martedì 11 giugno 2019

L'orgoglio di essere stato un buon samaritano

Sono stato un buon samaritano, per diciassette anni. Sono salito per la prima volta in ambulanza il 23 gennaio 2003 e oggi ne sono disceso per l’ultima volta. Se mai salirò ancora su un’autolettiga sarà in veste di paziente, non di volontario del soccorso. Spero non accada mai. Ho fatto migliaia di interventi nel ruolo di capo-equipaggio e autista della Croce Azzurra di Como, per lo più in urgenza, per assolvere le chiamate del 118 (ora 112). Sono poche le emergenze sanitarie che io non abbia sperimentato. Non mi è mai capitato di aiutare a partorire una donna nel vano sanitario dell’ambulanza o di veder morire un bambino. Per il resto, ho fronteggiato qualsiasi tipo di evento medico e traumatico, provando la gioia di essere stato utile, ma a volte un senso di impotenza. Non ricordo quanti arresti cardiaci, incidenti stradali, eventi neurologici, cadute, episodi violenti, tentativi di suicidio, ustioni o altri interventi abbia gestito insieme con il mio equipaggio, sovente supportati dall’auto medica, dai vigili del fuoco e dalle forze dell’ordine. 
Tutto questo mi mancherà, ne sono certo. Mi mancherà la chiamata della Centrale operativa che inviava il mio mezzo sul luogo dell’evento. Mi mancherà leggere la scheda del servizio, affrettarmi a mettermi alla guida dell’ambulanza e accendere i lampeggianti e le sirene se il codice era giallo o rosso. Mi mancherà sfrecciare sulle strade o le vie cittadine, velocemente ma in sicurezza, conscio che il tempo è il fattore determinante per salvare una persona che ha smesso di respirare o ha una grave emorragia. E consapevole, ahimè, che in Italia l’educazione civica latita, per cui è facile che un automobilista, incollato al telefonino o distratto dalla musica nell’auricolare, si accorga tardivamente dell’arrivo dell’ambulanza e anziché scostare e fermarsi, ti ostacoli. Per non parlare dei pedoni che attendono che l’ambulanza a sirene spiegate sia a pochi metri di distanza per attraversare la strada, così da mettere a dura prova il sangue freddo dell’autista. Mi mancherà intervenire per soccorrere chi è in difficoltà in strada – sotto la pioggia incessante o un sole che cuoce l’asfalto – o nelle abitazioni private, nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, presso gli impianti sportivi e nei luoghi ricreativi. Mi mancherà lavorare in squadra, con altri soccorritori, e condividere con loro la gioia di salvare una vita o il dispiacere di non esserci riuscito. Mi mancheranno le brave persone di ogni età con cui ho condiviso tutto questo e per le quali io ero Astor. Mi mancano quelli che hanno smesso prima di me e coi quali c’era affiatamento, e quelli che purtroppo sono “andati avanti”. Mi mancheranno i momenti meno epici e straordinari, che formano il tessuto della grande maglia del soccorso sanitario. I casi umani, gli invisibili, gli anziani con cui era bello parlare e i cui i ricordi fanno vibrare le corde del cuore. Mi mancheranno i miei partner abituali e le partite a calciobalilla, le discussioni calcistiche, i briefing, le check-list e i corsi di aggiornamento. 
Per contro, ci sono cose che non mi mancheranno. L’arroganza e la maleducazione, ad esempio, che è trasversale. Le attese estenuanti al Pronto Soccorso. E poi come è cambiato il soccorso da quando indossai per la prima volta la divisa arancione con le bande fosforescenti. Non serve che vi racconti com’era una volta, è sufficiente rimarcare che oggi le centrali operative, ossia i tecnici che ricevano le chiamate fatte al 112 e decidono se inviare un mezzo di soccorso, sono ligi alla cosiddetta “medicina difensiva”, concetto che tradotto in parole povere significa: l’ambulanza non si nega a nessuno, non si sa mai che qualcuno possa chiamarci in causa per negligenza. Perciò, è diventata una regola inviare l’ambulanza anche quando il passante segnala un ubriaco dormiente disteso su una panchina o un pusher nigeriano discute animatamente con un suo antagonista per ragioni territoriali, se una donna si è sbucciata il ginocchio o il solito furbetto che ha prenotato una visita in ospedale sceglie di approfittare del servizio pubblico gratuito anziché prendere il bus. Più volte ho avuto l’impressione di guidare il taxi anziché l’ambulanza, di essere preso in giro. Più volte ho sperimentato gli effetti negativi dell’immigrazione clandestina. Non mi mancheranno gli esagitati che ti sputano in faccia e prendono a calci e bastonate le ambulanze, né quelli che hanno sempre in bocca la parola “diritti” ma ignorano l’esistenza dei “doveri”. Non mi mancherà dover subire e mai reagire, salvo in rare occasioni, tipo bloccare un esagitato per dar man forte ai carabinieri. 
