giovedì 14 marzo 2019

La televisione e il potere salvifico delle falangi

Provo un certo disagio a ragionare di televisione. In primis perché è come sparare sulla Croce Rossa. Poi perché si parla e si è scritto fin troppo di questo strumento di comunicazione di massa divenuto talmente potente da risultare indispensabile, imprescindibile. So che dovrei evitare di gettarmi nella mischia, le mie opinioni non aggiungeranno un grano di sale alla minestra. Ma oggi mi va di condividere una riflessione dettata dal crescendo di programmi inguardabili che stanno spopolando sulla RAI e sulle reti commerciali. Programmi trash, tanto per intenderci. Intanto, bisogna tenere conto che la televisione ha sostituito la religione nella scala dei bisogni umani. È l’oppio dei popoli, direbbe Karl Marx. Ragion per cui non possiamo fare a meno delle sue liturgie profane. La TV ci fa compagnia e ci diverte, ci fa stare bene, ci fa sentire vivi e partecipi di quello che accade nel mondo. Ci offre dogmi e modelli, come la religione, pertanto è rassicurante, aggregante, consolatrice. Ma diversamente dalla religione, non propone utopie ultraterrene bensì svago mondano, non rivendica valori spirituali ma ideali consumistici, materialistici. A ben guardare, la televisione ha ripristinato il paganesimo; i suoi riti orfici sono ammalianti e apparentemente incruenti. In realtà, professano il sacrificio umano. Le vittime sono sia aldilà sia aldiquà dello schermo. 
Chiunque abbia l’abitudine di sedersi di fronte al televisore e accenderlo per qualche ora al giorno concorderà che il degrado della televisione italiana è inarrestabile. Il passaggio dall’era televisiva arcaica del Maestro Manzi a quella attuale di Barbara d’Urso ricorda la discesa di un batiscafo negli abissi oceanici. Non è facile dire a quale profondità siamo giunti grazie alle politiche televisive degli ultimi anni, e quindi quanto sia distante il fondo, ma il viaggio verso la Fossa delle Marianne procede senza ostacoli. Allegria! – direbbe Mike Bongiorno, il meglio ha da venire. Presto incontreremo sugli schermi lo squalo Goblin e l’Architeuthis o calamaro colossale. Pensate che la TV non possa scendere sotto la dead-line marcata dagli osceni reality-show che ci propinano come se fossimo tutti malati di voyeurismo e dai rissosi talk-show in cui trionfa la disinformazione, l’arroganza, la faziosità? Credete che non si possa abbassare l’asticella di programmi avvilenti come “Uomini e Donne” e mandare in esilio i guitti strapagati come Fazio, Littizzetto e i tanti cortigiani che affollano gli studi televisivi? Vi illudete che non sia possibile trovare interpreti più malsani di Fabrizio Corona e ammirare figurine più insulse di Chiara Ferragni e Luxuria? Cito i nomi a caso, servirebbero diverse pagine per stilare l’elenco degli Unti del Signore delle antenne che occupano gli scranni e i troni televisivi in virtù dei misteri teologali. Vi sbagliate se pensate che ci sia un limite al peggio. Sono certo che la televisione, maestra del Grand Guignol, ha in serbo per noi nuove trasmissioni ed eroi ancora più trasgressivi e vacui che ci faranno rimpiangere il letamaio odierno.
Non vedo come si possa ribaltare questa tendenza che purtroppo appare logica, quasi necessaria. Voglio citare Pippo Baudo, la cui conoscenza della televisione è tale da rendere le sue parole apodittiche. “La televisione è come una spugna: raccoglie tutto ciò che c’è sul pavimento e quando vai a spremerla esce fuori il succo della società”. Eccolo il punctum dolens. La televisione spazzatura non è altro che il riflesso della società in cui viviamo. Essa celebra il nulla e consacra l’ignoranza. Se gli autori e i programmatori televisivi insistono con le saghe del “Grande Fratello” e “L’Isola dei Famosi” è perché la gente non può fare a meno di rincoglionirsi con le moderne batracomiomachie, sbalordendo a causa della volgarità gratuita, della cattiveria indotta, della stupidità elevata alla potenza dei protagonisti. Qualcuno dice che ci appaga prendere coscienza dell’inconsistenza altrui, come se vedere la gente inutile e ridicola che vive dentro un elettrodomestico fosse un rimedio omeopatico, un antidepressivo. È come dire: meno male che io (lo spettatore) sono più intelligente, educato e presentabile del cretino e della scema che furoreggiano in uno studio televisivo o in ambienti fascinosi. Già, peccato che il minus habens e la bella ma stupida siano ben remunerati per fare audience e pontificare sul nulla. Peccato che l’insegnamento sia osceno, l’etica derisa, il buon senso calpestato e l’estetica mortificata. E vogliamo parlare della lingua italiana? Ha detto bene Aldo Grasso, uno dei maggiori esperti e critici televisivi: “In TV ormai la lingua italiana è un optional, la sintassi un mistero oscuro”. Pazienza. Esiste un’ottima alternativa: il libro (purché sia di qualità e non la cassa di risonanza della soubrette televisiva, del giornalista intrattenitore e del comico). 
E qui interrompo la mia critica per riabilitare la televisione. Quella intelligente, sia chiaro. L’enorme offerta televisiva di oggi ci permette, infatti, di vedere programmi educativi ben fatti, capaci di arricchirci e farci star bene. Non in virtù della pochezza altrui, della miseria umana messa in scena dai protagonisti della TV spazzatura, ma grazie al garbo, alla cultura, alla bellezza. Esistono canali tematici, validi format di intrattenimento, film e sceneggiati di indubbio valore artistico. L’offerta televisiva è talmente ampia che non siamo obbligati a guardare i programmi avvilenti, adeguandoci alla merce avariata che passa il convento. E il convento, amici miei, passa ciò di cui è ghiotta una fascia non indifferente di pubblico, quello meno acculturato e quindi più fragile, quello che adora il buco della serratura e sancisce il successo dei mediocri non sopportando chi vale. Un pubblico per il quale la televisione è una valvola di sfogo, che non vuole elevarsi ma ama stagnare sui fondali, come le carpe. 
Dobbiamo saper scegliere. Tutto qui. Dobbiamo esercitare il potere che i grandi burattinai della comunicazione vorrebbero toglierci, giacché hanno bisogno di telespettatori amorfi, passivi, incolti e acritici. Questi signori fanno il loro gioco; impongono il pensiero unico, manipolano le menti, uniformano i comportamenti agli schemi prestabiliti. È pur vero che promuovono il degrado ma non ne sono gli unici responsabili. Non ci riuscirebbero senza la complicità del popolo bue, che riconosce agli gnomi televisivi l’autorevolezza di Aristotele e il fascino di Ninì Tirabusciò. Fortunatamente, possiamo ribellarci alla televisione delle urla, degli scandali, degli insulti, dell’indecenza. Lo sapete come. 
Fino a quando non elimineranno il telecomando, prezioso instrumentum libertatis, potremo esercitare il potere salvifico delle falangi. Non quelle macedoni, sia chiaro, ma le ossa lunghe delle dita. Basta piegarle e schiacciare il tasto giusto per evitare l’immersione nel fango dello Stige, alla stregua dei derelitti danteschi.

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