giovedì 26 novembre 2020

Addio, anzi arrivederci


Questo è il mio ultimo post. Non ne scriverò altri sul mio blog, che di fatto cesserà di esistere a breve. Concludo, dunque, un cammino redazionale iniziato dieci anni fa, per la precisione il 2 gennaio 2011, con un testo il cui titolo oggi suona beffardo e profetico: “Dieci anni in emergenza”. Da allora, ho pubblicato 460 blog, per lo più editoriali, articoli e narrazioni attraverso i quali ho espresso opinioni, condiviso emozioni e raccontato storie. Per dieci anni, il mio blog è stato il modesto ma elegante megafono di chi blogger non è e non sarà mai. Era giusto che ponessi fine a questo malinteso. Io sono e sarò sempre uno scrittore, uno di quelli, parafrasando Thomas Mann, il cui pensiero sa diventare sentimento e il cui sentimento può divenire pensiero. 

I lettori (per lo meno lo zoccolo duro che mi ha seguito e apprezzato) si chiederanno le ragioni del mio congedo. Sarò onesto: ho perso la voglia di dire la mia, di contribuire nel mio piccolo a produrre scintille luminose, a mettere a dimora nel cuore e nella mente delle persone di buona volontà semi di riflessione, a dispensare bellezza e conoscenza. Non ho perso la voglia di scrivere né l’ispirazione per farlo, sia chiaro, è che mi sono convinto dell’inutilità dei miei sforzi. In fondo, mente chi dice che si scrive per se stessi. Io scrivo per dare gioia agli altri, per condividere il mio sapere e la mia ricchezza, che però non sono di questo mondo. Da tempo, l’afflato con cui scrivevo i miei post si è indebolito. Mi sono rassegnato alla realtà e il 2020, Annus horribilis per gli ovvi motivi che tutti conosciamo, ha dato il colpo di grazia alle residue speranze di perseverare negli scopi originari. Non ha più senso farlo, soprattutto alla luce di alcune considerazioni che voglio condividere. 

Appartengo a una generazione che fatica a capire (e rifiuta di accettare) alcuni cambiamenti avvenuti intorno a noi negli ultimi, supersonici decenni. Non mi riferisco a quelli tecnologici – ben venga il progresso quando migliora la vita – ma a quelli antropici. Il mondo in cui viviamo non era nemmeno lontanamente immaginabile quando ero un bambino e se mi avessero descritto i caratteri della società contemporanea non avrei creduto a ciò che sentivo. Lo confesso, se mi avessero detto che nel 2020 il processo disgregativo dell’umanesimo sarebbe giunto al livello avanzato in cui ci troviamo avrei provato una lecita riluttanza di fronte all’idea di crescere e assistere al disfacimento di quell’insieme di valori, regole di comportamento e modalità di pensiero che costituivano l’assetto del sistema educativo. Mai avrei dato credito alla descrizione di una società imbarbaritasi, al racconto della decadenza dell’impero occidentale, alla cronaca dei misfatti dei nostri tempi. 

“Figliolo, quando avrai sessantacinque anni vivrai in una società dove prevalgono i cretini, i furbi e gli arroganti. Assisterai alla lenta agonia della meritocrazia, al crollo dei principi morali, al predominio dei demolitori della ragion pura. Vedrai l’apoteosi dell’ignoranza, della volgarità e della maleducazione. Per contro, piangerai il tramonto del buon senso, della competenza, del giusto modo di relazionarsi col prossimo. In una parola, conoscerai la deriva antropologica e invano cercherai di opporti ad essa con gli strumenti che avrai a disposizione.” 

Ecco, se mi avessero parlato così avrei provato una profonda tristezza e tanta paura. Non mi avrebbe consolato più di tanto sapere che in compenso non avrei conosciuto la guerra e la miseria. A volte, mi coglie il pensiero tremendo che forse una terza guerra mondiale avrebbe evitato all’umanità di inaridire il pozzo dell’anima, colmandolo di spazzatura. In fondo, in questi ultimi dieci anni, ho cercato di ribellarmi allo schifo che ci circonda, ho fatto ricorso alla scrittura nella speranza che potesse risvegliare le coscienze e illudermi, come dice il principe Miskin ne L’Idiota. che “la bellezza salverà il mondo”. Ma temo che Dostoevskij avesse torto: anche la bellezza accusa i colpi del relativismo. Oggi più che mai, non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. E alla massa piace sbirciare dal buco della serratura, razzolare nel fango come i maiali, onorare i falsi profeti e i falsi idoli, uniformarsi al pensiero dominante. Cui prodest indicare col dito la vera bellezza se sei circondato da ciechi? Il mondo si appresta a nuovi, inimmaginabili cambiamenti, in parte dovuti al Covid-19, i cui effetti collaterali sull’umanità rischiano di essere devastanti, non tanto sul piano fisico bensì psichico. Se pensiamo a quali trasformazioni esistenziali ha prodotto il nefasto 11 settembre 2001, è lecito immaginare che la pandemia che ha sconvolto il pianeta ridisegnerà ulteriormente gli stili di vita e le forme di pensiero del consorzio umano. Non voglio nemmeno immaginare quale direzione prenderemo, visti i precedenti. Forse, mi capite. Non me la sento più di essere una inutile vox clamantis in deserto. Meglio tacere. 

