sabato 25 aprile 2020

Liberaci dal male


Non mi va giù che il 4 novembre, data della celebrazione della Vittoria nella prima guerra mondiale, non sia più un giorno festivo – lo è stato solo per cinquantacinque anni, dal 1919 al 1974 – mentre santifichiamo il 25 aprile, anniversario della Liberazione, da ben settantacinque anni. Che dire? Siamo un popolo indecifrabile, che si vergogna del proprio orgoglio ma sa trasformare la vergogna in un motivo d’orgoglio. Quale altra nazione avrebbe rimosso una vittoria vera per continuare ad esaltare una mezza vittoria che da sempre divide anziché unire? Quest’anno, per lo meno, le piazze italiane non saranno inquinate dai liquami di una retorica obsoleta, non sentiremo i proclami antifascisti dei partigiani del giorno dopo né vedremo le sardine impegnate nella ricerca dei neuroni perduti. 
Nondimeno, oggi voglio auspicare la liberazione. Quella vera, attuale, necessaria per tornare a vivere e riprenderci la speranza nel futuro. In primis, liberiamoci di chi ci governa senza essere stato eletto dal popolo, il governo peggiore nella storia della Repubblica Italiana. Liberiamoci delle mosche cocchiere che ci conducono verso il baratro. Liberiamoci dei tafani che ogni giorno ronzano intorno allo sterco e ci dicono che è profumato. Liberiamoci degli inetti, dei traditori della patria, dei furbi, dei corrotti, degli approfittatori. Liberiamoci di chi predica bene e razzola male, degli egoisti, dei fancazzisti, delle false “risorse” che vogliono mungerci pensando che siamo vacche (in effetti, siamo in vacca). Liberiamoci dell’inedia, della pigrizia, dell’indifferenza, dell’atavica sudditanza verso le istituzioni, la burocrazia, i notabili. Liberiamoci della retorica antifascista, delle strumentalizzazioni, dei pregiudizi, dei complessi, delle dipendenze, dei condizionamenti, delle cattive abitudini. Liberiamoci dai ceppi di un’Europa schiavista. Liberiamo il nostro animo dal timore di non farcela, dai rimorsi, dai sensi di colpa, dai pensieri tristi. Liberiamo noi stessi dalla paura di essere liberi. Infine, liberiamoci del Coronavirus. Possiamo farlo, a patto di mostrarci pazienti, prudenti e intelligenti. E se crediamo in Dio, questa è l’occasione giusta per chiedergli di liberarci dagli incubi che rendono inquieto il sonno. 
Oggi, per favore, liberatevi dei luoghi comuni ed evitate i flash mob sul tema Bella Ciao tanto cari al regime totalitario di cui siamo i sudditi inermi. Ma se non potete fare a meno di affacciarvi alle finestre o uscire sui balconi, cantate l’inno nazionale e insieme date fiato a una richiesta ragionevole: Libera nos a malo
Essere liberati dal male, in ogni sua forma ed espressione, dovrebbe essere il desiderio e lo slogan di tutti gli italiani il 25 aprile 2020.

