sabato 28 dicembre 2019

Dobbiamo sperare nel cigno nero

Giovenale definiva il cigno nero “impossibile”. Fino al 1697 s’ignorava la sua esistenza. Lo scoprì il navigatore olandese Willem de Vlamingh mentre esplorava l’Australia. Possiamo solo immaginare la sua sorpresa di fronte all’impossibile, nella fattispecie una “anomalia” che fece crollare la certezza che esistessero solo cigni dalle piume candide. Nel 2007, il filosofo empirista ed economista Nassim Nicholas Taleb ha ribattezzato “cigno nero” l’evento unico e impattante che appare improbabile eppure si attua. La sua teoria è stata applicata ai fenomeni finanziari e agli eventi climatici estremi ma possiamo estenderla a ogni fatto inatteso della vita che ci sorprende e disorienta, qualsiasi evento ci destabilizzi. Il paradosso è che i cigni neri sono prevedibili a posteriori. La storia ne è piena. Cos’altro furono il naufragio del Titanic, il crollo di Wall Street nel 1929 e l’ascesa di Hitler? Pensiamo all’11 settembre 2001. Fu un evento inimmaginabile i cui effetti sono stati devastanti, cambiando per sempre il mondo. Altri cigni neri del nuovo millennio, leve di uno straordinario mutamento, sono Google e i social network. I cigni neri sono sempre in agguato e appaiono senza preavviso. Non sempre sono negativi, anzi. 
Ragion per cui, considerato lo status quo dovremmo concludere l’anno esprimendo il desiderio che il 2020 ci porti in dono un cigno nero. Ci serve per scuoterci, risvegliarci dal vergognoso, desolante torpore in cui siamo caduti. L’Italia ne ha bisogno al più presto se vuole sopravvivere. Non possiamo considerare normale una situazione in cui la politica, la cultura, l’economia, la morale e più in generale la vita di tutti i giorni hanno raggiunto un livello di decadenza tale da farci temere che siamo perduti. Può salvarci solo un cigno nero, un fatto che al momento nessuno può prevedere ma che un domani si rivelerà provvidenziale. Una scossa, un trauma, un salto quantico. Quale? Non sono Frate Indovino, non ho la più pallida idea di cosa potrebbe vincere la nostra inerzia, di come potremmo rimetterci in piedi e uscire dall’incubo che stiamo vivendo. 
Posso solo augurarmi che sia in arrivo un cigno nero. Dobbiamo augurarcelo tutti. È la nostra unica speranza.