Mi sento come il padre senza nome di Cormac McCarthy. Cammino su La strada rassegnato all’idea che non posso cambiare le cose, che conta solo sopravvivere in un mondo disastrato. Appartengo, infatti, al genere resistenziale che non ha visibilità e paga il fatto di non appartenere alla lobby trasversale e schiamazzante dei mediocri, dei meschini, degli incapaci raccomandati, dei servi sciocchi e degli arrivisti. Ne consegue il mio “Basta!”. Da oggi, mi dedicherò ad altro. O meglio, mi dedicherò a quello che so fare meglio – vale a dire scrivere – con immutata passione. Non c’è alcuna contraddizione in questa promessa. Continuerò a scrivere racconti e romanzi, per lo meno fin quando il fuoco resterà acceso. Per cui, il mio addio è in realtà un arrivederci. Ho almeno cinque opere inedite nel cassetto e altre in lavorazione. Non dispero che prima o poi un editore importante si accorgerà di me e converrà che solo la bellezza può salvarci, per cui tornerete a leggermi, se avrete la bontà di farlo.

Nel frattempo, vi abbraccio tutti e vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato e la stima che mi avete concesso. Voglio salutarvi idealmente come si usava un tempo, con un gesto referenziale dimenticato. Immaginatelo così, il mio commiato, mentre sventolo un fazzoletto bianco dal finestrino di un treno in partenza o su una scogliera a strapiombo sul mare. 

In fondo sono un romantico, di più, un inguaribile sognatore.


