martedì 7 maggio 2019

Leonardo da Vinci fu "ammaliato" da Pavia

Leonardo da Vinci amava Pavia, urbs regia dalle cento torri, e vi soggiornò diverse volte per periodi più o meno lunghi. Forse la visitò  per la prima volta nel 1487-88, mentre è certo che vi si trasferì nell’estate 1490, l’anno in cui Ludovico il Moro gli concesse il titolo di ingeniarius, e ci rimase almeno fino al 17 gennaio 1491, data in cui lo Sforza sposò Beatrice d’Este nel Castello Visconteo. 
Nel mio romanzo Le infinite ragioni, Leonardo rammenta con nostalgia quel periodo. Difatti, scrive: Se la memoria non mi tradisce, giunsi a Pavia il 21 giugno. Ricordo la data perché ricorreva il solstizio d’estate e Pavia era un brulicare di giovani e giovinette che correvano festanti sui prati e lungo le rive del Ticino. Presi alloggio alla Locanda del Saracino a spese dei fabbricieri del duomo e vi soggiornai fino alla metà di dicembre. Fu un periodo bello e intenso, che l’amicizia sincera di Fazio Cardano, a quel tempo docente della locale Università, e di altri emeriti cittadini pavesi, rese indimenticabile. Mi sentivo libero e felice e avevo molto tempo a disposizione per meditare, fare visite d’arte e ricerche scientifiche, e anche scampagnate e passeggiate lungo l’alzaia del Ticino, di cui ammirai e studiai le acque. Nella sua missiva, Cardano si fa latore dei saluti dello scultore Giovanni Antonio Amadeo e mi tiene informato sulla sorte dei miei amici pavesi. Purtroppo, il pittore Agostino da Vaprio, che mi fece conoscere tutte le chiese di Pavia e dei dintorni, compresa la bellissima Certosa, non è più tra i vivi. Il capitano degli alabardieri ducali Biagino Crivelli, col quale condivisi studi di balistica e lunghi ragionamenti su come potenziare le armi, è partito per la guerra. Il cancelliere Gualtieri di Bascapè e il nobile Simone Arrigoni sono vecchi e malati. E chissà quanti vecchi sodali ingrassano la terra…”. 
Leonardo era stato inviato nella “Piccola Atene” dal Moro, insieme con l’architetto Francesco di Giorgio Martini e Antonio Amadeo, principalmente perché contribuisse coi suoi giudizi alla fabbrica del Duomo, i cui lavori erano iniziati nel 1488. Non si limitò a espletare quella consulenza. Sappiamo che ebbe contatti con lo Studium pavese, non solo con Fazio Cardano. Probabilmente fu allora che restò incantato dalla statua del Regisole (che nel Codice Atlantico, foglio 399 recto, definisce “cosa antica”) cui si ispirò quando progettò il “Gran cavallo”, lo sfortunato monumento equestre per lo Sforza che non venne mai alla luce a causa della guerra. Non è escluso che la frequentazione mondana del castello, dove dal 1499 al 1493 visse Isabella d’Aragona, indusse Leonardo a fare il ritratto della duchessa di Milano, consorte di Gian Galeazzo Maria Sforza. C’è chi pensa che questo ritratto sia in realtà la famosa Gioconda. Si suppone altresì – ma qui l’ipotesi appare più solida – che Leonardo disegnò l’Uomo Vitruviano a Pavia, proprio nel 1490, tesorizzando l’amicizia e gli insegnamenti di Francesco di Giorgio. Quel che è certo, e deducibile dal Manoscritto B, vergato in gran parte a Pavia, è che Leonardo studiò la struttura urbana della città antica, tracciata da Opinino de Canistris, e s’interessò delle belle chiese pavesi, fra cui la perduta Santa Maria in Pertica e Santa Maria Segreta, e dell’antico anfiteatro. L’interesse per la conoscenza lo condusse più volte nella biblioteca del castello, dove consultò i codici, e presso il Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro. La curiosità lo spinse addirittura e disegnare un bordello pavese. Anche i successivi soggiorni sulle sponde del Ticino, un fiume che Leonardo amò particolarmente e di cui studiò i canali, furono apprezzati da Leonardo. Sappiamo che nel 1494, da gennaio fino a settembre, egli visse in Lomellina, frequentando Vigevano ma anche Pavia, dove si trovava certamente nell’agosto 1502, perché da lì partì per ispezionare le fortezze lombarde del principe Borgia. Nel 1510 Leonardo tornò a Pavia per studiare con Marcantonio della Torre, che era un giovane professore di anatomia dello Studium