giovedì 19 dicembre 2019

Il Natale del 1969

Penso che ogni uomo, col trascorrere degli anni, finisca per rivalutare il Natale, non necessariamente come festa religiosa o sfrenata liturgia dionisiaca all’insegna dei bagordi, bensì come momento unico che fa vibrare le corde della memoria. 
Qualche giorno fa, mi è capitato di rileggere Il Natale del 1833, il romanzo di Mario Pomilio che rievoca la morte di Enrichetta Blondel, prima moglie di Alessandro Manzoni, avvenuta proprio il giorno di Natale, dando corpo alla tragica sofferenza del poeta e alla sua difficoltà di metabolizzare il lutto. È una lettura che consiglio a chi volesse leggere un libro d’altri tempi che induce alla riflessione. Pomilio mi ha fatto pensare ai natali d’antan. Ho voluto rievocarne uno a caso, o solo in apparenza casuale, il Natale del 1969. Cui prodest? – si chiederanno in molti. Ai “vecchi” come me non dispiacerà che io rispolveri i ricordi dell’atmosfera natalizia di cinquant’anni fa. Ai più giovani, purché animati di curiosità, il mio semplice e personale flashback potrebbe non dispiacere perché evoca una realtà che non conoscono. 
Come fu quel Natale? Intanto, nevicò. Non era raro accadesse quando ero giovane. Nel 1969 avevo quattordici anni e facevo la IV Ginnasio. Come tutti gli studenti delle superiori, il mio orizzonte esistenziale era delineato dalla scuola e dai primi pruriti sentimentali, per cui mi sfiorava appena quel che accedeva nel mondo dei “grandi”. Oggi, a distanza di mezzo secolo, mi rendo conto che quel Natale costituisce uno spartiacque. 
Ma com’era l’aria che si respirava nel nostro Paese nell’ultimo Natale dei fantastici anni Sessanta? Stava per finire in maniera drammatica un’epoca e le avvisaglie di come sarebbero stati gli anni Settanta, gli “anni di piombo” si palesarono attraverso un terribile fatto di cronaca. Il 12 dicembre, a Milano, una bomba aveva provocato la morte di 17 persone e il ferimento di 88 all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura. A Roma, erano scoppiate alcune bombe alla Banca nazionale del Lavoro in via Veneto e presso la tomba del Milite Ignoto che fortunatamente non fecero vittime. La strage di Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, rese cupo e insieme incandescente il clima socio-politico. La gente, esterrefatta per l’accaduto, fu colta da un misto di rabbia e paura che condizionò gli umori e rese meno liete le feste natalizie. Anche perché, tre giorni dopo l’attentato, l’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato di essere coinvolto nei fatti, precipitò da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Fu dunque nei giorni precedenti il Natale 1969 che ebbe inizio quella che gli storici hanno chiamato “strategia della tensione”, che tanto sangue avrebbe versato negli anni successivi e si esaurì solo con la caduta del Muro di Berlino. Quattro giorni prima di Natale il sorriso tornò sul viso di molti lavoratori; dopo una dura vertenza protrattasi per quattro mesi, fu firmato il nuovo contratto dei metalmeccanici, una categoria a quel tempo primaria. Va da sé che ero troppo giovane e disinteressato al mondo degli adulti. Eppure, alcuni fatti accaduti nel corso dell’anno mi avevano colpito. Mi riferisco allo sbarco sulla Luna, al concerto di Woodstock, alla marcia contro la guerra nel Vietnam, alla presa del potere in Libia da parte di Gheddafi, alla legge sul divorzio. Il 1969 era stato l’anno di Easy Rider e della Fiat 128, del concerto dei Beatles al velodromo Vigorelli e della