mercoledì 8 gennaio 2020

Meglio la "Canzone del Piave" di "Bella ciao"

Non se ne può più di assistere allo spettacolo penoso offerto da sinistroidi nostalgici, sardine decerebrate, pseudo-partigiani, insegnanti frustrate e per ultimi i preti confusi che si riuniscono nelle piazze (e persino nelle chiese) per cantare Bella Ciao. Non ho nulla contro questa ballata popolare, di cui riconosco il valore musicale e antropologico, mi disturba l’uso fazioso e provocatorio che se ne fa. Mi spiego meglio, starnazzare Bella ciao come se fosse un esorcismo antisalviniano, un antidoto apotropaico contro la maggioranza degli italiani che voterebbe il centro destra se potesse tornare alle urne, è come invocare gli spiriti facendo la danza della pioggia. E poi, Bella Ciao è un falso storico e utilizzarla a fini politici nel terzo millennio, settantacinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, costituisce un gesto politico distorto, anacronistico. Forse è il momento di sfatare il suo mito, di chiarire la genesi e il valore di un canto che è forviante in una società dove comunismo e fascismo sono fantasmi patetici.
Già, ma che ne sanno gli ingenui e i fessi che ripetono parole e suoni come i pappagalli? Occorre sapere che Bella Ciao nacque ben prima della Liberazione ma non fu un canto di lotta specifico della Resistenza. Lo ha affermato chiaramente Giorgio Bocca, ma anche Giampaolo Pansa ha precisato che non è mai appartenuto alle formazioni partigiane. Concetto riaffermato da altri storici e da Carlo Pestelli, che nel libro “Bella ciao, La canzone della libertà”, ha ricostruito le sue origini e diffusione. Gli unici partigiani che la cantavano, in alternanza con altri motivi, operavano in Emilia, fra Reggio Emilia e il modenese, e in misura minore nelle Langhe. In realtà, i partigiani amavano canzoni a quel tempo più popolari, che variavano a seconda delle zone e delle ideologie politiche. Le Brigate Garibaldi, ad esempio, si riconoscevano in Fischia il sasso, tratta dalla canzone russa Katjusha, che Beppe Fenoglio definì “travolgente”. Le brigate Giustizia & Libertà cantavano Là su quei monti e La Badoglieide, mentre le formazioni costituite da ex militari amavano Pietà l’è morta e le canzoni della prima guerra mondiale. Bella Ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra e il suo successo è dovuto alle abili strategie propagandistiche del PCI, che inventò una tradizione inesistente. La sua diffusione iniziò nel 1947, quando fu presentata, tradotta e cantata al primo Festival mondiale della gioventù democratica, tenutosi a Praga, dove si erano recati alcuni giovani ex-partigiani emiliani per partecipare a una rassegna canora. In quell’occasione nacque il tipico ritmico battimani. Accadde così che una canzone apartitica, in origine espressione della lotta per la libertà, fu trasformata in un manifesto comunista, contribuendo ad alimentare il falso storico che la Resistenza fu solo “rossa”. Da allora, Bella Ciao è un classico di lotta che viene scomodato a sproposito, come se appartenesse esclusivamente alle forze politiche di Sinistra. 
Dissacriamo questo mito bugiardo. Oltretutto, Bella Ciao non è una canzone originale ma il tarocco di melodie preesistenti. Sono stati chiamati in causa molti archetipi della canzone popolare. Si è pensato, forse erroneamente, che la matrice sia un antico canto delle mondine. Più facilmente, essa ha copiato, sia dal punto di vista musicale che dell’iterazione del “Ciao”, un canto infantile un tempo molto diffuso nell’Italia settentrionale, cioè “La me nòna l’è vecchierella”. Ma è anche debitore del canto piemontese “Là daré d’cola montagna”, di quello trentino “Il fiore di Teresina” e della ballata veneta “Stamattina mi sono alzato”. C’è addirittura chi sostiene che Bella Ciao sia la copia di un’antica ballata francese, di un canto dalmata o di una melodia yiddish. Aldilà di queste riflessioni, vorrei sottolineare che Bella Ciao non è un canto che racconta la lotta civile o la lotta di classe (come accade in Fischia il vento) ma una protesta contro l’invasore. E come tale, lo rispetto giacché la guerra partigiana nacque come lotta contro i tedeschi che avevano occupato militarmente l’Italia. In tale senso, se la Sinistra demagogica e falsamente democratica non ne avesse fatto il suo cavallo di battaglia, oggi potrebbe essere il canto di tutti gli italiani invasi dai migranti clandestini, dai poteri forti, dai burocrati europei e dagli invasori occulti che mirano a distruggere la nostra economia, la nostra cultura, la nostra civiltà. Ma non è così, perché Bella Ciao non unisce ma divide gli italiani, che nella grande maggioranza continuano a riconoscersi in melodie di più alto valore come l’Inno di Mameli, Va pensiero su l’ali dorate e naturalmente la Leggenda del Piave. Ecco, quest’ultima dovrebbe essere cantata nelle scuole e nelle piazze e non solo per ricordarci di come il nostro popolo fermò lo straniero. Meglio la Canzone del Piave di Bella Ciao. Perché ci ricorda di come eravamo coraggiosi e tenaci, uniti contro il pericolo comune, fieri e orgogliosi di essere italiani. Con il massimo rispetto dei partigiani che si sacrificarono durante la guerra civile, preferisco gli eroi del Piave. Dovremmo onorare la memoria dei nostri umili avi, che se tornassero in vita ci prenderebbero a calci nel culo, vergognandosi di quanto siamo stupidi e remissivi, dell’ignavia con cui assistiamo allo sfascio della patria e alle invasioni barbariche che ci stanno snaturando, del tradimento dei governanti. Sono certo che molti la pensano come me, ma oggi la maggioranza è silenziosa, attonita, sconfortata. Povera Italia! Che sarà di noi? 
Pochi sanno che nel 1918, il generale Armando Diaz inviò un telegramma a Ermete Giovanni Gaeta, l’autore della fortunata canzone che aveva ridato il morale ai soldati italiani dopo la disfatta di Caporetto, confessandogli: “La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale”. Altri tempi, purtroppo. Oh, magari bastasse un canto per risvegliare l’orgoglio nazionale e dare il via alla riscossa, come accadde con la Canzone del Piave!