Ma tornando al 1490, mi è piaciuto immaginare che Leonardo conobbe a Pavia una donna che lo affascinò. “Fu Cardano a presentarmela. Fazio è un profondissimo conoscitore delle scienze ermetiche e occulte e un giorno, mentre passeggiavo con lui e Gualtieri de’ Bottapetri in piazza del duomo, m’indicò una giovane donna che stava appollaiata sotto la statua del Regisole. Ci avvicinammo e dalle sue vesti eccentriche intuii che apparteneva alla genia degli zingari. Era una donna bella e seducente, coi capelli corvini e due occhi che parevano smeraldi. Cardano precisò che era una chiromante infallibile e mi invitò a farmi leggere la mano. Mi rifiutai. Ma Dana mi fissò col suo sguardo magnetico e lanciò la sua sfida. «Cosa temi, maestro? Io traggo la mia arte dalla Bibbia e non dagli inferi. Non è forse scritto nel libro di Giobbe che Dio imprime il suo sigillo nella mano di ognuno affinché ogni uomo riconosca l’opera sua?» Imbarazzato, le sorrisi ma confermai il mio diniego. Non avevo in simpatia la magia, la cartomanzia, la chiromanzia e la divinazione in generale. Non volevo sapere il futuro. Più probabilmente, avevo timore di conoscerlo. Rividi la chiromante alcuni giorni dopo in piazza del Brolio, fuori della chiesa di Santa Maria Secreta. Mi salutò cordialmente e fui turbato dalla sua figura seducente. Etiam la sua voce era sensuale. Ero solo e fui tentato di cedere alle lusinghe e avvicinarmi. Ma qualcosa me lo impedì. Alcune settimane dopo la ritrovai sulle rive del Ticino, nei sobborghi di Pavia. Mi ero recato in un punto del fiume ove le acque sono luminose e lanciano bagliori. Lì, i cercatori d’oro setacciavano il fiume con crivelli e navette per estrarre pagliuzze d’oro. Dana mi si avvicinò e disse: «Lo farò senza compenso per te. Sei così alto e bello!» Arrossii. Mi guardai attorno con fare sospetto ma poiché nessuno mi conosceva, alla fine lasciai che mi leggesse la mano. Ero attratto da lei più che curioso di conoscere il suo responso. Non era un medico o un magistrato, concertai. Non poteva diagnosticarmi un brutto male né condannarmi ai lavori forzati. Sorrisi, immaginando che m’avrebbe pronosticato la buona ventura per conquistare la mia amicizia. Ella afferrò la mia mano sinistra, quella dominante, e prese a scorrere con un tocco lieve delle dita le sette linee che sono tracciate nel palmo. Con voce sinuosa proferì sentenze brevi ma profonde… (continua)”.   
Quel che accadde dopo è da scoprire. Pur essendo la mia finzione letteraria, non possiamo escludere che Leonardo, che si occupò di esoterismo, a Pavia ebbe rapporti con astrologi, indovini e figure ermetiche. È plausibile che nel 1512 abbia incontrato quel Cornelio Agrippa di Nettesheim, che insegnò nello Studium prima di diventare il principe dei maghi neri. È dunque lecito affermare che Pavia ammaliò il nostro Leonardo.

giovedì 2 maggio 2019

Il giorno in cui si spense la lampada del Genio

Non conserviamo testimonianze dirette di come morì Leonardo da Vinci, tuttavia sappiamo con certezza che il Genio rese l’anima a Dio il 2 maggio 1519, nelle ore notturne. Era venerdì. Sappiamo anche che al suo capezzale si trovavano le poche persone care che gli avevano tenuto compagnia nella dimora di Cloux (oggi Clos-Lucé), dove viveva dal tardo autunno 1516, cioè l’allievo e caro amico Francesco Melzi, il domestico Battista de’ Villanis e la fantesca tuttofare Maturina. Con loro c’erano anche due frati minori italiani che lo confortarono con la preghiera e la lettura di alcuni brani del Vangelo fino alla perdita di coscienza. Leonardo, che nel corso della sua vita provò nei confronti della Chiesa una commistione di sentimenti contraddittori, in prossimità del crepuscolo aveva riscoperto la lezione salvifica di Cristo, facendo pace con la vituperata religione cattolica, perciò morì in grazia di Dio. Forse c’era anche un medico di Amboise e qualche pia donna. Leonardo non morì improvvisamente ma sentì spegnersi lentamente la sua lampada. 