scandalosa Je t’aime moi non plus. Ma anche l’anno in cui il ministro Sullo aveva abolito l’esame di passaggio dalla V ginnasio alla prima classe del Liceo Classico ed era stato riformato l’esame di maturità (il che mi riguardava strettamente), l’anno in cui la Mondadori aveva pubblicato la prima edizione del Manuale delle Giovani Marmotte. Va da sé che non ho un ricordo nitido dei giorni che precedettero il Natale, tuttavia conservo alcuni frammenti mnemonici. Era uscito nelle sale cinematografiche L’albero di Natale di Terence Young, il film più lacrimoso degli anni Sessanta. La mia passione per il calcio rese vieppiù appassionante quei giorni. Il sorprendente Cagliari di Gigi Riva era in testa alla classifica del campionato di serie A e mi chiedevo se nel girone di ritorno avrebbe retto l’assalto delle “Grandi”. Quattro giorni prima di Natale il Como aveva pareggiato in casa contro la Reggiana e ci ero rimasto male. Ma il 23 dicembre tornai a sorridere perché Gianni Rivera aveva vinto il Pallone d’Oro. Non ero milanista ma esultai perché un calciatore italiano si era aggiudicato un premio così ambito. La televisione (c’erano solo la Rai e la TSI) era noiosa eppure, benché non fossi più un bambino, non mi perdevo Carosello. Quanto erano ingenui ma simpatici il pistolero Gringo, Capitan Trichetto, Miguel el Merendero, l’omino coi baffi e Carmencita e Caballero! Il 20 dicembre andò in onda la semifinale di Canzonissima e che in famiglia si faceva il tifo per Claudio Villa che interpretava Il sole del mattino. Alla fine, sarebbe stato battuto da Gianni Morandi con la canzone Ma chi se ne importa. Al terzo posto si classificò Massimo Ranieri con Se bruciasse la città. Il giorno di Natale fu lieto e a un tempo condito di discussioni e litigi. I miei nonni paterni erano dei guastafeste e pretendevano che mio padre fosse disponibile e trascurasse la famiglia per soddisfare i loro capricci, fra cui portarli a Sanremo. Quando ciò avveniva, scoppiava una tragedia in casa. Francamente non ricordo se la letizia natalizia fu incrinata nel 1969, ho rimosso molti ricordi. Per fortuna, però, non ho dimenticato quanto fossero calde e piacevoli le tradizioni di Natale. A quel tempo, nessuno contestava il presepe o la dieta mediterranea, nessuno (salvo le eccezioni) avrebbe rinunciato ad essere più buono, per lo meno ci avrebbe provato. Si scrivevano letterine e biglietti d’auguri con meticolosità, si percepiva l’aria di Natale in ogni dove, fervevano i preparativi, gli zampognari distillavano la loro musica come se fosse rosolio per l’animo. Non si sapeva cosa fosse il politically correct né il falso buonismo, ma c’era una solidarietà vera. I sentimenti erano sinceri e profondi. Non è riproducibile l’aura magica del Natale di una volta, ingenuo e tenero come non è più da tempo. Nel 1969, la gente era più gentile e sorrideva, la famiglia era un porto sicuro e non ci si scambiavano gli auguri tramite WhatsApp. 
Ma che ve lo dico a fare? Sono passati cinquant’anni e il mondo è cambiato. Eppure, pare che lo Spirito del Natale, quel sentimento di gioia condiviso da molte persone nel periodo delle feste natalizie, tant’è che ispirò a Charles Dickens il commovente “Canto di Natale”, esista davvero. Secondo alcuni ricercatori danesi, si troverebbe nel cervello di ogni essere umano. Può essere. 
Buon Natale, dunque. E se il Natale 2019 non sarà come vorreste che fosse, consolatevi col ricordo dei Natali felici custoditi per sempre nel vostro ippocampo insieme con lo spirito natalizio.