sabato 28 dicembre 2019

Dobbiamo sperare nel cigno nero

Giovenale definiva il cigno nero “impossibile”. Fino al 1697 s’ignorava la sua esistenza. Lo scoprì il navigatore olandese Willem de Vlamingh mentre esplorava l’Australia. Possiamo solo immaginare la sua sorpresa di fronte all’impossibile, nella fattispecie una “anomalia” che fece crollare la certezza che esistessero solo cigni dalle piume candide. Nel 2007, il filosofo empirista ed economista Nassim Nicholas Taleb ha ribattezzato “cigno nero” l’evento unico e impattante che appare improbabile eppure si attua. La sua teoria è stata applicata ai fenomeni finanziari e agli eventi climatici estremi ma possiamo estenderla a ogni fatto inatteso della vita che ci sorprende e disorienta, qualsiasi evento ci destabilizzi. Il paradosso è che i cigni neri sono prevedibili a posteriori. La storia ne è piena. Cos’altro furono il naufragio del Titanic, il crollo di Wall Street nel 1929 e l’ascesa di Hitler? Pensiamo all’11 settembre 2001. Fu un evento inimmaginabile i cui effetti sono stati devastanti, cambiando per sempre il mondo. Altri cigni neri del nuovo millennio, leve di uno straordinario mutamento, sono Google e i social network. I cigni neri sono sempre in agguato e appaiono senza preavviso. Non sempre sono negativi, anzi. 
Ragion per cui, considerato lo status quo dovremmo concludere l’anno esprimendo il desiderio che il 2020 ci porti in dono un cigno nero. Ci serve per scuoterci, risvegliarci dal vergognoso, desolante torpore in cui siamo caduti. L’Italia ne ha bisogno al più presto se vuole sopravvivere. Non possiamo considerare normale una situazione in cui la politica, la cultura, l’economia, la morale e più in generale la vita di tutti i giorni hanno raggiunto un livello di decadenza tale da farci temere che siamo perduti. Può salvarci solo un cigno nero, un fatto che al momento nessuno può prevedere ma che un domani si rivelerà provvidenziale. Una scossa, un trauma, un salto quantico. Quale? Non sono Frate Indovino, non ho la più pallida idea di cosa potrebbe vincere la nostra inerzia, di come potremmo rimetterci in piedi e uscire dall’incubo che stiamo vivendo. 
Posso solo augurarmi che sia in arrivo un cigno nero. Dobbiamo augurarcelo tutti. È la nostra unica speranza.