Nel romanzo Le infinite ragioni ho ricostruito i suoi ultimi giorni di vita, rimarcando l’accettazione con cui si avvicinò all’omega. Il 15 aprile 1519, accortosi che le sue condizioni fisiche si erano aggravate, annotò: “Ogni cosa che faccio mi pesa come se fosse un macigno delle Alpi Apuane e m’affatico per un nonnulla. Da tempo sono tutto in un monte e l’infermità è penosa. Respiro con affanno e non sortisco più di casa, se non per sedermi su una panca in giardino, avvolto in una coperta, per pigliare il sole nelle giornate luminose. Non sono più acconcio a fare giratine nel parco e nemmeno a scendere all’orto. L’inverno è finito e la primavera è giunta. La natura fiorisce di nuovo. Ma la morte è propinqua, ho la certezza che verrà con le rondini. Sono alle porte coi sassi”. Perciò, egli decise di fare testamento e il 23 aprile accolse nella sua dimora il notaio reale Guglielmo Boreau, che trascrisse le sue ultime volontà. Furono testimoni dell’atto notarile il vicario della chiesa di San Dionigi di Amboise, il cappellano Fra’ Guglielmo e i due frati francescani – Francesco da Milano e Francesco da Cortona – che lo confessarono e gli offrirono il corpo di Cristo. Leonardo impartì gli ordini per il proprio funerale. Ho altresì disposto e lasciato il denaro che abbisogna acciò le mie spoglie siano sepolte a San Fiorentino non prima d’essere state portate in chiesa dai cappellani, al cui seguito ho chiesto ci fossero il priore, i vicari, i frati minori e sessanta poveri di Amboyse, ciascuno reggente in mano un cero acceso. Ho provveduto che venga fatta loro l’elemosina e che la mia morte sia ricordata con la celebrazione di tre messe solenni col diacono e suddiacono e trenta messe basse nelle chiese di San Gregorio, San Dionigi e San Francesco.”. Due giorni dopo, confidò: Oggidì ho dettato alcune disposizioni supplementari. Desidero che il mio cadavere sia rivestito di stamigna candida foderata di taffetas e che sul mio capo sia posato un berretto di velluto verde privo di guarnizioni. Voglio essere dignitoso ed elegante anche quando sembrerò un manichino di cera. Ho anche chiesto che il colore nero sia bandito dalle mie esequie e che un musico le accompagni col suono del liuto. Mi bastano due ceri, di non più di quindici libbre ciascuno. Non voglio prefiche né beccamorti al seguito. Che sia rispettata, invece, la consuetudine della cena di suffragio.”. In data 28 aprile, prese atto cheI miei polmoni si stanno riempiendo d’acqua. Rischio di soffocare e non so per quanto tempo ancora potrò resistere. Non ho più nulla da fare o sperare in questo mondo se non di porre fine al mio strascicamento verso la notte” e riferì il suo ultimo incontro con il re di Francia, accorso al suo capezzale: “il re si è avvicinato al mio capezzale, mi ha baciato sulla fronte febbricitante e mi ha sussurrato parole non comuni. Padre mio, provo invidia per il Padreterno che sta per accoglierti nel suo regno, che è immensamente più bello e grande del mio. Lui godrà della tua compagnia e del tuo genio più di quanto non abbia potuto fare io. Che il tuo viaggio sia allietato dal canto degli angeli! Poscia mi ha salutato con la mano e s’è allontanato. È stato il nostro ultimo incontro. Lo sappiamo entrambi. Poco fa, il Valois, mentre usciva dalla casa, ha apostrofato i gentiluomini che lo hanno accompagnato. L’ho saputo da te, Francesco, che hai udito le sue parole e non hai trattenuto il pianto. Ha detto sommessamente: Io posso fare dei nobili ogni volta che ne ho voglia e nello stesso modo fare dei gran signori. Ma solo Dio può fare un uomo grande come colui che stiamo per perdere. Le ultime note di Leonardo sono del 30 aprile 1519: “Fra’ Francesco da Milano mi ha dato l’estrema unzione. Sono in pace con gli uomini e acconcio ad affrontare quello che i pavidi chiamano tribunale di Dio. Io non credo che sarò giudicato dal magistrato divino. Preferisco pensare che il creatore di tante cose meravigliose mi attenda col cuore in mano. Non mi sanzionerà né bacchierà per le mie colpe. Mi capirà e perdonerà, ne sono certo. La sua indulgenza sarà il compenso per il mio tormento fisico e l’ansia dello spirito.” 