So che molti ricordi di questi diciassette anni resteranno sempre dentro di me, che sarò per sempre un buon samaritano, anche se non indosserò più la divisa arancione. Sono orgoglioso di quello che ho dato, senza compenso, senza aspettative, senza lamentarmi della fatica. Sono fiero di aver fatto parte di una grande famiglia, la Croce Azzurra, e di avere recitato la mia parte di volontario del soccorso senza illudermi di essere un eroe o un fenomeno ma solo uno dei tanti, certo di avere sempre agito lealmente e al meglio delle mie possibilità, mostrando sopra ogni altra cosa di essere una persona seria e affidabile. Ma tutto ha un principio e una fine. Panta rei! Quando ho iniziato questa avventura sapevo che un giorno sarebbe finita. Ho ponderato con serenità il momento del congedo. Lascio rallegrandomi di essere integro e di non avere mai avuto incidenti durante i servizi, con la soddisfazione di avere frequentato un’ottima scuola di vita. Ho imparato tantissimo, ho avuto maestri umili che mi hanno arricchito, smussando il mio carattere pur senza rinunciare alla mia indole sanguigna. Se i giovani sapessero quanta adrenalina scorre nei soccorritori, quanta umanità nobiliti la loro missione e a quale forziere di insegnamenti e valori si possa attingere a piene mani, non esiterebbero a diventare volontari del soccorso. Mi auguro non si spezzi mai il filo magico che garantisce la continuità. Il mio posto sarò preso da una nuova leva cui auguro di mettere nello zaino tutto ciò di cui avrà bisogno. Non intendo la sacca per la medicazione e quella della rianimazione, il saturimetro e le metalline. Mi riferisco ai presidi etici: l’umiltà, la pazienza, l’attenzione, la gentilezza, la forza, la competenza. C’è bisogno di entusiasmo sui mezzi della Croce Azzurra o di qualsiasi altra associazione di soccorso, di virgulti che imparino cos’è la vita, cos’è la morte, di epigoni del buon samaritano, capaci di usare la testa e soprattutto le mani per far rialzare chi è caduto. Perché dopo “amare”, il verbo “aiutare” è il più bello del vocabolario. 
E come disse Madre Teresa di Calcutta, “chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano”.

martedì 7 maggio 2019

Leonardo da Vinci fu "ammaliato" da Pavia

Leonardo da Vinci amava Pavia, urbs regia dalle cento torri, e vi soggiornò diverse volte per periodi più o meno lunghi. Forse la visitò  per la prima volta nel 1487-88, mentre è certo che vi si trasferì nell’estate 1490, l’anno in cui Ludovico il Moro gli concesse il titolo di ingeniarius, e ci rimase almeno fino al 17 gennaio 1491, data in cui lo Sforza sposò Beatrice d’Este nel Castello Visconteo. 