giovedì 19 dicembre 2019

Il Natale del 1969

Penso che ogni uomo, col trascorrere degli anni, finisca per rivalutare il Natale, non necessariamente come festa religiosa o sfrenata liturgia dionisiaca all’insegna dei bagordi, bensì come momento unico che fa vibrare le corde della memoria. 
Qualche giorno fa, mi è capitato di rileggere Il Natale del 1833, il romanzo di Mario Pomilio che rievoca la morte di Enrichetta Blondel, prima moglie di Alessandro Manzoni, avvenuta proprio il giorno di Natale, dando corpo alla tragica sofferenza del poeta e alla sua difficoltà di metabolizzare il lutto. È una lettura che consiglio a chi volesse leggere un libro d’altri tempi che induce alla riflessione. Pomilio mi ha fatto pensare ai natali d’antan. Ho voluto rievocarne uno a caso, o solo in apparenza casuale, il Natale del 1969. Cui prodest? – si chiederanno in molti. Ai “vecchi” come me non dispiacerà che io rispolveri i ricordi dell’atmosfera natalizia di cinquant’anni fa. Ai più giovani, purché animati di curiosità, il mio semplice e personale flashback potrebbe non dispiacere perché evoca una realtà che non conoscono. 
Come fu quel Natale? Intanto, nevicò. Non era raro accadesse quando ero giovane. Nel 1969 avevo quattordici anni e facevo la IV Ginnasio. Come tutti gli studenti delle superiori, il mio orizzonte esistenziale era delineato dalla scuola e dai primi pruriti sentimentali, per cui mi sfiorava appena quel che accedeva nel mondo dei “grandi”. Oggi, a distanza di mezzo secolo, mi rendo conto che quel Natale costituisce uno spartiacque. 
Ma com’era l’aria che si respirava nel nostro Paese nell’ultimo Natale dei fantastici anni Sessanta? Stava per finire in maniera drammatica un’epoca e le avvisaglie di come sarebbero stati gli anni Settanta, gli “anni di piombo” si palesarono attraverso un terribile fatto di cronaca. Il 12 dicembre, a Milano, una bomba aveva provocato la morte di 17 persone e il ferimento di 88 all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura. A Roma, erano scoppiate alcune bombe alla Banca nazionale del Lavoro in via Veneto e presso la tomba del Milite Ignoto che fortunatamente non fecero vittime. La strage di Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, rese cupo e insieme incandescente il clima socio-politico. La gente, esterrefatta per l’accaduto, fu colta da un misto di rabbia e paura che condizionò gli umori e rese meno liete le feste natalizie. Anche perché, tre giorni dopo l’attentato, l’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato di essere coinvolto nei fatti, precipitò da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Fu dunque nei giorni precedenti il Natale 1969 che ebbe inizio quella che gli storici hanno chiamato “strategia della tensione”, che tanto sangue avrebbe versato negli anni successivi e si esaurì solo con la caduta del Muro di Berlino. Quattro giorni prima di Natale il sorriso tornò sul viso di molti lavoratori; dopo una dura vertenza protrattasi per quattro mesi, fu firmato il nuovo contratto dei metalmeccanici, una categoria a quel tempo primaria. Va da sé che ero troppo giovane e disinteressato al mondo degli adulti. Eppure, alcuni fatti accaduti nel corso dell’anno mi avevano colpito. Mi riferisco allo sbarco sulla Luna, al concerto di Woodstock, alla marcia contro la guerra nel Vietnam, alla presa del potere in Libia da parte di Gheddafi, alla legge sul divorzio. Il 1969 era stato l’anno di Easy Rider e della Fiat 128, del concerto dei Beatles al velodromo Vigorelli e della