martedì 23 aprile 2019

L'ecatombe della materia grigia

Nel 1987, James Flynn, un professore dell’Università di Dunedin, in Nuova Zelanda, scoprì che in una nazione sviluppata il quoziente d’intelligenza (QI) aumenta da una generazione all’altra. I suoi studi ipotizzavano che ciò fosse dovuto al miglioramento della qualità della vita (più istruzione, sanità, alimentazione e benessere). Si parlò, dunque, di “effetto Flynn” per comprendere la crescita del QI. Ma nel 2004, uno studio dell’Università di Oslo ha lanciato l’allarme: la crescita ha iniziato a rallentare per poi trasformarsi gradualmente in decrescita a partire dagli anni Settanta del XX secolo. In sostanza, dal 1975 a oggi, sono andati persi circa 7 punti di QI per ogni nuova generazione. Il quoziente d’intelligenza umana è in caduta libera e gli studiosi parlano oggi di “effetto Lynn capovolto”. Ecco un esempio. Secondo la rivista Intelligence, il QI medio degli inglesi era di 114 punti nel 1999, mentre oggi è di 100 punti. E pensare che fino a poco tempo fa si credeva che il genere umano usasse solo il 10% della mente, avendo a propria disposizione una potenzialità intellettiva enorme. Era una falsa credenza, un mito come hanno dimostrato i neuroscienziati. Per altro, non l’hanno mai affermato William James, il fondatore della corrente della Psicologia chiamata “Funzionalismo” né tanto più Albert Einstein. È possibile invece, che Einstein abbia detto che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma non sono sicuro dell’universo”. A tale proposito, i miei sospetti che la stupidità umana si stia diffondendo come una pandemia, per cui siamo costretti a convivere con i suoi portatori sani e i suoi untori, sono fondati. 
È in atto un’ecatombe della materia grigia di cui nessuno si preoccupa, come se, rebus sic stantibus, la possibilità che fra vent’anni l’umanità avrà un QI di gran lunga inferiore all’attuale non ci riguardi. Siamo passati dalla prospettiva della Super-intelligenza umana a quella della resa antropica a favore dell’Intelligenza artificiale. È opportuno domandarci, dati alla mano, perché le ultime generazioni siano meno intelligenti di quelle che le hanno precedute. Basta confrontare le attitudini dei giovani di oggi con quelle dei nati negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta per farsi un’idea del processo in corso. I coevi sono meno dotati, meno intraprendenti, incapaci di affrontare adeguatamente le prove che la vita gli sottopone. Sono abilissimi a ripetere gesti compulsivi come digitare su una tastiera o primeggiare nei videogiochi, ma inabili a costruire pensieri originali e frasi articolate. Generalizzo, ovviamente, ma siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’eccezione conferma la regola. Anzi, l’acume di pochi evidenzia maggiormente l’inconsistenza dei tanti. Gli studi sul QI rimarcano che verso la fine del XX secolo è iniziata una decadenza cerebrale che appare inarrestabile. Si dice che i cosiddetti “millenials” cambieranno il mondo. Lo spero, ma mi chiedo come faranno visto che sono mediamente meno intelligenti dei predecessori che il mondo l’hanno rovinato. Eppure, oggi si mangia meglio e di più di una volta, si viaggia con maggiore facilità e la tecnologia ha reso la vita più facile. Il contraltare è che si studia e si legge di meno. Si pensa di meno e per pigrizia ci si uniforma al pensiero dominante. Ovviamente la corteccia cerebrale riceve meno stimoli e la comodità non aguzza più l’ingegno, il che avveniva quando avevamo a che fare con il bisogno. I mass-media, e soprattutto i Social network, hanno contribuito al progressivo depauperamento delle facoltà cerebrali. Ma ci sono altri fattori critici da tenere in debito conto, come la mercificazione universale che ha annichilito i valori etici, il mondo distopico fatto di mere apparenze e soprattutto la globalizzazione coi suoi effetti collaterali. 
Ora dirò una verità che farà rizzare i capelli ai paladini del politically correct e agli araldi del mainstream. I neri sono meno intelligenti dei bianchi. Lo affermò per primo il dottor James Watson, il tizio che ha ricevuto il Nobel per avere scoperto il DNA. A causa della sua affermazione politicamente scorretta subì un linciaggio inaudito e fu emarginato. Ma aveva ragione, l’hanno confermato gli studi dello psicologo canadese Philippe Rushton, fondamentali per accogliere la tesi che le razze umane hanno avuto un’evoluzione diversa, matrice di un QI differente. In linea di massima, la razza orientale è la più intelligente, quella bianca è mediana e quella nera è la meno dotata. Anche gli studi più recenti, condotti da Richard Lynn e Tatu Vanhanen nel 2002 e nel 2006, e quelli di Helmuth Nyborg del 2011, hanno delineato e mappato il QI mondiale. Voglio soddisfare la curiosità dei miei lettori, che si chiederanno come siamo messi noi italiani. Le analisi pubblicate nel 2006 ci vedevano al 7° posto nel mondo con un QI di 102 punti. Ma i dati del 2012 – ahinoi! – ci retrocedono al 31° posto con un QI di 96,1 punti. Sono solo statistiche – obietterà chi non ci sta. Può darsi, ma fa male pensare che nel 2006 eravamo mediamente più intelligenti dei Francesi, dei Tedeschi, degli Inglesi e dei Russi, che ora ci precedono, e che sette anni fa siamo stati superati, fra gli altri, dai Mongoli, dagli Islandesi e dai Lettoni. La verità è che la stupidità avanza nel mondo ma dilaga nella nostra povera Italia, colpita da babbeismo cronico. Forse dovremmo abolire del tutto la plastica. Secondo alcuni studiosi, infatti, le molecole contenute nella plastica sono perturbatori endocrini che ostacolano l’azione dello iodio, una sostanza fondamentale nello sviluppo cerebrale. Non è un’ipotesi balzana, il cretinismo alpino era causato dalla carenza di iodio. Vabbè, voglio essere ottimista nonostante la proliferazione degli idioti e il loro inarrestabile successo. In fondo, i Cingalesi (QI 79), i Nigeriani (QI 71,2) e gli Etiopi (QI 68,5) devono così correre per prenderci. 
Mi consolo citando Proust: “I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza”. E se fosse vero? Dovremmo compiacerci che noi italiani abbiamo messo in atto un efficace piano di prevenzione, praticato in famiglia, nelle scuole e in ogni ambito della società, che spiega il consistente declino del nostro quoziente d’intelligenza. Evidentemente abbiamo scelto di essere stupidi ma sani, anziché intelligenti e malati. Che formidabile e lungimirante intuito!  Siamo arrivati a capire il senso della vita pur ignorando il recente studio sul corredo genetico umano della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Genetics, in cui si afferma la teoria che nella società odierna non abbiamo più bisogno dell’intelligenza per sopravvivere, il che spiega perché essa rischia di estinguersi.