Leonardo da Vinci si congedò dal mondo due giorni dopo avere dettato la sua ultima riflessione. A stroncarlo fu una crisi respiratorio o un arresto cardiaco. Il re si trovava a Saint-Germain-en-Laye e lì fu raggiunto dalla notizia che l’artefice di tante opere ingegnose e sublimi aveva smesso di soffrire. La leggenda che fosse presente al suo capezzale è priva di fondamento. A creare questo mito fu il Vasari, che nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri scrive che “sopragiunse lì il re, che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello, mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo non avendo operato nell’arte come si conveniva. Onde gli venne un parosismo messaggiero della morte; per la qual cosa rizzatosi il re e presoli la testa per aiutarlo e porgerli favore acciò che il male lo allegerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere ave-re maggiore onore, spirò in braccio a quel re, nella età sua d’anni settantacinque”. A lungo si è pensato che Leonardo fosse morto alla presenza del re nel castello di Fontainebleau, ma il racconto è figlio del sentito dire e dell’agiografia di corte. La credenza divenne popolare dopo il 1781, quando Francois-Guillaume Ménageot presentò al Salon una tela raffigurante Leonardo morente fra le braccia di Francesco I. Nel 1828, a dispetto della verità storica che iniziava ad affiorare, Jean Auguste Ingres realizzò per il conte Pierre de Blacas un quadretto raffigurante la morte di Leonardo che costituisce l’estrema e più celebre difesa di una tradizione ingannevole. È vero, invece, che Leonardo sia stato sepolto ad Amboise, nella chiesa di Saint Florentin, e che le sue disposizioni testamentarie furono rispettate. Purtroppo, la chiesa fu saccheggiata e la tomba violata più volte. Le spoglie di Leonardo andarono perdute nei giorni caldi delle lotte religiose fra cattolici e ugonotti. Nel 1874, i “presunti” resti furono traslati nella cappella di Saint-Hubert, situata all’esterno del corpo principale del castello di Amboise, e lì si trovano ancora oggi.

martedì 23 aprile 2019

L'ecatombe della materia grigia

Nel 1987, James Flynn, un professore dell’Università di Dunedin, in Nuova Zelanda, scoprì che in una nazione sviluppata il quoziente d’intelligenza (QI) aumenta da una generazione all’altra. I suoi studi ipotizzavano che ciò fosse dovuto al miglioramento della qualità della vita (più istruzione, sanità, alimentazione e benessere). Si parlò, dunque, di “effetto Flynn” per comprendere la crescita del QI. Ma nel 2004, uno studio dell’Università di Oslo ha lanciato l’allarme: la crescita ha iniziato a rallentare per poi trasformarsi gradualmente in decrescita a partire dagli anni Settanta del XX secolo. In sostanza, dal 1975 a oggi, sono andati persi circa 7 punti di QI per ogni nuova generazione. Il quoziente d’intelligenza umana è in caduta libera e gli studiosi parlano oggi di “effetto Lynn capovolto”. Ecco un esempio. Secondo la rivista Intelligence, il QI medio degli inglesi era di 114 punti nel 1999, mentre oggi è di 100 punti. E pensare che fino a poco tempo fa si credeva che il genere umano usasse solo il 10% della mente, avendo a propria disposizione una potenzialità intellettiva enorme. Era una falsa credenza, un mito come hanno dimostrato i neuroscienziati. Per altro, non l’hanno mai affermato William James, il fondatore della corrente della Psicologia chiamata “Funzionalismo” né tanto più Albert Einstein. È possibile invece, che Einstein abbia detto che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma non sono sicuro dell’universo”. A tale proposito, i miei sospetti che la stupidità umana si stia diffondendo come una pandemia, per cui siamo costretti a convivere con i suoi portatori sani e i suoi untori, sono fondati. 