Nel mio romanzo Le infinite ragioni, Leonardo rammenta con nostalgia quel periodo. Difatti, scrive: Se la memoria non mi tradisce, giunsi a Pavia il 21 giugno. Ricordo la data perché ricorreva il solstizio d’estate e Pavia era un brulicare di giovani e giovinette che correvano festanti sui prati e lungo le rive del Ticino. Presi alloggio alla Locanda del Saracino a spese dei fabbricieri del duomo e vi soggiornai fino alla metà di dicembre. Fu un periodo bello e intenso, che l’amicizia sincera di Fazio Cardano, a quel tempo docente della locale Università, e di altri emeriti cittadini pavesi, rese indimenticabile. Mi sentivo libero e felice e avevo molto tempo a disposizione per meditare, fare visite d’arte e ricerche scientifiche, e anche scampagnate e passeggiate lungo l’alzaia del Ticino, di cui ammirai e studiai le acque. Nella sua missiva, Cardano si fa latore dei saluti dello scultore Giovanni Antonio Amadeo e mi tiene informato sulla sorte dei miei amici pavesi. Purtroppo, il pittore Agostino da Vaprio, che mi fece conoscere tutte le chiese di Pavia e dei dintorni, compresa la bellissima Certosa, non è più tra i vivi. Il capitano degli alabardieri ducali Biagino Crivelli, col quale condivisi studi di balistica e lunghi ragionamenti su come potenziare le armi, è partito per la guerra. Il cancelliere Gualtieri di Bascapè e il nobile Simone Arrigoni sono vecchi e malati. E chissà quanti vecchi sodali ingrassano la terra…”. 
Leonardo era stato inviato nella “Piccola Atene” dal Moro, insieme con l’architetto Francesco di Giorgio Martini e Antonio Amadeo, principalmente perché contribuisse coi suoi giudizi alla fabbrica del Duomo, i cui lavori erano iniziati nel 1488. Non si limitò a espletare quella consulenza. Sappiamo che ebbe contatti con lo Studium pavese, non solo con Fazio Cardano. Probabilmente fu allora che restò incantato dalla statua del Regisole (che nel Codice Atlantico, foglio 399 recto, definisce “cosa antica”) cui si ispirò quando progettò il “Gran cavallo”, lo sfortunato monumento equestre per lo Sforza che non venne mai alla luce a causa della guerra. Non è escluso che la frequentazione mondana del castello, dove dal 1499 al 1493 visse Isabella d’Aragona, indusse Leonardo a fare il ritratto della duchessa di Milano, consorte di Gian Galeazzo Maria Sforza. C’è chi pensa che questo ritratto sia in realtà la famosa Gioconda. Si suppone altresì – ma qui l’ipotesi appare più solida – che Leonardo disegnò l’Uomo Vitruviano a Pavia, proprio nel 1490, tesorizzando l’amicizia e gli insegnamenti di Francesco di Giorgio. Quel che è certo, e deducibile dal Manoscritto B, vergato in gran parte a Pavia, è che Leonardo studiò la struttura urbana della città antica, tracciata da Opinino de Canistris, e s’interessò delle belle chiese pavesi, fra cui la perduta Santa Maria in Pertica e Santa Maria Segreta, e dell’antico anfiteatro. L’interesse per la conoscenza lo condusse più volte nella biblioteca del castello, dove consultò i codici, e presso il Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro. La curiosità lo spinse addirittura e disegnare un bordello pavese. Anche i successivi soggiorni sulle sponde del Ticino, un fiume che Leonardo amò particolarmente e di cui studiò i canali, furono apprezzati da Leonardo. Sappiamo che nel 1494, da gennaio fino a settembre, egli visse in Lomellina, frequentando Vigevano ma anche Pavia, dove si trovava certamente nell’agosto 1502, perché da lì partì per ispezionare le fortezze lombarde del principe Borgia. Nel 1510 Leonardo tornò a Pavia per studiare con Marcantonio della Torre, che era un giovane professore di anatomia dello Studium