venerdì 19 aprile 2019

Nostra Signora della laica Provvidenza

Voglio andare controcorrente, perciò mi dissocio dal coro di chi si strappa i capelli per l’incendio della cattedrale di Notre-Dame de Paris. Come tutti, sono stato colpito dalle immagini forti delle fiamme che avvolgevano il tetto e causavano il crollo della flèche, la caratteristica guglia. Ma fin dal principio, pur evitando le dietrologie, ho avuto la sensazione che quelle immagini impressionanti, capaci di turbare il cuore, associate al ritardo dei soccorsi e allapparente impotenza umana, avevano un che di strano. Insomma, non mi convincevano. A pochi giorni di distanza dall’avvenimento, e quindi a mente più lucida, sono convinto che lo spettacolare incendio che ha portato al collasso di parte dell’edificio non sia stato accidentale. Non ho alcuna prova che giustifichi la mia affermazione, per quanto essa sia dettata da una sensazione che si rafforza di ora in ora. L’idea che in un cantiere chiuso possa generarsi un incendio, forse causato da un banale corto circuito, in grado di propagarsi così velocemente da rendere tardivo e in parte inefficace l’intervento dei pompieri, mi sembra una favola per allocchi. Notre-Dame non è un bosco di alberi rinsecchiti né un magazzino ricolmo di materiale combustibile. Come poteva risultare così facilmente e rapidamente infiammabile? Non credo, però, che la sua devastazione sia un atto terroristico. A quest’ora sarebbe già stato rivendicato da un gruppo islamico o eversivo, o da un operaio fuori di testa cui fosse passato per il cervello di passare alla storia per un gesto eclatante e scriteriato. Ciò nonostante, penso che l’incendio sia doloso. 
A questo punto, è lecito domandarsi chi avrebbe avuto interesse ad accendere il fiammifero e scatenare il rogo, strutturale e mediatico. Io posso solo esprimere il mio sentire, naturalmente, senza la presunzione di suggerire la verità, che quasi certamente non conosceremo mai. Un sentire fondato sulla conoscenza della storia e dei vissuti di Notre-Dame, che personalmente considero sopravvalutata rispetto ad altri luoghi di culto più belli. Ebbene, questa celebrata cattedrale che ispira le geremiadi dei farisei di tutto il mondo, non è mai stata amata veramente dai francesi che oggi la riscoprono per mero sciovinismo e convenienza. Durante la Rivoluzione francese fu devastata in modo grave e poco mancò che il filosofo Henri de Saint-Simon l’acquistasse al solo scopo di distruggerla. Quando Napoleone, nel 1804, vi fu incoronato Imperatore, la facciata della chiesa era così rovinata che le autorità furono costrette a mascherarla con un protiro posticcio. Rimase in pessime condizioni anche negli anni successivi al tramonto di Bonaparte, e ciò indica quanta fosse l’indifferenza dei parigini nei suoi confronti. Notre-Dame sembrava destinata alla rovina e all’oblio ma ebbe la fortuna di trovare un cantore eccezionale che la salvò e la rese popolare mentre si pensava di abbatterla in nome del modernismo. Mi riferisco a Victor Hugo, il cui romanzo Notre-Dame de Paris ha trasformato questa chiesa gotica pesante e priva di armonia in una icona internazionale. La grande diffusione del romanzo ha fatto sì che Notre-Dame, di cui Hugo scrisse “è oggi deserta, inanimata, morta”, fosse sottoposta a una serie di restauri e