mercoledì 27 novembre 2019

Lo sconforto e la tabula rasa

Confesso la mia inquietudine. Sebbene io sia un uomo soddisfatto della propria vita, fortunato e intraprendente, in queste ore avverto un sottile malessere interiore, refrattario a ogni tipo di rimedio. Gli affetti, la cultura e la saggezza che penso di avere acquisito alla scuola della vita, attraverso i successi e le sconfitte, entrambi maestri, non riescono a medicare il tormento, condito di disgusto, che mi arrovella l’animo. Voglio ricorrere a un’icona tristemente famosa per descrivere il mio attuale stato d’animo. È l’immagine di Roberto Baggio dopo avere sbagliato il rigore decisivo nella finale dei Mondiali di Calcio nel 1994. È l’istantanea impietosa dello sconforto. Sì, è così che mi sento, sconfortato. 
Lo scoraggiamento non è dovuto alla mia condizione umana, giacché sono sano e benestante, ancora abile a sognare e programmare il futuro con l’entusiasmo di un esordiente. Non ho sbagliato il calcio di rigore che poteva darmi la vittoria; è che intorno a me, nello stadio, si respira un clima velenoso, aspro, post-apocalittico. Lo stadio è la società in cui viviamo, nella fattispecie la società italiana. Mi addolora vedere come siamo caduti in basso, in ogni ambito, e come manchino la volontà e forse la capacità di risollevarci. L’Italia non funziona più, è alla deriva, e pare che l’autolesionismo sia diventato lo sport nazionale, sicché si rischia di accettare passivamente lo status quo, di rassegnarsi. 
Ci siamo abituati a subire in silenzio. Subiamo ogni giorno, ormai assuefatti a ingoiare fiele e fingere che farlo sia il male minore. Subiamo la tracotanza di un apparato statale che odia i cittadini, li vessa, li considera evasori fiscali a prescindere, mucche da mungere, numeri e non più esseri umani. Non si può più parlare di pressione fiscale, quella in atto è una persecuzione applicata con metodi degni della polizia segreta della vecchia Germania dell’Est. Va da sé, tuttavia, che esistono due pesi e due misure. Lo stato controllore è forte coi deboli ma debole (e connivente) coi forti. Chi ci governa pensa di essere al di sopra delle leggi e si comporta di conseguenza, ma guai se il semplice cittadino sbaglia. La magistratura non osserva le leggi, le adatta a sordidi disegni politici. Subiamo l’involuzione continua della politica. Chi, come me, ha conosciuto le luci e le ombre della Prima Repubblica, la rimpiange. Non perché i politici della DC, del PCI, del PLI, del PSI e via di seguito fossero dei santi (tutt’altro) ma perché la politica, benché si reggesse sugli interessi e gli ideali di parte, non perdeva mai di vista il bene comune, la prosperità e la crescita della nazione. L’Italia era invidiata e rispettata. Il confronto fra le parti, anche quando era acceso, non trascendeva oltre certi limiti che i mass-media rispettavano. Lo spettacolo odierno, invece, è vomitevole. Ignoranza, odio e volgarità tracimano. 
Sono sempre stato anticomunista, e la storia mi ha dato ragione, ma rimpiango Berlinguer e Craxi. Erano dei giganti rispetto agli ominicchi della Sinistra contemporanea, che si appellano a un antifascismo trito e anacronistico, hanno un concetto di democrazia alla Cicero pro domo sua e demonizzano gli avversari politici non avendo la più pallida idea di come si governi una nazione moderna. La pochezza, e la miseria della Sinistra italiana, è emblematica della desistenza del nostro Paese. Dei pentastellati non voglio nemmeno parlare: hanno un grande