Ma tornando al 1490, mi è piaciuto immaginare che Leonardo conobbe a Pavia una donna che lo affascinò. “Fu Cardano a presentarmela. Fazio è un profondissimo conoscitore delle scienze ermetiche e occulte e un giorno, mentre passeggiavo con lui e Gualtieri de’ Bottapetri in piazza del duomo, m’indicò una giovane donna che stava appollaiata sotto la statua del Regisole. Ci avvicinammo e dalle sue vesti eccentriche intuii che apparteneva alla genia degli zingari. Era una donna bella e seducente, coi capelli corvini e due occhi che parevano smeraldi. Cardano precisò che era una chiromante infallibile e mi invitò a farmi leggere la mano. Mi rifiutai. Ma Dana mi fissò col suo sguardo magnetico e lanciò la sua sfida. «Cosa temi, maestro? Io traggo la mia arte dalla Bibbia e non dagli inferi. Non è forse scritto nel libro di Giobbe che Dio imprime il suo sigillo nella mano di ognuno affinché ogni uomo riconosca l’opera sua?» Imbarazzato, le sorrisi ma confermai il mio diniego. Non avevo in simpatia la magia, la cartomanzia, la chiromanzia e la divinazione in generale. Non volevo sapere il futuro. Più probabilmente, avevo timore di conoscerlo. Rividi la chiromante alcuni giorni dopo in piazza del Brolio, fuori della chiesa di Santa Maria Secreta. Mi salutò cordialmente e fui turbato dalla sua figura seducente. Etiam la sua voce era sensuale. Ero solo e fui tentato di cedere alle lusinghe e avvicinarmi. Ma qualcosa me lo impedì. Alcune settimane dopo la ritrovai sulle rive del Ticino, nei sobborghi di Pavia. Mi ero recato in un punto del fiume ove le acque sono luminose e lanciano bagliori. Lì, i cercatori d’oro setacciavano il fiume con crivelli e navette per estrarre pagliuzze d’oro. Dana mi si avvicinò e disse: «Lo farò senza compenso per te. Sei così alto e bello!» Arrossii. Mi guardai attorno con fare sospetto ma poiché nessuno mi conosceva, alla fine lasciai che mi leggesse la mano. Ero attratto da lei più che curioso di conoscere il suo responso. Non era un medico o un magistrato, concertai. Non poteva diagnosticarmi un brutto male né condannarmi ai lavori forzati. Sorrisi, immaginando che m’avrebbe pronosticato la buona ventura per conquistare la mia amicizia. Ella afferrò la mia mano sinistra, quella dominante, e prese a scorrere con un tocco lieve delle dita le sette linee che sono tracciate nel palmo. Con voce sinuosa proferì sentenze brevi ma profonde… (continua)”.   
Quel che accadde dopo è da scoprire. Pur essendo la mia finzione letteraria, non possiamo escludere che Leonardo, che si occupò di esoterismo, a Pavia ebbe rapporti con astrologi, indovini e figure ermetiche. È plausibile che nel 1512 abbia incontrato quel Cornelio Agrippa di Nettesheim, che insegnò nello Studium prima di diventare il principe dei maghi neri. È dunque lecito affermare che Pavia ammaliò il nostro Leonardo.

giovedì 2 maggio 2019

Il giorno in cui si spense la lampada del Genio

Non conserviamo testimonianze dirette di come morì Leonardo da Vinci, tuttavia sappiamo con certezza che il Genio rese l’anima a Dio il 2 maggio 1519, nelle ore notturne. Era venerdì. Sappiamo anche che al suo capezzale si trovavano le poche persone care che gli avevano tenuto compagnia nella dimora di Cloux (oggi Clos-Lucé), dove viveva dal tardo autunno 1516, cioè l’allievo e caro amico Francesco Melzi, il domestico Battista de’ Villanis e la fantesca tuttofare Maturina. Con loro c’erano anche due frati minori italiani che lo confortarono con la preghiera e la lettura di alcuni brani del Vangelo fino alla perdita di coscienza. Leonardo, che nel corso della sua vita provò nei confronti della Chiesa una commistione di sentimenti contraddittori, in prossimità del crepuscolo aveva riscoperto la lezione salvifica di Cristo, facendo pace con la vituperata religione cattolica, perciò morì in grazia di Dio. Forse c’era anche un medico di Amboise e qualche pia donna. Leonardo non morì improvvisamente ma sentì spegnersi lentamente la sua lampada. 