mercoledì 22 luglio 2020

Il tempo della resilienza


È possibile che qualcuno abbia notato che scrivo di meno. Pochissimo, a dire il vero. In realtà, ho solo smesso di pubblicare post. Durante il periodo di clausura causata dal Covid-19 e fino a ieri, ho speso le mie risorse creative per scrivere un nuovo romanzo destinato a comporre una trilogia narrativa dedicata ai giganti del pensiero umano (insieme a “Le infinite ragioni” e a “Le fiamme del Paradiso”, quest’ultimo in attesa di un editore). Ho dunque trascurato il mio blog e solo oggi, dopo un silenzio che dura dal 25 aprile, riprendo il colloquio con i 44 gatti che mi seguono, spero con un certo affetto e stima. 
Lo faccio per testimoniare che il Coronavirus mi ha segnato. Non fisicamente, giacché per fortuna ho sempre goduto di ottima salute, ma nell’aeternum internum. Ho preso atto delle difficoltà e delle ripercussioni che questo trauma psicosomatico ha prodotto sul consorzio umano, modificando in maniera radicale e forse definitiva i rapporti sociali, le relazioni umane, il modus cogitandi et vivendi. Inutile negarlo, non sono più quello di prima. Nessuno lo è. Con serenità riconosco che è arrivato, anche per me, il tempo della resilienza. A scanso di equivoci voglio chiarire questo concetto che va di moda ma di cui molti ignorano il vero significato. La resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Per estensione, in ambito psicologico è considerata la capacità di un essere umano di affrontare e superare un fatto traumatico, un periodo buio, un ostacolo stressante. E quindi, la possibilità di adattarsi in maniera positiva a un evento negativo. 
Il 2020 ci ha posti di fronte all’imponderabile, a qualcosa che non potevamo immaginare (ma che io definii “Cigno nero” in un post profetico del 28 dicembre 2019, https://www.giuseppebresciani.com/2019/12/dobbiamo-sperare-nel-cigno-nero.html) e ha stravolto il quotidiano del genere umano. Siamo stati costretti ad assumere posizioni difensive, a temporeggiare, a sospendere i nostri progetti, a temere che non potranno più realizzarsi. Benché io non abbia perso il posto di lavoro o qualche affetto, sia in grado di affrontare l’emergenza economica che sta per abbattersi sul nostro Paese e non abbia motivi reali per temere il domani – lo ripeto, ho la fortuna di essere una persona solida e benvoluta dal Cielo, che oltre tutto non si arrende mai – direi una bugia se affermassi che tutto va bene e non ho dovuto ammainare le vele per limitare i danni della burrasca. Mi limiterò a confidare ai miei 44 gatti che difficilmente avranno modo di apprezzare il mio nuovo romanzo, che esistevano le premesse perché fosse pubblicato da un editore importante nella primavera dell’anno prossimo. In questa opera – Le fiamme del Paradiso – racconto un Dante Alighieri sorprendente ed è un peccato che il mio ritratto intimista non possa venire alla luce nell’anno in cui si celebra il 700° anniversario della morte del Divin Poeta. Mi auguro di riuscire a pubblicarlo più avanti, quando il mondo dell’editoria tornerà a credere nel valore letterario di un libro. 
La resilienza a cui mi vedo costretto mi ha aperto gli occhi. Mi sono reso conto che puoi scrivere bene, raccontare storie appassionanti, celebrare la bellezza, ma che se non sei nel giro, non hai le amicizie che contano e appartieni al genere homo sapiens anziché al minus habens, la tua è fatica sprecata. A volte mi chiedo come sia possibile che personaggi privi di cultura e buon senso, per non dire decerebrati, collezionino decine o centinaia di migliaia di follower, che i blogger dell’insipienza cosmica siano ospiti fissi nei salotti televisivi e abbiano un successo anche economico che è precluso a persone migliori di loro, che scrittori modesti vendano libri banali. Nello specifico, mi domando se ha ancora senso sforzarsi di educare la gente, come dovrebbe fare un intellettuale, di contribuire a farle amare il kalòs kai agathòs tanto prezioso nella cultura greca antica. Ma la gente apprezza ancora il “bello e il buono”? Questo è il mio dubbio amletico. Si direbbe proprio di no. Non so spiegarmi altrimenti alcuni fenomeni del nostro tempo quali la prevalenza del cretino, il vuoto a perdere, la relatività che appiattisce, l’arroganza mediatica, la mediocrità in cui annaspano l’editoria, l’arte e la musica. Le mie domande, i miei dubbi, sempre più atroci a causa dell’emergenza sanitaria, divenuta emergenza umanitaria (mi riferisco al valore etico dell’humanitas affermatosi nel Circolo degli Scipioni) mi hanno convinto che la resilienza mal si concilia col romanticismo. Non voglio più vestire i panni cavallereschi ma goffi di Don Chisciotte. Non ha più alcuna logica combattere contro i mulini a vento. Perciò ho deciso di defilarmi, rinunciando a dire la mia. Cui prodest? Siamo circondati da opinionisti ed ebeti parlanti, frastornati dal clamore del nulla. Io voglio adeguarmi ai tempi tacendo, non essendo in grado di fare sentire la mia voce. Nei prossimi mesi pubblicherò pochissimi post e a fine anno chiuderò il mio blog. Ha fatto il suo tempo. Nel tempo della resilienza, l’uomo saggio deve guardare dentro di sé e osservare il mondo con dignitoso distacco, in religioso silenzio. Voglio provarci, per lo meno. Tuttavia non preoccupatevi. Perderete un blogger stanco e deluso ma potrete sempre contare su uno scrittore capace di emozionarvi, la cui vena non si è inaridita.