futuro alle spalle. Subiamo la vile disinformazione quotidiana propinata da pennivendoli acclamati che non possiamo definire superficialmente servi sciocchi o miseri lacchè; sono cortigiani meschini, in mala fede, al soldo di padroni altrettanto ipocriti. È pur vero che abbiamo ancora la libertà di scegliere se farci prendere per il culo o meno ma è assurdo che in qualità di contribuente io debba finanziare programmi televisivi in cui si dà enfasi a gentucola che viola le leggi o istighi a farlo, a falsi maîtres à penser e ringhiosi botoli da guerriglia. Subiamo le invasioni barbariche e i loschi giochi di potere ed economici di chi sventola la bandiera dell’accoglienza per interesse e non per solidarietà o misericordia. Subiamo la violenza quotidiana, l’incertezza della pena e l’insicurezza della vita civile come se fossero inevitabili, come se l’osservanza delle leggi fosse un optional. Ben inteso, un optional per i clandestini e i criminali, giacché agli onesti non sono concesse deroghe. Subiamo l’umiliazione riservata alla brava gente, ai lavoratori, alle famiglie. Mai come in questo momento, la spaccatura è dolorosa: da una parte l’Italia minoritaria ma potente che sghignazza – composta di approfittatori, furbi, arroganti, arricchiti, fraudolenti e più genericamente palle di sterco – e l’Italia maggioritaria che suda, si lamenta e non ce la fa più, invocando inutilmente di tornare al voto nella speranza di un cambiamento radicale. Ma è possibile che lo scenario cambi? Potremo tornare a respirare un’aria meno torbida? Non so. So che nel frattempo subiamo, tirando a campare. Subiamo la prepotenza dilagante, la caduta di ogni freno morale e la maleducazione alla massima potenza. Subiamo le metamorfosi inimmaginabili fino a qualche anno fa. Subiamo i voltafaccia, i tradimenti della patria (svenduta alle banche e ai plutocrati per un piatto di lenticchie) e l’apoteosi dei dilettanti. Subiamo, come se fosse un salutare segno di modernità, gli attacchi proditori alla famiglia tradizionale, i preti che cantano “Bella ciao” in chiesa e quelli che abusano dei giovani, i cattivi amministratori pubblici la cui inettitudine è premiata con onori e prebende, i mistificatori della realtà e della storia, gli speculatori, i camorristi il cui prestigio lievita grazie a una serie televisiva che finge di fustigarli, gli araldi dei diritti a tutti i costi che si dimenticano dei doveri, i falsi buonisti, i falsi progressisti, i falsi profeti e i falsi taumaturghi dei mali nazionali, i bucanieri della finanza, gli illusionisti, i razziatori, gli imbecilli che dettano legge, i fancazzisti che sfruttano il sudore altrui e quelli che “lei non sa chi sono io”. 
Povera Italia, poveri noi. Come si fa a non sentirsi affranti come Baggio, che regalò il mondiale al Brasile. Noi a chi stiamo regalando la nostra dignità, il nostro futuro, il nostro Paese? Ma soprattutto, perché? Alda Merini ha scritto che “lo sconforto non tiene conto del firmamento”. Forse dovremmo fare lo forzo di fissare le stelle e convincerci della relatività delle nostre percezioni, che ci sono cose più importanti del marciume in cui siamo affondati, che in fondo nessun corpo celeste sta precipitando sulla terra. Forse ci riprenderemmo dallo sconforto. O forse no. Forse potrebbe scuoterci la caduta di un asteroide sull’Italia. A mali estremi estremi rimedi, si diceva una volta. 
E se l’unica, radicale soluzione per uscire dallo sconforto fosse quella che i latini chiamavano tabula rasa?