È in atto un’ecatombe della materia grigia di cui nessuno si preoccupa, come se, rebus sic stantibus, la possibilità che fra vent’anni l’umanità avrà un QI di gran lunga inferiore all’attuale non ci riguardi. Siamo passati dalla prospettiva della Super-intelligenza umana a quella della resa antropica a favore dell’Intelligenza artificiale. È opportuno domandarci, dati alla mano, perché le ultime generazioni siano meno intelligenti di quelle che le hanno precedute. Basta confrontare le attitudini dei giovani di oggi con quelle dei nati negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta per farsi un’idea del processo in corso. I coevi sono meno dotati, meno intraprendenti, incapaci di affrontare adeguatamente le prove che la vita gli sottopone. Sono abilissimi a ripetere gesti compulsivi come digitare su una tastiera o primeggiare nei videogiochi, ma inabili a costruire pensieri originali e frasi articolate. Generalizzo, ovviamente, ma siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’eccezione conferma la regola. Anzi, l’acume di pochi evidenzia maggiormente l’inconsistenza dei tanti. Gli studi sul QI rimarcano che verso la fine del XX secolo è iniziata una decadenza cerebrale che appare inarrestabile. Si dice che i cosiddetti “millenials” cambieranno il mondo. Lo spero, ma mi chiedo come faranno visto che sono mediamente meno intelligenti dei predecessori che il mondo l’hanno rovinato. Eppure, oggi si mangia meglio e di più di una volta, si viaggia con maggiore facilità e la tecnologia ha reso la vita più facile. Il contraltare è che si studia e si legge di meno. Si pensa di meno e per pigrizia ci si uniforma al pensiero dominante. Ovviamente la corteccia cerebrale riceve meno stimoli e la comodità non aguzza più l’ingegno, il che avveniva quando avevamo a che fare con il bisogno. I mass-media, e soprattutto i Social network, hanno contribuito al progressivo depauperamento delle facoltà cerebrali. Ma ci sono altri fattori critici da tenere in debito conto, come la mercificazione universale che ha annichilito i valori etici, il mondo distopico fatto di mere apparenze e soprattutto la globalizzazione coi suoi effetti collaterali. 
Ora dirò una verità che farà rizzare i capelli ai paladini del politically correct e agli araldi del mainstream. I neri sono meno intelligenti dei bianchi. Lo affermò per primo il dottor James Watson, il tizio che ha ricevuto il Nobel per avere scoperto il DNA. A causa della sua affermazione politicamente scorretta subì un linciaggio inaudito e fu emarginato. Ma aveva ragione, l’hanno confermato gli studi dello psicologo canadese Philippe Rushton, fondamentali per accogliere la tesi che le razze umane hanno avuto un’evoluzione diversa, matrice di un QI differente. In linea di massima, la razza orientale è la più intelligente, quella bianca è mediana e quella nera è la meno dotata. Anche gli studi più recenti, condotti da Richard Lynn e Tatu Vanhanen nel 2002 e nel 2006, e quelli di Helmuth Nyborg del 2011, hanno delineato e mappato il QI mondiale. Voglio soddisfare la curiosità dei miei lettori, che si chiederanno come siamo messi noi italiani. Le analisi pubblicate nel 2006 ci vedevano al 7° posto nel mondo con un QI di 102 punti. Ma i dati del 2012 – ahinoi! – ci retrocedono al 31° posto con un QI di 96,1 punti. Sono solo statistiche – obietterà chi non ci sta. Può darsi, ma fa male pensare che nel 2006 eravamo mediamente più intelligenti dei Francesi, dei Tedeschi, degli Inglesi e dei Russi, che ora ci precedono, e che sette anni fa siamo stati superati, fra gli altri, dai Mongoli, dagli Islandesi e dai Lettoni. La verità è che la stupidità avanza nel mondo ma dilaga nella nostra povera Italia, colpita da babbeismo cronico. Forse dovremmo abolire del tutto la plastica. Secondo alcuni studiosi, infatti, le molecole contenute nella plastica sono perturbatori endocrini che ostacolano l’azione dello iodio, una sostanza fondamentale nello sviluppo cerebrale. Non è un’ipotesi balzana, il cretinismo alpino era causato dalla carenza di iodio. Vabbè, voglio essere ottimista nonostante la proliferazione degli idioti e il loro inarrestabile successo. In fondo, i Cingalesi (QI 79), i Nigeriani (QI 71,2) e gli Etiopi (QI 68,5) devono così correre per prenderci. 