sabato 25 aprile 2020

Liberaci dal male


Non mi va giù che il 4 novembre, data della celebrazione della Vittoria nella prima guerra mondiale, non sia più un giorno festivo – lo è stato solo per cinquantacinque anni, dal 1919 al 1974 – mentre santifichiamo il 25 aprile, anniversario della Liberazione, da ben settantacinque anni. Che dire? Siamo un popolo indecifrabile, che si vergogna del proprio orgoglio ma sa trasformare la vergogna in un motivo d’orgoglio. Quale altra nazione avrebbe rimosso una vittoria vera per continuare ad esaltare una mezza vittoria che da sempre divide anziché unire? Quest’anno, per lo meno, le piazze italiane non saranno inquinate dai liquami di una retorica obsoleta, non sentiremo i proclami antifascisti dei partigiani del giorno dopo né vedremo le sardine impegnate nella ricerca dei neuroni perduti. 
Nondimeno, oggi voglio auspicare la liberazione. Quella vera, attuale, necessaria per tornare a vivere e riprenderci la speranza nel futuro. In primis, liberiamoci di chi ci governa senza essere stato eletto dal popolo, il governo peggiore nella storia della Repubblica Italiana. Liberiamoci delle mosche cocchiere che ci conducono verso il baratro. Liberiamoci dei tafani che ogni giorno ronzano intorno allo sterco e ci dicono che è profumato. Liberiamoci degli inetti, dei traditori della patria, dei furbi, dei corrotti, degli approfittatori. Liberiamoci di chi predica bene e razzola male, degli egoisti, dei fancazzisti, delle false “risorse” che vogliono mungerci pensando che siamo vacche (in effetti, siamo in vacca). Liberiamoci dell’inedia, della pigrizia, dell’indifferenza, dell’atavica sudditanza verso le istituzioni, la burocrazia, i notabili. Liberiamoci della retorica antifascista, delle strumentalizzazioni, dei pregiudizi, dei complessi, delle dipendenze, dei condizionamenti, delle cattive abitudini. Liberiamoci dai ceppi di un’Europa schiavista. Liberiamo il nostro animo dal timore di non farcela, dai rimorsi, dai sensi di colpa, dai pensieri tristi. Liberiamo noi stessi dalla paura di essere liberi. Infine, liberiamoci del Coronavirus. Possiamo farlo, a patto di mostrarci pazienti, prudenti e intelligenti. E se crediamo in Dio, questa è l’occasione giusta per chiedergli di liberarci dagli incubi che rendono inquieto il sonno. 
Oggi, per favore, liberatevi dei luoghi comuni ed evitate i flash mob sul tema Bella Ciao tanto cari al regime totalitario di cui siamo i sudditi inermi. Ma se non potete fare a meno di affacciarvi alle finestre o uscire sui balconi, cantate l’inno nazionale e insieme date fiato a una richiesta ragionevole: Libera nos a malo
Essere liberati dal male, in ogni sua forma ed espressione, dovrebbe essere il desiderio e lo slogan di tutti gli italiani il 25 aprile 2020.

sabato 4 aprile 2020

Vogliamo uscire


Sarò breve ed esplicito. Vogliamo uscire dall’incubo che stiamo vivendo e per farlo dobbiamo avere tanta pazienza, rispettare i decreti e capire che la nostra priorità è non ammalarsi o contagiare gli altri. Vogliamo uscire dalla confusione che regna sovrana, dalle contraddizioni e incongruenze di chi dovrebbe rassicurarci e invece annaspa nel vuoto cosmico. Vogliamo uscire dall’incertezza, che fa più danni del pericolo reale e alimenta la paura. Vogliamo uscire dalla vischiosa pania della burocrazia, questo mostro dalle mille braccia che ci paralizza, e il cui veleno è più letale di quello del serpente di Mare. Vogliamo uscire dal cul-de-sac in cui ci ha gettato una classe politica incapace, un governo di guitti che guai se lo critichi in questo momento di emergenza, dove la polemica è vietata e la libertà individuale sospesa. Vogliamo uscire dall’attendismo, perché c’è poco tempo per salvare l’economia italiana. Vogliamo uscire dalle sabbie mobili in cui la banda giallorossa ci sta trascinando senza dirci come e se potremo mai uscirne. Tanto, la colpa è sempre degli altri e ricadrà sui nostri figli. Vogliamo uscire dall’Europa se la misera, indecente, infame Europa dell’asse Merkel-Macron e dei potentati finanziari insiste a comportarsi con noi come se fossimo i figli di un dio minore anziché i padri fondatori. Vogliamo uscire dall’irresponsabilità, dalla leggerezza, dall’egoismo, dal senso di onnipotenza che ancora oggi accomuna troppi furbetti. Vogliamo uscire dalle righe e parlare chiaro, perché stiamo stufi di essere trattati come bambini scemi a cui raccontare bugie. Vogliamo uscire di casa per non uscire di senno, ma lo faremo quando sarà il momento, non prima. Ma state certi che quando il momento arriverà non ci limiteremo a fare passeggiate e corse all’aria aperta, ad aggregarci e ubriacarci di sole, al mare o in montagna. Faremo di più perché vogliamo uscire dallo stallo e per riuscirci bisognerà ribaltare le carte in tavola e restituire la sovranità al popolo. Sia chiaro, non vogliamo uscire e basta, vogliamo uscire a rivedere le stelle, come Dante Alighieri, confidando che dopo avere attraversato l’Inferno e prossimamente il Purgatorio, saremo accolti in Paradiso. Possibilmente vivi e con la voglia irrefrenabile di prendere a legnate quelli che hanno sbagliato, quelli che sono in mala fede e remano contro di noi, anzi ci irridono pensando che siamo amebe contagiate da un’epidemia più potente del Covid-19: l’inerzia cronica.  
Vogliamo uscire, capito?