ristrutturazioni, a volte di dubbio gusto, che non hanno mai avuto fine. E quando, nel 1905, l’edificio cambiò proprietario – la Chiesa dovette cederlo allo Stato francese – ebbe inizio una nuova fase di rimaneggiamenti di cui lo Stato, orgoglioso della propria laicità, si è occupato con poca voglia e scarsa disponibilità di risorse. Quella che Victor Hugo definì “enorme sfinge a due teste seduta al centro della città” è stata un problema anche per gli ultimi governi francesi, tant’è che per l’ennesima volta si erano resi necessari ingenti lavori di sistemazione rimasti al palo perché gli amministratori pubblici non sapevano come trovare i fondi per eseguirli. Ho letto che servivano 150 milioni di euro per dare nuovo lustro alla “rocca dalle costole mostruose” (come la chiamò il poeta Mandel’stam); ebbene, ne erano stati stanziati solo due, una miseria oltraggiosa che la dice lunga sull’affetto e l’orgoglio di Macron e company, pronti a investire capitali enormi per fomentare la guerra in Libia ma indifferenti alla sorte di un simbolo del Cristianesimo. Tale indifferenza sarebbe perdurata ad libitum se non fosse che, stranamente e improvvisamente, Notre-Dame non avesse attirato su di sé l’attenzione del mondo intero a causa di un incendio “provvidenziale”. Fateci caso, il disastro (per altro contenuto) si sta rivelando provvidenziale per le finanze francesi. Le donazioni di denaro sono ingentissime, si prevede che alla fine sarà raccolto un miliardo di euro, cioè una somma grazie alla quale si possono ristrutturare cinque o sei Notre-Dame. Non è l’unico beneficio scaturito dal male, per altro. L’incendio, avvenuto “casualmente” nella settimana santa, ha avuto l’effetto di riversare come un fiume in piena la solidarietà del mondo intero (escluso l’Islam) verso un Paese il cui governo colonialista e guerrafondaio sta giocando sporco sulla scacchiera internazionale, ha grossi problemi interni (i gilet gialli) e non gode più del consenso dei cittadini. Ecco che Notre-Dame diventa per incanto Nostra Signora della laica Provvidenza, distogliendo l‘opinione pubblica dai giochi sporchi di Macron e restituendo alla Francia il ruolo di vittima che tanto fa comodo a chi, nella vita, si comporta da prepotente. Intendiamoci, è nella natura dei francesi essere guasconi e sognare l’impossibile grandeur. Piangere per Notre-Dame li rende più simpatici. Trovo meno simpatica l’ipocrisia di chi considera i fatti del 15 aprile una tragedia. Le vere tragedie sono altre e non godono della visibilità concessa a una chiesa che è già stata ricostruita (male) tante volte e che rinascerà, non per la maggior gloria di Dio ma della Francia laica e opportunista. 
Lo so, qualcuno mi taccerà di non essere addolorato per i danni artistici subiti dalla cattedrale. Sono dispiaciuto, certo, ma mi chiedo quale sia la reale portata dei danni. La guglia era un falso storico e il crollo del tetto non ha compromesso i beni artistici contenuti all’interno della struttura. Tanto rumore per nulla o quasi, mi verrebbe voglia di dire. Accusatemi pure di essere cinico ma ho sofferto maggiormente quando il terremoto sconvolse la chiesa di San Francesco ad Assisi. Ma quella era la casa di un santo povero e amatissimo. Notre-Dame, in definitiva, è la dimora di un gobbo e dei Gargoyles immortalati dalla Disney.