Mi consolo citando Proust: “I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza”. E se fosse vero? Dovremmo compiacerci che noi italiani abbiamo messo in atto un efficace piano di prevenzione, praticato in famiglia, nelle scuole e in ogni ambito della società, che spiega il consistente declino del nostro quoziente d’intelligenza. Evidentemente abbiamo scelto di essere stupidi ma sani, anziché intelligenti e malati. Che formidabile e lungimirante intuito!  Siamo arrivati a capire il senso della vita pur ignorando il recente studio sul corredo genetico umano della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Genetics, in cui si afferma la teoria che nella società odierna non abbiamo più bisogno dell’intelligenza per sopravvivere, il che spiega perché essa rischia di estinguersi.

venerdì 19 aprile 2019

Nostra Signora della laica Provvidenza

Voglio andare controcorrente, perciò mi dissocio dal coro di chi si strappa i capelli per l’incendio della cattedrale di Notre-Dame de Paris. Come tutti, sono stato colpito dalle immagini forti delle fiamme che avvolgevano il tetto e causavano il crollo della flèche, la caratteristica guglia. Ma fin dal principio, pur evitando le dietrologie, ho avuto la sensazione che quelle immagini impressionanti, capaci di turbare il cuore, associate al ritardo dei soccorsi e allapparente impotenza umana, avevano un che di strano. Insomma, non mi convincevano. A pochi giorni di distanza dall’avvenimento, e quindi a mente più lucida, sono convinto che lo spettacolare incendio che ha portato al collasso di parte dell’edificio non sia stato accidentale. Non ho alcuna prova che giustifichi la mia affermazione, per quanto essa sia dettata da una sensazione che si rafforza di ora in ora. L’idea che in un cantiere chiuso possa generarsi un incendio, forse causato da un banale corto circuito, in grado di propagarsi così velocemente da rendere tardivo e in parte inefficace l’intervento dei pompieri, mi sembra una favola per allocchi. Notre-Dame non è un bosco di alberi rinsecchiti né un magazzino ricolmo di materiale combustibile. Come poteva risultare così facilmente e rapidamente infiammabile? Non credo, però, che la sua devastazione sia un atto terroristico. A quest’ora sarebbe già stato rivendicato da un gruppo islamico o eversivo, o da un operaio fuori di testa cui fosse passato per il cervello di passare alla storia per un gesto eclatante e scriteriato. Ciò nonostante, penso che l’incendio sia doloso. 