mercoledì 27 novembre 2019

Lo sconforto e la tabula rasa

Confesso la mia inquietudine. Sebbene io sia un uomo soddisfatto della propria vita, fortunato e intraprendente, in queste ore avverto un sottile malessere interiore, refrattario a ogni tipo di rimedio. Gli affetti, la cultura e la saggezza che penso di avere acquisito alla scuola della vita, attraverso i successi e le sconfitte, entrambi maestri, non riescono a medicare il tormento, condito di disgusto, che mi arrovella l’animo. Voglio ricorrere a un’icona tristemente famosa per descrivere il mio attuale stato d’animo. È l’immagine di Roberto Baggio dopo avere sbagliato il rigore decisivo nella finale dei Mondiali di Calcio nel 1994. È l’istantanea impietosa dello sconforto. Sì, è così che mi sento, sconfortato. 
Lo scoraggiamento non è dovuto alla mia condizione umana, giacché sono sano e benestante, ancora abile a sognare e programmare il futuro con l’entusiasmo di un esordiente. Non ho sbagliato il calcio di rigore che poteva darmi la vittoria; è che intorno a me, nello stadio, si respira un clima velenoso, aspro, post-apocalittico. Lo stadio è la società in cui viviamo, nella fattispecie la società italiana. Mi addolora vedere come siamo caduti in basso, in ogni ambito, e come manchino la volontà e forse la capacità di risollevarci. L’Italia non funziona più, è alla deriva, e pare che l’autolesionismo sia diventato lo sport nazionale, sicché si rischia di accettare passivamente lo status quo, di rassegnarsi. 
Ci siamo abituati a subire in silenzio. Subiamo ogni giorno, ormai assuefatti a ingoiare fiele e fingere che farlo sia il male minore. Subiamo la tracotanza di un apparato statale che odia i cittadini, li vessa, li considera evasori fiscali a prescindere, mucche da mungere, numeri e non più esseri umani. Non si può più parlare di pressione fiscale, quella in atto è una persecuzione applicata con metodi degni della polizia segreta della vecchia Germania dell’Est. Va da sé, tuttavia, che esistono due pesi e due misure. Lo stato controllore è forte coi deboli ma debole (e connivente) coi forti. Chi ci governa pensa di essere al di sopra delle leggi e si comporta di conseguenza, ma guai se il semplice cittadino sbaglia. La magistratura non osserva le leggi, le adatta a sordidi disegni politici. Subiamo l’involuzione continua della politica. Chi, come me, ha conosciuto le luci e le ombre della Prima Repubblica, la rimpiange. Non perché i politici della DC, del PCI, del PLI, del PSI e via di seguito fossero dei santi (tutt’altro) ma perché la politica, benché si reggesse sugli interessi e gli ideali di parte, non perdeva mai di vista il bene comune, la prosperità e la crescita della nazione. L’Italia era invidiata e rispettata. Il confronto fra le parti, anche quando era acceso, non trascendeva oltre certi limiti che i mass-media rispettavano. Lo spettacolo odierno, invece, è vomitevole. Ignoranza, odio e volgarità tracimano. 
Sono sempre stato anticomunista, e la storia mi ha dato ragione, ma rimpiango Berlinguer e Craxi. Erano dei giganti rispetto agli ominicchi della Sinistra contemporanea, che si appellano a un antifascismo trito e anacronistico, hanno un concetto di democrazia alla Cicero pro domo sua e demonizzano gli avversari politici non avendo la più pallida idea di come si governi una nazione moderna. La pochezza, e la miseria della Sinistra italiana, è emblematica della desistenza del nostro Paese. Dei pentastellati non voglio nemmeno parlare: hanno un grande futuro alle spalle. Subiamo la vile disinformazione quotidiana propinata da pennivendoli acclamati che non possiamo definire superficialmente servi sciocchi o miseri lacchè; sono cortigiani meschini, in mala fede, al soldo di padroni altrettanto ipocriti. È pur vero che abbiamo ancora la libertà di scegliere se farci prendere per il culo o meno ma è assurdo che in qualità di contribuente io debba finanziare programmi televisivi in cui si dà enfasi a gentucola che viola le leggi o istighi a farlo, a falsi maîtres à penser e ringhiosi botoli da guerriglia. Subiamo le invasioni barbariche e i loschi giochi di potere ed economici di chi sventola la bandiera dell’accoglienza per interesse e non per solidarietà o misericordia. Subiamo la violenza quotidiana, l’incertezza della pena e l’insicurezza della vita civile come se fossero inevitabili, come se l’osservanza delle leggi fosse un optional. Ben inteso, un optional per i clandestini e i criminali, giacché agli onesti non sono concesse deroghe. Subiamo l’umiliazione riservata alla brava gente, ai lavoratori, alle famiglie. Mai come in questo momento, la spaccatura è dolorosa: da una parte l’Italia minoritaria ma potente che sghignazza – composta di approfittatori, furbi, arroganti, arricchiti, fraudolenti e più genericamente palle di sterco – e l’Italia maggioritaria che suda, si lamenta e non ce la fa più, invocando inutilmente di tornare al voto nella speranza di un cambiamento radicale. Ma è possibile che lo scenario cambi? Potremo tornare a respirare un’aria meno torbida? Non so. So che nel frattempo subiamo, tirando a campare. Subiamo la prepotenza dilagante, la caduta di ogni freno morale e la maleducazione alla massima potenza. Subiamo le metamorfosi inimmaginabili fino a qualche anno fa. Subiamo i voltafaccia, i tradimenti della patria (svenduta alle banche e ai plutocrati per un piatto di lenticchie) e l’apoteosi dei dilettanti. Subiamo, come se fosse un salutare segno di modernità, gli attacchi proditori alla famiglia tradizionale, i preti che cantano “Bella ciao” in chiesa e quelli che abusano dei giovani, i cattivi amministratori pubblici la cui inettitudine è premiata con onori e prebende, i mistificatori della realtà e della storia, gli speculatori, i camorristi il cui prestigio lievita grazie a una serie televisiva che finge di fustigarli, gli araldi dei diritti a tutti i costi che si dimenticano dei doveri, i falsi buonisti, i falsi progressisti, i falsi profeti e i falsi taumaturghi dei mali nazionali, i bucanieri della finanza, gli illusionisti, i razziatori, gli imbecilli che dettano legge, i fancazzisti che sfruttano il sudore altrui e quelli che “lei non sa chi sono io”. 
Povera Italia, poveri noi. Come si fa a non sentirsi affranti come Baggio, che regalò il mondiale al Brasile. Noi a chi stiamo regalando la nostra dignità, il nostro futuro, il nostro Paese? Ma soprattutto, perché? Alda Merini ha scritto che “lo sconforto non tiene conto del firmamento”. Forse dovremmo fare lo forzo di fissare le stelle e convincerci della relatività delle nostre percezioni, che ci sono cose più importanti del marciume in cui siamo affondati, che in fondo nessun corpo celeste sta precipitando sulla terra. Forse ci riprenderemmo dallo sconforto. O forse no. Forse potrebbe scuoterci la caduta di un asteroide sull’Italia. A mali estremi estremi rimedi, si diceva una volta. 
E se l’unica, radicale soluzione per uscire dallo sconforto fosse quella che i latini chiamavano tabula rasa?