venerdì 1 marzo 2019

C'è la mano di Leonardo da Vinci nella "Vite" di Pietrasanta?

L’imminente presentazione del romanzo Le infinite ragioni a Pietrasanta, la “piccola Atene toscana”, nell'ambito della Mostra Leonardo Digitale, mi offre l’occasione per parlare della sorprendente “Vite” che fiancheggia la Collegiata, vale a dire del campanile del Duomo di San Martino. Si tratta di un’opera incompiuta, una torre in laterizio rosso costruita tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, priva del previsto rivestimento in marmo. Esaminato da fuori, questo parallelepipedo in mattoni, alto all’incirca 36 m., non ha nulla di speciale. Tuttavia, al suo interno nasconde uno stupefacente tesoro cilindrico. Il campanile, infatti, è un guscio contenente una scala coclearia autoportante, composta da 185 gradini, che suggerisce l’idea di una scultura inversa scavata. L’ideatore del monolite dal cuore elicoidale fu artefice di una mirabile innovazione costruttiva. Lascia senza fiato che la canna vuota del vano scala riproduca una colonna d’aria che ha l’altezza, il diametro e le unità di misura della colonna Traiana di Roma. In effetti, la struttura è impostata secondo il canone mensorio del piede e del palmo romano. 
La genialità del progettista è tale che ci si chiede se a realizzare la famosa Vite fu realmente il modesto scultore e architetto fiorentino Donato Benti, come si crede, o un sognatore più geniale, abile a dominare la geometria e scolpire il vuoto. Sappiamo che Donato Benti (1470-1537) lavorò a Pietrasanta come “Maestro di porta” e per l’Opera del Duomo dal 1485 fino al 1498 e che vi fece ritorno nel 1507. Nel 1509 sono documentati i suoi lavori per il campanile. Nel 1518 divenne l’uomo di fiducia di Michelangelo Buonarroti, “suum verum et legittimum procuratorem”, facendone gli interessi presso le cave di Seravezza, da cui dovevano estratti i marmi destinati alla alla tomba del papa Giulio II. Due anni dopo, per l’esattezza il 13 luglio 1519, il campanile poteva essere pronto poiché si pensava a sistemarvi una delle campane grosse. Ma almeno fino al 1531, il Benti continuò a lavorare ad esso. A quel tempo era normale, considerato il costo del marmo e del suo trasporto, che gli scultori sgrezzassero i blocchi nelle botteghe di Pietrasanta, il che spiega il fatto rilevante che Michelangelo vi abbia soggiornato a più riprese, negli anni 1517-18 e 1519-21. Se a ciò aggiungiamo che il Benti era il procuratore di Michelangelo, trova credito l’ipotesi che il progettista (o se preferite il padre “putativo”) della scala sia proprio il Buonarroti. Ne è convinto l’architetto Gabriele Morolli, che ha proposto una tesi suggestiva: Michelangelo voleva creare una sorta di cassa armonica che ottimizzasse l’acustica campanaria. In sostanza, l’interno del campanile di Pietrasanta sarebbe una gigantesca colonna sonora atta a riprodurre l’antico suono di un’epica colonna di marmo. Se fosse vero, perché Michelangelo avrebbe costruito una scala tanto ammirevole ma poco funzionale? Perché era un artista geniale e capriccioso, che amava il gioco e la sfida. La torre campanaria di Pietrasanta potrebbe essere stata per lui un divertissement. 
Michelangelo non era l’unico artista, per altro, ad amare la “torsione” in un’epoca in cui Prometeo filiava. All’inizio del Cinquecento, il tema della scala che si avvolge su se stessa intorno al vuoto centrale, priva di sostegni al centro, affascinava molti uomini d'ingegno. A proporre esiti simili, comunque eccellenti, furono il Bramante con la sua ipnotica rampa nella Villa Belvedere del Vaticano, commissionata da papa Giulio II e iniziata nel 1507, e Antonio da Sangallo il Giovane, con la doppia rampa del Pozzo di San Patrizio a Orvieto, costruito fra il 1527 e il 1537 per volere di papa Clemente VIII. Non possiamo scordarci nemmeno della rampa elicoidale con la scala a lumaca di Urbino costruita da Francesco di Giorgio Martini per permettere al duca Federico di Montefeltro di salire a cavallo fino al Palazzo Ducale e alla Data o Orto dell’Abbondanza. 
E Leonardo da Vinci? Già, cosa c’entra Leonardo con la Vite di Pietrasanta, c’è forse la sua mano? Non possediamo elementi bastanti per avallare questa possibilità, ma nulla ci vieta di escluderla. Intanto, bisognerebbe fare luce sui rapporti fra l’Artifex errabundum e Pietrasanta. Ci ha provato Alessandro Vezzosi richiamando gli studi di Leonardo sul territorio di Pietrasanta, in particolare la torre ai piedi del Salto della Cervia e il Pietrapana (cioè Pania della Croce, sulle Alpi Apuane, citata da Leonardo nel codice Leicester, 34v). Difficile credere che Leonardo, instancabile viaggiatore, non sia mai stato a Pietrasanta e non abbia mai battuto la Via Francigena. Ma ciò che potrebbe accreditare un suo ruolo, se pur marginale, nella faccenda che ruota intorno alla “Vite” è che anche lui, come gli altri ingegni che ho citato, fu sedotto dalla geometria (grazie al De Divina Proportione dell’amico Fra’ Luca Pacioli) e dalle scale elicoidali. Il suo nome, infatti, è associato all’escalier en double colimaçon del Castello di Chambord. Al progetto di questo castello lavorarono sia Leonardo, esule nella Valle della Loira, sia Domenico da Cortona (allievo del Sangallo). Chi disegnò il famoso scalone a doppia elica? Esso è costituito da due scale a chiocciola rotanti nella stessa direzione che non si incrociano mai e rivela lo stile e il gusto di Leonardo. Per altro basta osservare uno dei disegni di Leonardo facenti parte del Manoscritto B (f. 69 r), conservato presso l’Institut de France di Parigi, per cogliere l’intuizione leonardesca dettata dal topos della scala elicoidale. Si tratta, in questo caso, dello studio di una fortificazione. 
Peccato che il progettista della “Vite” di Pietrasanta non abbia posto la sua firma sulla pietra, come fanno i graffitari fin dagli albori dell’arte. Sapremmo a chi attribuire la meraviglia che si erge a Pietrasanta come un punto interrogativo che non ha voglia né fretta di ricevere una risposta definitiva. È il bello delle opere architettoniche che riflettono una concezione, forse l’utopia collettiva di un preciso periodo storico più che di un singolo creatore. In fondo, che sia stato Donato Benti, Michelangelo o Leonardo a dare l’input della torre campanaria di Pietrasanta, poco importa. Essa è ancora lì, da cinque secoli, a ricordarci un simbolismo arcano. Secondo il grande esoterista René Guénon, la scala doppia “implica l’idea che la salita dev’essere seguita da una ridiscesa; si sale allora da un lato per pioli che sono scienze, cioè gradi di conoscenza corrispondenti alla realizzazione di altrettanti stati, e si ridiscende dall’altro lato per pioli che sono virtù, cioè i frutti di questi stessi gradi di conoscenza applicati ai loro rispettivi livelli”. 
Scienza e virtù, a prescindere dalla mano che le ha materializzate.

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