A questo punto, è lecito domandarsi chi avrebbe avuto interesse ad accendere il fiammifero e scatenare il rogo, strutturale e mediatico. Io posso solo esprimere il mio sentire, naturalmente, senza la presunzione di suggerire la verità, che quasi certamente non conosceremo mai. Un sentire fondato sulla conoscenza della storia e dei vissuti di Notre-Dame, che personalmente considero sopravvalutata rispetto ad altri luoghi di culto più belli. Ebbene, questa celebrata cattedrale che ispira le geremiadi dei farisei di tutto il mondo, non è mai stata amata veramente dai francesi che oggi la riscoprono per mero sciovinismo e convenienza. Durante la Rivoluzione francese fu devastata in modo grave e poco mancò che il filosofo Henri de Saint-Simon l’acquistasse al solo scopo di distruggerla. Quando Napoleone, nel 1804, vi fu incoronato Imperatore, la facciata della chiesa era così rovinata che le autorità furono costrette a mascherarla con un protiro posticcio. Rimase in pessime condizioni anche negli anni successivi al tramonto di Bonaparte, e ciò indica quanta fosse l’indifferenza dei parigini nei suoi confronti. Notre-Dame sembrava destinata alla rovina e all’oblio ma ebbe la fortuna di trovare un cantore eccezionale che la salvò e la rese popolare mentre si pensava di abbatterla in nome del modernismo. Mi riferisco a Victor Hugo, il cui romanzo Notre-Dame de Paris ha trasformato questa chiesa gotica pesante e priva di armonia in una icona internazionale. La grande diffusione del romanzo ha fatto sì che Notre-Dame, di cui Hugo scrisse “è oggi deserta, inanimata, morta”, fosse sottoposta a una serie di restauri e ristrutturazioni, a volte di dubbio gusto, che non hanno mai avuto fine. E quando, nel 1905, l’edificio cambiò proprietario – la Chiesa dovette cederlo allo Stato francese – ebbe inizio una nuova fase di rimaneggiamenti di cui lo Stato, orgoglioso della propria laicità, si è occupato con poca voglia e scarsa disponibilità di risorse. Quella che Victor Hugo definì “enorme sfinge a due teste seduta al centro della città” è stata un problema anche per gli ultimi governi francesi, tant’è che per l’ennesima volta si erano resi necessari ingenti lavori di sistemazione rimasti al palo perché gli amministratori pubblici non sapevano come trovare i fondi per eseguirli. Ho letto che servivano 150 milioni di euro per dare nuovo lustro alla “rocca dalle costole mostruose” (come la chiamò il poeta Mandel’stam); ebbene, ne erano stati stanziati solo due, una miseria oltraggiosa che la dice lunga sull’affetto e l’orgoglio di Macron e company, pronti a investire capitali enormi per fomentare la guerra in Libia ma indifferenti alla sorte di un simbolo del Cristianesimo. Tale indifferenza sarebbe perdurata ad libitum se non fosse che, stranamente e improvvisamente, Notre-Dame non avesse attirato su di sé l’attenzione del mondo intero a causa di un incendio “provvidenziale”. Fateci caso, il disastro (per altro contenuto) si sta rivelando provvidenziale per le finanze francesi. Le donazioni di denaro sono ingentissime, si prevede che alla fine sarà raccolto un miliardo di euro, cioè una somma grazie alla quale si possono ristrutturare cinque o sei Notre-Dame. Non è l’unico beneficio scaturito dal male, per altro. L’incendio, avvenuto “casualmente” nella settimana santa, ha avuto l’effetto di riversare come un fiume in piena la solidarietà del mondo intero (escluso l’Islam) verso un Paese il cui governo colonialista e guerrafondaio sta giocando sporco sulla scacchiera internazionale, ha grossi problemi interni (i gilet gialli) e non gode più del consenso dei cittadini. Ecco che Notre-Dame diventa per incanto Nostra Signora della laica Provvidenza, distogliendo l‘opinione pubblica dai giochi sporchi di Macron e restituendo alla Francia il ruolo di vittima che tanto fa comodo a chi, nella vita, si comporta da prepotente. Intendiamoci, è nella natura dei francesi essere guasconi e sognare l’impossibile grandeur. Piangere per Notre-Dame li rende più simpatici. Trovo meno simpatica l’ipocrisia di chi considera i fatti del 15 aprile una tragedia. Le vere tragedie sono altre e non godono della visibilità concessa a una chiesa che è già stata ricostruita (male) tante volte e che rinascerà, non per la maggior gloria di Dio ma della Francia laica e opportunista. 
Lo so, qualcuno mi taccerà di non essere addolorato per i danni artistici subiti dalla cattedrale. Sono dispiaciuto, certo, ma mi chiedo quale sia la reale portata dei danni. La guglia era un falso storico e il crollo del tetto non ha compromesso i beni artistici contenuti all’interno della struttura. Tanto rumore per nulla o quasi, mi verrebbe voglia di dire. Accusatemi pure di essere cinico ma ho sofferto maggiormente quando il terremoto sconvolse la chiesa di San Francesco ad Assisi. Ma quella era la casa di un santo povero e amatissimo. Notre-Dame, in definitiva, è la dimora di un gobbo e dei Gargoyles immortalati dalla Disney.