sabato 4 aprile 2020

Vogliamo uscire


Sarò breve ed esplicito. Vogliamo uscire dall’incubo che stiamo vivendo e per farlo dobbiamo avere tanta pazienza, rispettare i decreti e capire che la nostra priorità è non ammalarsi o contagiare gli altri. Vogliamo uscire dalla confusione che regna sovrana, dalle contraddizioni e incongruenze di chi dovrebbe rassicurarci e invece annaspa nel vuoto cosmico. Vogliamo uscire dall’incertezza, che fa più danni del pericolo reale e alimenta la paura. Vogliamo uscire dalla vischiosa pania della burocrazia, questo mostro dalle mille braccia che ci paralizza, e il cui veleno è più letale di quello del serpente di Mare. Vogliamo uscire dal cul-de-sac in cui ci ha gettato una classe politica incapace, un governo di guitti che guai se lo critichi in questo momento di emergenza, dove la polemica è vietata e la libertà individuale sospesa. Vogliamo uscire dall’attendismo, perché c’è poco tempo per salvare l’economia italiana. Vogliamo uscire dalle sabbie mobili in cui la banda giallorossa ci sta trascinando senza dirci come e se potremo mai uscirne. Tanto, la colpa è sempre degli altri e ricadrà sui nostri figli. Vogliamo uscire dall’Europa se la misera, indecente, infame Europa dell’asse Merkel-Macron e dei potentati finanziari insiste a comportarsi con noi come se fossimo i figli di un dio minore anziché i padri fondatori. Vogliamo uscire dall’irresponsabilità, dalla leggerezza, dall’egoismo, dal senso di onnipotenza che ancora oggi accomuna troppi furbetti. Vogliamo uscire dalle righe e parlare chiaro, perché stiamo stufi di essere trattati come bambini scemi a cui raccontare bugie. Vogliamo uscire di casa per non uscire di senno, ma lo faremo quando sarà il momento, non prima. Ma state certi che quando il momento arriverà non ci limiteremo a fare passeggiate e corse all’aria aperta, ad aggregarci e ubriacarci di sole, al mare o in montagna. Faremo di più perché vogliamo uscire dallo stallo e per riuscirci bisognerà ribaltare le carte in tavola e restituire la sovranità al popolo. Sia chiaro, non vogliamo uscire e basta, vogliamo uscire a rivedere le stelle, come Dante Alighieri, confidando che dopo avere attraversato l’Inferno e prossimamente il Purgatorio, saremo accolti in Paradiso. Possibilmente vivi e con la voglia irrefrenabile di prendere a legnate quelli che hanno sbagliato, quelli che sono in mala fede e remano contro di noi, anzi ci irridono pensando che siamo amebe contagiate da un’epidemia più potente del Covid-19: l’inerzia cronica.  
Vogliamo uscire, capito?

mercoledì 1 aprile 2020

Lombardia caput Italiae

Dicono che noi lombardi siamo freddi ed egoisti, che pensiamo solo al lavoro e ai “danè” Ci accusano di essere troppo chiusi e presuntuosi, al limite dell’antipatia. Ci rinfacciano di avere una marcia in più, come se il benessere acquisito sfregando con l’olio di gomito sia una colpa. Alcune critiche sono giuste altre ingenerose, e ho imparato che il più delle volte sono dettate dall’invidia. Perché i lombardi, coi loro piccoli difetti e le loro grandi virtù, sono un esempio da seguire, un modello ammirevole. 
L’emergenza Covid-19 ha confermato il valore della gente lombarda, il loro cuore, la fermezza e la concretezza con cui sa affrontare le difficoltà. I lombardi non si perdono d’animo, non si piangono addosso, non stanno con le mani in mano. I lombardi tirano fuori il meglio di sé quando sono con le spalle al muro. Non sbraitano, non si lamentano, non si comportano come le zecche. I lombardi sono stati capaci di costruire un ospedale per combattere la pandemia in dieci giorni. Lo hanno fatto da soli, senza piagnucolare e supplicare l’assistenza statale. I lombardi sapranno ripartire quando l’emergenza sarà rientrata e ancora una volta la Lombardia sarà la locomotiva d’Italia, lo stantuffo di un Paese che farà molta fatica a riprendersi. 
Perché siamo così? I miei nonni, riferendosi agli avi, mi dicevano che cresciamo col ricordo della punta della baionetta di Maria Teresa d’Austria. Forse è nel nostro DNA non perderci in chiacchiere inutili, non compatirci, convivere con la fatica e fare tesoro di una dignità che si perde nella notte dei tempi.  Forse dobbiamo dire grazie ai longobardi se possediamo una fede robusta, non necessariamente canonica. I nostri antenati praticavano il culto micaelico, cioè veneravano l’arcangelo Michele cui attribuivano le virtù guerriere del dio germanico Odino. Da allora, i lombardi credono nella forza nel lavoro, nella giustizia e in se stessi. Sono guerrieri pacifici, convinti che l’uomo sia fabbro del proprio destino e che con l’aiuto di Dio si possa superare ogni ostacolo.
I cromosomi dei lombardi non ce li ha nessuno. Perciò non abbiatene a male, amici che siete nati o vivete in altre regioni italiane, non risentitevi se vi dico che sono fiero d’essere lombardo, un lombardo senza campanile perché il Coronavirus ha abbattuto le rivalità provinciali, per cui non sono più solo comasco ma anche bresciano, bergamasco, milanese e via di seguito. Non prendetevela se vi suggerisco di imitarci anziché criticarci e ridere di noi perché ci piace la polenta e il sudore non ci fa paura. Oggi più mai, la Lombardia è caput Italiae.