scandalosa Je t’aime moi non plus. Ma anche l’anno in cui il ministro Sullo aveva abolito l’esame di passaggio dalla V ginnasio alla prima classe del Liceo Classico ed era stato riformato l’esame di maturità (il che mi riguardava strettamente), l’anno in cui la Mondadori aveva pubblicato la prima edizione del Manuale delle Giovani Marmotte. Va da sé che non ho un ricordo nitido dei giorni che precedettero il Natale, tuttavia conservo alcuni frammenti mnemonici. Era uscito nelle sale cinematografiche L’albero di Natale di Terence Young, il film più lacrimoso degli anni Sessanta. La mia passione per il calcio rese vieppiù appassionante quei giorni. Il sorprendente Cagliari di Gigi Riva era in testa alla classifica del campionato di serie A e mi chiedevo se nel girone di ritorno avrebbe retto l’assalto delle “Grandi”. Quattro giorni prima di Natale il Como aveva pareggiato in casa contro la Reggiana e ci ero rimasto male. Ma il 23 dicembre tornai a sorridere perché Gianni Rivera aveva vinto il Pallone d’Oro. Non ero milanista ma esultai perché un calciatore italiano si era aggiudicato un premio così ambito. La televisione (c’erano solo la Rai e la TSI) era noiosa eppure, benché non fossi più un bambino, non mi perdevo Carosello. Quanto erano ingenui ma simpatici il pistolero Gringo, Capitan Trichetto, Miguel el Merendero, l’omino coi baffi e Carmencita e Caballero! Il 20 dicembre andò in onda la semifinale di Canzonissima e che in famiglia si faceva il tifo per Claudio Villa che interpretava Il sole del mattino. Alla fine, sarebbe stato battuto da Gianni Morandi con la canzone Ma chi se ne importa. Al terzo posto si classificò Massimo Ranieri con Se bruciasse la città. Il giorno di Natale fu lieto e a un tempo condito di discussioni e litigi. I miei nonni paterni erano dei guastafeste e pretendevano che mio padre fosse disponibile e trascurasse la famiglia per soddisfare i loro capricci, fra cui portarli a Sanremo. Quando ciò avveniva, scoppiava una tragedia in casa. Francamente non ricordo se la letizia natalizia fu incrinata nel 1969, ho rimosso molti ricordi. Per fortuna, però, non ho dimenticato quanto fossero calde e piacevoli le tradizioni di Natale. A quel tempo, nessuno contestava il presepe o la dieta mediterranea, nessuno (salvo le eccezioni) avrebbe rinunciato ad essere più buono, per lo meno ci avrebbe provato. Si scrivevano letterine e biglietti d’auguri con meticolosità, si percepiva l’aria di Natale in ogni dove, fervevano i preparativi, gli zampognari distillavano la loro musica come se fosse rosolio per l’animo. Non si sapeva cosa fosse il politically correct né il falso buonismo, ma c’era una solidarietà vera. I sentimenti erano sinceri e profondi. Non è riproducibile l’aura magica del Natale di una volta, ingenuo e tenero come non è più da tempo. Nel 1969, la gente era più gentile e sorrideva, la famiglia era un porto sicuro e non ci si scambiavano gli auguri tramite WhatsApp. 
Ma che ve lo dico a fare? Sono passati cinquant’anni e il mondo è cambiato. Eppure, pare che lo Spirito del Natale, quel sentimento di gioia condiviso da molte persone nel periodo delle feste natalizie, tant’è che ispirò a Charles Dickens il commovente “Canto di Natale”, esista davvero. Secondo alcuni ricercatori danesi, si troverebbe nel cervello di ogni essere umano. Può essere. 
Buon Natale, dunque. E se il Natale 2019 non sarà come vorreste che fosse, consolatevi col ricordo dei Natali felici custoditi per sempre nel vostro ippocampo insieme con lo spirito natalizio.