopo avere esaltato Raffaello Sanzio, il duca d’Urbino gli chiede: “A proposito, maestro, voi da quanto tempo non dipingete opere nuove?”. Al che, lui annota amaramente: “Mi sono sentito umiliato, inerme come chi viene messo ai ceppi, coi capelli e il volto imbrattati di sterco, in balia di una torma di mocciosi armati di frutta marcia”
Il suo stato d’animo era giustificabile, la sua Fiorenza riusciva a tormentarlo anche in Francia. Le nozze furono celebrate il 5 maggio (ma Leonardo riporta la data del 2) e i banchetti, i tornei e gli spettacoli fiaccarono Leonardo, che per altro stupì i convenuti con gli “effetti speciali” da lui creati. Il 15 maggio fu celebrata la battaglia di Marignano con un finto assedio e presa di una fortezza ma il clou dei festeggiamenti fu la nuova versione della Festa del Paradiso messa in scena da Leonardo il 18 maggio. L’ambasciatore veneziano Mario Sanudo descrisse l’evento e sappiamo per certo che risultò trionfale. Chissà cosa dovettero pensare del loro concittadino in esilio volontario quei fiorentini che assistettero a un canto del cigno memorabile? Sta di fatto che la loro partenza placò il tumulto nell’animo di Leonardo ma non gli restituì la pace. Tant’è che il 21 maggio 1518 scrisse: “Mi sento prosciugato di ogni forza e volontà”
Sorge il dubbio che Firenze, più che rendergli omaggio, e quindi onore, avesse rinfocolato in lui la pena di essere orfano della patria.

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