venerdì 22 novembre 2019

La fama non si nega a nessuno

Al cimitero acattolico di Roma c’è una tomba su cui è inciso questo epitaffio: “Qui giace uno il cui nome è scritto sull’acqua”. È il sepolcro del poeta inglese John Keats, famoso per le sue liriche intrise di romanticismo. Le sue ultime parole potrebbero fotografare un fenomeno che sta caratterizzando i nostri tempi vacui, all’insegna della forma e non del contenuto, dell’apparenza e non della sostanza, della fugace inconsistenza dei suoi protagonisti. Mai come negli ultimi anni, infatti, la fama non si nega a nessuno, per lo meno in Italia. 
Si diventa famosi per un nonnulla, purché il nulla sappia colmare il vuoto cosmico dei giornali, della televisione, della rete, i cui sacerdoti sono freneticamente alla ricerca di liturgie nuove, originali e accattivanti. È ininfluente che i vocati alla fama abbiano i requisiti per meritarla. Basta gonfiarli attraverso potenti megafoni per renderli popolari. Fu profetico Andy Warhol quando disse che in futuro tutti saranno famosi per quindici minuti. C’è chi resiste per un periodo più lungo ma credo che la fama sia impietosa: se ne va con la stessa facilità con cui è arrivata. Forse è il caso di dire che la fama non si lega a nessuno. 
In queste ore, ad esempio, si parla del movimento estemporaneo (ma non spontaneo) delle “Sardine”. Scommettiamo che sarà famoso ma durerà un amen? Se è diventata famosa una Chiara Ferragni qualsiasi, se grazie alle comparsate oscene nei reality show ci si assicura un posto al sole, se occorre salire sul carro giusto della politica nell’attimo fuggente per acquisire visibilità e campare d’interessi, non sarebbe uno scandalo se i ragazzi di Bologna di cui si parla come se fossero dei geni perché hanno fatto una goliardata ittica, cantano Bella Ciao e insultano Salvini, fossero baciati da una fama gratuita che li lanci in orbita. 
Ma cos’è mai la fama? I latini la raffiguravano come un enorme mostro alato che aveva tanti occhi per vedere, tantissime orecchie per sentire e infinite bocche in cui si agitavano altrettante lingue. È un’immagine attuale ma ripugnante. Ragion per cui, dovremmo preferire l’anonimato dignitoso e intelligente al quarto d’ora di vanagloria. Ciò non toglie che la fama ha fame di figurine “usa e getta”, stravaganti e velleitarie. 
Perciò avanti, c’è ancora posto.

sabato 19 ottobre 2019

Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia

Aveva ragione Mark Twain: la vita sarebbe infinitamente più felice se potessimo nascere all’età di ottant’anni e gradualmente avvicinarci ai diciotto. Si presume, infatti, che le persone appartenenti alla fascia della terza età siano più esperte, forse più sagge, per cui affronterebbero la vita con maggiore sale nella zucca se potessero ringiovanire anziché invecchiare, spesso malamente, fino al punto di perdere il senno. 
Il senno l’ha perso da tempo Beppe Grillo, la cui ultima boutade – “Togliamo il voto agli anziani” – farebbe sorridere se non fosse, in realtà, un segnale della scarsa considerazione di cui godono le persone attempate nella nostra epoca. A parte il fatto che togliere il voto a certi anziani rincoglioniti eppure convinti d’avere sempre ragione, fra cui lo stesso Grillo che a 71 anni soffre di demenza senile, non sarebbe una iattura, fa specie che oggi gli anziani siano così poco considerati e visti come un peso, per cui si auspica che si tolgano di mezzo. Sono sacrificabili. Lo pensano in tanti, compreso lo Stato, preoccupato che l’Italia sia una nazione sempre più vecchia, il che mette in crisi le finanze e rende labile il futuro. A chi importa, per altro, la dispersione del vasto patrimonio umano, etico e storico-culturale che gli anziani possiedono? 
Eppure, dovremmo ricordarci del proverbio africano che ammonisce: un vecchio che muore è una biblioteca che brucia. Ma serve a qualcosa rammentarlo? Temo che il sacrificio di una biblioteca addolori meno della perdita dei dati di un cellulare o di un tablet. Così va il mondo ma chissà che un giorno le cose non cambino… La vecchiaia, nella storia del pensiero e dei comportamenti umani, è stata giudicata in modi diversi e contrastanti. Ci sono state epoche in cui era onorata e considerata una ricchezza, altre di segno diametralmente opposto. Rispetto e indifferenza, venerazione e derisione si sono succeduti nel sentimento generale e chissà che non torni il tempo in cui i vecchi erano in auge. 
Per quanto mi riguarda, sebbene dal punto di vista anagrafico io rientri nella categoria dei “sacrificabili”, mi ostino a credere di non essere invecchiato né tanto più vecchio. Anzi, voglio rassicurare chi mi conosce bene: avrò diciotto anni fino alla morte, come scrisse Haruki Murakami. Ergo, la mia biblioteca resterà aperta a lungo.