Nel romanzo Le infinite ragioni ho ricostruito i suoi ultimi giorni di vita, rimarcando l’accettazione con cui si avvicinò all’omega. Il 15 aprile 1519, accortosi che le sue condizioni fisiche si erano aggravate, annotò: “Ogni cosa che faccio mi pesa come se fosse un macigno delle Alpi Apuane e m’affatico per un nonnulla. Da tempo sono tutto in un monte e l’infermità è penosa. Respiro con affanno e non sortisco più di casa, se non per sedermi su una panca in giardino, avvolto in una coperta, per pigliare il sole nelle giornate luminose. Non sono più acconcio a fare giratine nel parco e nemmeno a scendere all’orto. L’inverno è finito e la primavera è giunta. La natura fiorisce di nuovo. Ma la morte è propinqua, ho la certezza che verrà con le rondini. Sono alle porte coi sassi”. Perciò, egli decise di fare testamento e il 23 aprile accolse nella sua dimora il notaio reale Guglielmo Boreau, che trascrisse le sue ultime volontà. Furono testimoni dell’atto notarile il vicario della chiesa di San Dionigi di Amboise, il cappellano Fra’ Guglielmo e i due frati francescani – Francesco da Milano e Francesco da Cortona – che lo confessarono e gli offrirono il corpo di Cristo. Leonardo impartì gli ordini per il proprio funerale. Ho altresì disposto e lasciato il denaro che abbisogna acciò le mie spoglie siano sepolte a San Fiorentino non prima d’essere state portate in chiesa dai cappellani, al cui seguito ho chiesto ci fossero il priore, i vicari, i frati minori e sessanta poveri di Amboyse, ciascuno reggente in mano un cero acceso. Ho provveduto che venga fatta loro l’elemosina e che la mia morte sia ricordata con la celebrazione di tre messe solenni col diacono e suddiacono e trenta messe basse nelle chiese di San Gregorio, San Dionigi e San Francesco.”. Due giorni dopo, confidò: Oggidì ho dettato alcune disposizioni supplementari. Desidero che il mio cadavere sia rivestito di stamigna candida foderata di taffetas e che sul mio capo sia posato un berretto di velluto verde privo di guarnizioni. Voglio essere dignitoso ed elegante anche quando sembrerò un manichino di cera. Ho anche chiesto che il colore nero sia bandito dalle mie esequie e che un musico le accompagni col suono del liuto. Mi bastano due ceri, di non più di quindici libbre ciascuno. Non voglio prefiche né beccamorti al seguito. Che sia rispettata, invece, la consuetudine della cena di suffragio.”. In data 28 aprile, prese atto cheI miei polmoni si stanno riempiendo d’acqua. Rischio di soffocare e non so per quanto tempo ancora potrò resistere. Non ho più nulla da fare o sperare in questo mondo se non di porre fine al mio strascicamento verso la notte” e riferì il suo ultimo incontro con il re di Francia, accorso al suo capezzale: “il re si è avvicinato al mio capezzale, mi ha baciato sulla fronte febbricitante e mi ha sussurrato parole non comuni. Padre mio, provo invidia per il Padreterno che sta per accoglierti nel suo regno, che è immensamente più bello e grande del mio. Lui godrà della tua compagnia e del tuo genio più di quanto non abbia potuto fare io. Che il tuo viaggio sia allietato dal canto degli angeli! Poscia mi ha salutato con la mano e s’è allontanato. È stato il nostro ultimo incontro. Lo sappiamo entrambi. Poco fa, il Valois, mentre usciva dalla casa, ha apostrofato i gentiluomini che lo hanno accompagnato. L’ho saputo da te, Francesco, che hai udito le sue parole e non hai trattenuto il pianto. Ha detto sommessamente: Io posso fare dei nobili ogni volta che ne ho voglia e nello stesso modo fare dei gran signori. Ma solo Dio può fare un uomo grande come colui che stiamo per perdere. Le ultime note di Leonardo sono del 30 aprile 1519: “Fra’ Francesco da Milano mi ha dato l’estrema unzione. Sono in pace con gli uomini e acconcio ad affrontare quello che i pavidi chiamano tribunale di Dio. Io non credo che sarò giudicato dal magistrato divino. Preferisco pensare che il creatore di tante cose meravigliose mi attenda col cuore in mano. Non mi sanzionerà né bacchierà per le mie colpe. Mi capirà e perdonerà, ne sono certo. La sua indulgenza sarà il compenso per il mio tormento fisico e l’ansia dello spirito.” 
