venerdì 22 febbraio 2019

Il piacere di specchiarsi nell'immensità


Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare.” (Giacomo Leopardi)
 
L’infinito, una delle liriche più belle e famose della Letteratura Italiana, fu scritta da Giacomo Leopardi negli anni della sua giovinezza. Iniziò a comporla nel 1818 ma la finì dodici mesi dopo. Quest’anno, dunque, compie 200 anni. Mi è sembrato giusto accendere idealmente duecento candeline, riproponendo i sublimi versi del poeta di Recanati, che ai miei tempi s’imparavano a memoria ma che oggi, ahinoi, sono conosciuti solo dagli studenti migliori, quelli che non vogliono essere apostrofati come capre. Tranquilli, però, non intendo imporvi l’esegesi critica del testo o fare commenti personali. Chiunque può rendersi conto di quanto sia bello e profondo questo idillio composto da quindici endecasillabi che non ha subito le ingiurie del tempo. È ancora fresco, moderno, attuale. Ma non è forse questo il segreto dei capolavori? Sono indifferenti alle mode, ai cambiamenti di gusto e di stile, alla sabbia che scorre. Credetemi, ogni volta che leggo, recito o ascolto L’infinito provo una sensazione strana. È come se il nastro della mia vita si srotolasse davanti a me, e in pochi secondi rivelasse il suo filo conduttore prima di riavvolgersi. Non vi fa questo effetto? Non avete l’impressione che le parole del poeta vi accompagnino alla scoperta (o riscoperta) dei vostri bisogni più intimi, dei vostri ricordi, dei vostri afflati e rimpianti messi a tacere? 
I miei lettori più attenti potrebbero accusarmi di ripetermi. In effetti, ho già scritto un articolo sul desiderio più o meno consapevole d’infinito che tutti noi avvertiamo, salvo non si possieda la sensibilità di un blocco di travertino. Prendendo spunto dalla poesia di Ungaretti Mattina, quella del celeberrimo verso M’illumino d’immenso, due anni fa suggerii che “abbiamo bisogno di illuminarci d’immenso perché questo è l’antidoto più potente contro i veleni del nostro tempo, è la medicina più efficace, oltre che gratuita, contro la depressione, l’indifferenza, l’astenia intellettuale, l’idiosincrasia etica che ci rende abulici, pessimisti, ignari non solo della realtà esterna ma di noi stessi”. Ovviamente confermo che l’immensità è una via di fuga auspicabile, altamente raccomandabile. Personalmente potrei dedicarle una di quelle recensioni che attraggono i potenziali clienti. In più, consentitemi di fare una riflessione particolare. Viviamo in un mondo esasperatamente edonistico, dove la ricerca dello sballo è prioritaria. Pare che sia indispensabile provare voluttà per sentirsi vivi – lecita o illecita poco importa – e peccato che ad essa siano spesso associati i non-valori che abbruttiscono l’essere umano, lo allontanano dalla bellezza e dalle virtù. Anzi, il piacere non va provato o assaggiato, va consumato con voracità. Il godimento dev’essere veloce e intenso, forte ed euforico. Pur di raggiungerlo, si ricorre alla violenza sessuale, all’alcol, all’incoscienza che giustifica le corse folli e le bravate pericolose, all’uso della droga che dischiude le porte dei paradisi artificiali e cancella ogni remora, ogni principio morale, nell’illusione che il bene e il male siano solo schemi mentali. 
Povero Leopardi, lo “straniamento” l’otteneva con poco. Gli bastava salire sul Monte Tabor, il suo amato colle marchigiano, e affondare lo sguardo nell’orizzonte. Altri tempi, si dirà. Perché mai? Io credo che ancora oggi, il mondo ci offra infinite specole da cui osservare l’immensità e naufragare in essa. Credo che l’infinito costituisca un piacere straordinario, di gran lunga superiore a quello ottenibile attraverso il degrado fisico e morale, che comporta la mortificazione della propria humanitas. La cosa più difficile è spiegare ai beoti che il vero sballo è percepire, anche solo per pochi istanti, le vibrazioni del cosmo. È negli istanti fugaci, all’insegna del silenzio e del sublime, che possiamo fonderci con l’universo sentendo di farne parte. Questa opportunità la concede solo la comunione con l’energia del creato, l’amore e il senso di benessere interiore che ne deriva. Inutile cercarla nella merda, nel delirio di onnipotenza e nell’obnubilamento mentale e dei sensi. Il paradosso felice è che ammirando l’immensità scopriamo che altro non è se non uno specchio fatato. Pensateci, ogni volta che anneghiamo nell’immensità ci colpisce l’intuizione che essa sia dentro di noi. 
Com’è che diceva un altro poeta, abile a intrecciare le parole con la musica? “E ho nell’anima, in fondo all’anima cieli immensi e immenso amore”.

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