mercoledì 27 marzo 2019

Leonardo da Vinci e la scoperta dell'acqua

Montecatini Terme, dove il 6 aprile 2019 presenterò Le infinite ragioni nella Sala storica dello stabilimento Excelsior, è il luogo ideale per narrare di come Leonardo da Vinci fu sedotto dall’acqua, di cui indagò senza sosta le tante sfaccettature, non limitandosi a subirne l’incanto come può capitare a chiunque ammiri lo scorrere di un fiume, il mare in burrasca, la brezza sul lago o una cascata. Leonardo volle comprendere. Affascinato dal mistero dell’acqua, egli andò alla scoperta della sua origine, del suo moto, delle sue leggi e persino degli effetti ottici ad essa collegati. Questa scoperta produsse molti studi di idraulica e invenzioni nautiche, progetti ingegneristici e bonifiche, riflessioni scientifiche e annotazioni filosofiche che ancora oggi ci lasciano senza parole. Lo testimoniano il Manoscritto F e il Codice Leicester. A dettare la sua speculazione fu l’osservazione della natura, che lo distinse e segnò fin dall’infanzia. 
Leonardo entrò in intimità con l’acqua nelle campagne limitrofe a Vinci, e comunque in Toscana. Lo si evince dal Paesaggio con fiume, il suo primo disegno firmato e datato 5 agosto 1473. “Egli conosceva benissimo la Valdinievole e Montecatini” come ha sottolineato Bruna Rossi. Tuttavia, la studiosa precisa che “allora non era Montecatini Terme il centro di riferimento a valle, bensì l’attuale Pieve a Nievole”. E qui apro una breve parentesi sulle terme e l’idrologia. Al tempo di Leonardo, molte località termali, distrutte o abbandonate ai tempi delle invasioni barbariche, avevano ripreso a funzionare. Alla fine del Medioevo la Toscana offriva all’élite aristocratica, sia laica che ecclesiastica, diverse opzioni, fra cui Montecatini e Chianciano. Stranamente, però, Leonardo non accenna nei suoi scritti a queste terme, mentre nel Codice Atlantico cita i bagni medievali di Bormio, dove soggiornò nel 1493. 
Ma torniamo alla passione di Leonardo per l’acqua, dichiarata più volte nel suo “memoriale” francese, da cui estraggo una silloge.  “L’ho amata fin da piccino” confessa “allorché scendevo ai margini dei torrenti nelle gole della mia terra natia e mi bagnavo i piedi e restavo incantato a udire la voce argentina dell’acqua che scorre fra i sassi. Ho amato l’acqua all’istante, e da subito la chiamai il vetturale di natura e pensai che essa è per il mondo ciò che il sangue è per il corpo. Ho amato e insieme temuto l’acqua, che mi ha ossessionato dacché un tornado devastò il Valdarno. Credo avessi allora non più di quattro anni ma ne ricordo ancora gli effetti, sono scolpiti nella mia mente al pari della memoria dei gravissimi danni subiti da Firenze e dintorni a cagione dello straripamento dell’Arno nell’anno del Signore 1466 e poi nel 1478. Ricordo bene quelle inondazioni, dalle quali fui fortemente impressionato, e a cagione della memoria diffido dell’acqua, di fronte alla quale provo l’intera gamma del sentire umano: amore e odio, beatitudine e irrequietezza, ammirazione e timor panico. L’amo perché è senza requie, come me”. Poi aggiunge: Mi sono piccato di studiare le acque, di controllarne la forza e regolarne il corso. Ho cercato di ammansire i flussi e di asservirli scavando canali e prosciugando stagni e paludi. Ho cullato il sogno di rendere docile l’Arno, deviandolo, e di creare un canale navigabile che unisse Firenze al mare. Ho pensato di trasformare le insalubri paludi della Valdichiana in un lago artificiale da usare come bacino di ritenuta da collegare al lago Trasimeno. Ovunque io sia stato, mi sono affannato per carpire i segreti reconditi dell’acqua. A Venezia ho indagato il movimento del mare Adriatico, come feci a Genova col Ligure. Sul litorale deserto di Piombino, lo sguardo proteso verso l’isola d’Elba, ho studiato le effusioni ondose del Tirreno e le leggi della meccanica fissate dal Primo Motore che governano il frangersi in apparenza capriccioso dei marosi sulla spiaggia e sugli scogli. Per tacere del tempo che spesi in Lombardia per domare l’impetuoso Adda, studiare il canale della Martesana, il naviglio Grande e quello di Bereguardo, per progettare nuove strade d’acqua, bonificare la Sforzesca, ammirare i laghi alpini e smarrirmi sulle rive del Ticino. Ho abbozzato oltre settecento conclusioni sull’acqua e qualcuno potrebbe sostenere che è un’ossessione per me. No, se mai è un omaggio alla sua essenza misteriosa, giacché essa non si lascia dominare facilmente e ha il desiderio naturale di attuare i suoi scopi in modo rapido e diretto”. Infine precisa: “l’acqua è il principio di ogni cosa. Dei quattro elementi in natura è il secondo meno greve e di seconda volubilità. L’acqua che la mano sfiora è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Eraclito ci ha posto di fronte all’eterno e instancabile divenire delle cose. Ci ha istruiti che non possiamo cogliere qualcosa che permane, giacché tutto scorre. Panta rei!  –  diceva. Possiamo conoscere solo il divenire, il fluire che il Logos divino governa, rendendo uguali il punto di partenza e l’arrivo, la vita e la morte. E così, come nello scorrere del fiume, anche nel divenire del mondo ogni fine è un principio e i contrari coincidono. Anche il tempo è uno scorrere esterno ed oggettivo che dipende dal soggetto che lo percepisce. Ma è uno scorrere lineare oppure circolare? Non saprei decidermi. Forse non esistono il passato, il presente e il futuro. Esiste solo la vita, che è come l’acqua di un fiume o del vasto mare, o vero il tutto che fluisce in un continuum che non possiamo trattenere ma che ci è concesso in ogni istante di abbracciare. L’origine delle acque ne rivela il segreto. I fiumi nascono da corsi d’acqua sotterranei che risalgono dagli abissi marini, non dalla pioggia o dalla neve che cade sui monti, come si crede comunemente. Parimenti, la vita è figlia dell’energia che vibra nel cuore segreto e più profondo del cosmo. Essa non cade dall’alto ma risale.” 
Va da sé che alcune convinzioni di Leonardo sono viziate da un’ingenuità che non ti aspetti da lui. Studiando i fossili, ad esempio, esclude che ci sia stato il diluvio universale. Ma era convinto che in un futuro non meglio precisato il pianeta sarebbe stata sommerso completamente dagli oceani: “la terra si farà sperica e tutta coperta dall’acque, e sarà inhabitabile”. Erano profetiche, invece, le sue visioni dell’uomo che domina l’acqua camminando su di essa o immergendosi. Lo dimostrano i disegni del palombaro, della campana d’aria e del sottomarino. Ne Le infinite ragioni, emerge che negli anni del crepuscolo francese progettò una nuova città sull’acqua (Romorantin), una fontana e la canalizzazione della Sologne. 
La scoperta dell’acqua accompagnò Leonardo fino agli ultimi giorni di vita e mi piace immaginare che poco prima di morire, confortato dai due frati francescani di Amboise che ebbe accanto, egli possa aver ripetuto le parole del fraticello di Assisi: “Laudato si’, mi’ Signore per sor’acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”.

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