Leonardo da Vinci si congedò dal mondo due giorni dopo avere dettato la sua ultima riflessione. A stroncarlo fu una crisi respiratorio o un arresto cardiaco. Il re si trovava a Saint-Germain-en-Laye e lì fu raggiunto dalla notizia che l’artefice di tante opere ingegnose e sublimi aveva smesso di soffrire. La leggenda che fosse presente al suo capezzale è priva di fondamento. A creare questo mito fu il Vasari, che nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri scrive che “sopragiunse lì il re, che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello, mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo non avendo operato nell’arte come si conveniva. Onde gli venne un parosismo messaggiero della morte; per la qual cosa rizzatosi il re e presoli la testa per aiutarlo e porgerli favore acciò che il male lo allegerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere ave-re maggiore onore, spirò in braccio a quel re, nella età sua d’anni settantacinque”. A lungo si è pensato che Leonardo fosse morto alla presenza del re nel castello di Fontainebleau, ma il racconto è figlio del sentito dire e dell’agiografia di corte. La credenza divenne popolare dopo il 1781, quando Francois-Guillaume Ménageot presentò al Salon una tela raffigurante Leonardo morente fra le braccia di Francesco I. Nel 1828, a dispetto della verità storica che iniziava ad affiorare, Jean Auguste Ingres realizzò per il conte Pierre de Blacas un quadretto raffigurante la morte di Leonardo che costituisce l’estrema e più celebre difesa di una tradizione ingannevole. È vero, invece, che Leonardo sia stato sepolto ad Amboise, nella chiesa di Saint Florentin, e che le sue disposizioni testamentarie furono rispettate. Purtroppo, la chiesa fu saccheggiata e la tomba violata più volte. Le spoglie di Leonardo andarono perdute nei giorni caldi delle lotte religiose fra cattolici e ugonotti. Nel 1874, i “presunti” resti furono traslati nella cappella di Saint-Hubert, situata all’esterno del corpo principale del castello di Amboise, e lì si trovano ancora oggi.

martedì 23 aprile 2019

L'ecatombe della materia grigia

Nel 1987, James Flynn, un professore dell’Università di Dunedin, in Nuova Zelanda, scoprì che in una nazione sviluppata il quoziente d’intelligenza (QI) aumenta da una generazione all’altra. I suoi studi ipotizzavano che ciò fosse dovuto al miglioramento della qualità della vita (più istruzione, sanità, alimentazione e benessere). Si parlò, dunque, di “effetto Flynn” per comprendere la crescita del QI. Ma nel 2004, uno studio dell’Università di Oslo ha lanciato l’allarme: la crescita ha iniziato a rallentare per poi trasformarsi gradualmente in decrescita a partire dagli anni Settanta del XX secolo. In sostanza, dal 1975 a oggi, sono andati persi circa 7 punti di QI per ogni nuova generazione. Il quoziente d’intelligenza umana è in caduta libera e gli studiosi parlano oggi di “effetto Lynn capovolto”. Ecco un esempio. Secondo la rivista Intelligence, il QI medio degli inglesi era di 114 punti nel 1999, mentre oggi è di 100 punti. E pensare che fino a poco tempo fa si credeva che il genere umano usasse solo il 10% della mente, avendo a propria disposizione una potenzialità intellettiva enorme. Era una falsa credenza, un mito come hanno dimostrato i neuroscienziati. Per altro, non l’hanno mai affermato William James, il fondatore della corrente della Psicologia chiamata “Funzionalismo” né tanto più Albert Einstein. È possibile invece, che Einstein abbia detto che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma non sono sicuro dell’universo”. A tale proposito, i miei sospetti che la stupidità umana si stia diffondendo come una pandemia, per cui siamo costretti a convivere con i suoi portatori sani e i suoi untori, sono fondati. 
È in atto un’ecatombe della materia grigia di cui nessuno si preoccupa, come se, rebus sic stantibus, la possibilità che fra vent’anni l’umanità avrà un QI di gran lunga inferiore all’attuale non ci riguardi. Siamo passati dalla prospettiva della Super-intelligenza umana a quella della resa antropica a favore dell’Intelligenza artificiale. È opportuno domandarci, dati alla mano, perché le ultime generazioni siano meno intelligenti di quelle che le hanno precedute. Basta confrontare le attitudini dei giovani di oggi con quelle dei nati negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta per farsi un’idea del processo in corso. I coevi sono meno dotati, meno intraprendenti, incapaci di affrontare adeguatamente le prove che la vita gli sottopone. Sono abilissimi a ripetere gesti compulsivi come digitare su una tastiera o primeggiare nei videogiochi, ma inabili a costruire pensieri originali e frasi articolate. Generalizzo, ovviamente, ma siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’eccezione conferma la regola. Anzi, l’acume di pochi evidenzia maggiormente l’inconsistenza dei tanti. Gli studi sul QI rimarcano che verso la fine del XX secolo è iniziata una decadenza cerebrale che appare inarrestabile. Si dice che i cosiddetti “millenials” cambieranno il mondo. Lo spero, ma mi chiedo come faranno visto che sono mediamente meno intelligenti dei predecessori che il mondo l’hanno rovinato. Eppure, oggi si mangia meglio e di più di una volta, si viaggia con maggiore facilità e la tecnologia ha reso la vita più facile. Il contraltare è che si studia e si legge di meno. Si pensa di meno e per pigrizia ci si uniforma al pensiero dominante. Ovviamente la corteccia cerebrale riceve meno stimoli e la comodità non aguzza più l’ingegno, il che avveniva quando avevamo a che fare con il bisogno. I mass-media, e soprattutto i Social network, hanno contribuito al progressivo depauperamento delle facoltà cerebrali. Ma ci sono altri fattori critici da tenere in debito conto, come la mercificazione universale che ha annichilito i valori etici, il mondo distopico fatto di mere apparenze e soprattutto la globalizzazione coi suoi effetti collaterali. 
Ora dirò una verità che farà rizzare i capelli ai paladini del politically correct e agli araldi del mainstream. I neri sono meno intelligenti dei bianchi. Lo affermò per primo il dottor James Watson, il tizio che ha ricevuto il Nobel per avere scoperto il DNA. A causa della sua affermazione politicamente scorretta subì un linciaggio inaudito e fu emarginato. Ma aveva ragione, l’hanno confermato gli studi dello psicologo canadese Philippe Rushton, fondamentali per accogliere la tesi che le razze umane hanno avuto un’evoluzione diversa, matrice di un QI differente. In linea di massima, la razza orientale è la più intelligente, quella bianca è mediana e quella nera è la meno dotata. Anche gli studi più recenti, condotti da Richard Lynn e Tatu Vanhanen nel 2002 e nel 2006, e quelli di Helmuth Nyborg del 2011, hanno delineato e mappato il QI mondiale. Voglio soddisfare la curiosità dei miei lettori, che si chiederanno come siamo messi noi italiani. Le analisi pubblicate nel 2006 ci vedevano al 7° posto nel mondo con un QI di 102 punti. Ma i dati del 2012 – ahinoi! – ci retrocedono al 31° posto con un QI di 96,1 punti. Sono solo statistiche – obietterà chi non ci sta. Può darsi, ma fa male pensare che nel 2006 eravamo mediamente più intelligenti dei Francesi, dei Tedeschi, degli Inglesi e dei Russi, che ora ci precedono, e che sette anni fa siamo stati superati, fra gli altri, dai Mongoli, dagli Islandesi e dai Lettoni. La verità è che la stupidità avanza nel mondo ma dilaga nella nostra povera Italia, colpita da babbeismo cronico. Forse dovremmo abolire del tutto la plastica. Secondo alcuni studiosi, infatti, le molecole contenute nella plastica sono perturbatori endocrini che ostacolano l’azione dello iodio, una sostanza fondamentale nello sviluppo cerebrale. Non è un’ipotesi balzana, il cretinismo alpino era causato dalla carenza di iodio. Vabbè, voglio essere ottimista nonostante la proliferazione degli idioti e il loro inarrestabile successo. In fondo, i Cingalesi (QI 79), i Nigeriani (QI 71,2) e gli Etiopi (QI 68,5) devono così correre per prenderci. 
Mi consolo citando Proust: “I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza”. E se fosse vero? Dovremmo compiacerci che noi italiani abbiamo messo in atto un efficace piano di prevenzione, praticato in famiglia, nelle scuole e in ogni ambito della società, che spiega il consistente declino del nostro quoziente d’intelligenza. Evidentemente abbiamo scelto di essere stupidi ma sani, anziché intelligenti e malati. Che formidabile e lungimirante intuito!  Siamo arrivati a capire il senso della vita pur ignorando il recente studio sul corredo genetico umano della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Genetics, in cui si afferma la teoria che nella società odierna non abbiamo più bisogno dell’intelligenza per sopravvivere, il che spiega perché essa rischia di estinguersi.