venerdì 5 aprile 2019

Napoleone aveva un debole per Leonardo


In merito alla vicenda del trafugamento della Gioconda, avvenuto nel 1911, serve ricordare che a indurre al furto Vincenzo Peruggia, ex impiegato del Louvre, fu la convinzione che il celebre dipinto facesse parte delle spoliazioni napoleoniche e quindi appartenesse all’Italia e lì dovesse tornare. Ancora oggi, c’è chi crede che la Gioconda sia stata trafugata dall’esercito francese come bottino di guerra insieme a molte altre opere d’arte negli anni del “Sacco d’Italia”. La realtà è diversa. Il celebre dipinto è appartenuto alla Corona francese fin dal 1518. Leonardo l’aveva regalato al suo discepolo Salai, che lo cedette a Francesco I insieme ad altri dipinti che Leonardo aveva portato con sé dall’Italia nel 1516. Lo conferma il Vasari, secondo il quale la Gioconda fu pagata 4.000 scudi e trasferita dalla reggia di Amboise a Fontainbleau. Non soltanto la Gioconda, dunque, ma anche il San Giovanni Battista e la Madonna col bambino e Sant’Anna erano stati acquistati dal re di Francia di cui Leonardo era lillustre ospite.
Napoleone era un furfante, con buona pace dei francesi che lo adorano, ma non solo non rubò il quadro più famoso al mondo ma lo amò a tal punto che lo volle tutto per sé. Nel 1793, il famoso olio su tavola di pioppo raffigurante l’enigmatica madonna fiorentina tradizionalmente identificata in Monna Lisa Gherardini era ancora esposto al Castello di Versailles. Ma nel 1797 fu trasferito al Louvre insieme ad altre grandi opere destinate a costituire il Museum Central des Arts della Repubblica Francese. Nel 1800, il generale dispose che la Gioconda fosse portata al Palazzo delle Tuileries, a quel tempo sua residenza, per essere appesa nella camera da letto della moglie Joséphine, come testimonia M. Floorisone in Hommage à Léonard de Vinci (1952). Il famoso storico d’arte francese André Chastel, uno dei massimi esperti leonardiani, scrive in L’illustre incomprise, Monna Lisa (1988) che “era tale la notorietà dell’opera che il nuovo padrone della Francia desiderava vederla, forse interrogarla: egli conosceva l’arte di leggere nelle fisionomie e si proponeva senza dubbio di decrittare anche quella, quantunque la fama del quadro non fosse allora dovuta al viso femminile e al misterioso sorriso ma piuttosto alla straordinaria perfezione tecnica, a quel delizioso sfumato di cui Prud’hon, per esempio, si sforzava di ritrovare il fascino”. Solo nel 1802 (secondo alcuni nel 1804), con la creazione del Musée Napoléon (il grande Louvre all’alba del XIX secolo) la Gioconda vi fu trasferita in via definitiva, trovando un posto d’onore nella Grande Galerie. È vero, tuttavia, che Napoleone non fu del tutto innocente nei confronti di Leonardo. Nel 1796, diede ordine ai suoi funzionari in Italia di confiscare come bottino di guerra oggetti d’arte e di scienza per inviarli a Parigi. Il 24 maggio, il commissario di guerra Peignon si presentò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano insieme all'incaricato dell’Armée Pierre-Jacques Tinet, con l'elenco degli oggetti di cui impossessarsi, fra cui «le carton des ouvrages de Leonardo d'Avinci (sic)». Le casse contenenti i beni sottratti, fra cui tredici volumi di manoscritti leonardeschi, furono spedite a Parigi il 29 maggio, ma giunsero solo il 25 novembre. Il 14 agosto fu stabilito di portare la cassa n. 19, contenente il celeberrimo Codex Atlanticus e un gruppo di fascicoli di disegni alla Bibliothèque nationale e un’altra cassa contenente dodici manoscritti all’Institut de France. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone e l’occupazione di Parigi da parte delle truppe alleate, il barone Franz Xaver von Ottenfels-Gschwind, incaricato dall'Austria di recuperare i beni preziosi sottratti alla Lombardia, che era ritornata sotto il dominio austriaco, ottenne la restituzione del Codice Atlantico ma non dei cosiddetti “Manoscritti di Francia”, considerati con superficialità irreperibili.  I dodici codici mancanti riportano le lettere A, B, C, D, E, F, G, H, I, K, L e M. Si narra che in un primo tempo, il barone non avesse intenzione di riportare in Italia nemmeno il Codice Atlantico poiché pensava fosse un’opera cinese per via della scrittura rovesciata di Leonardo. In effetti, il Codice tornò a casa solo in seguito all’intervento dello scultore Antonio Canova e del professor Pietro Benvenuti che a quel tempo e si trovavano a Parigi. 
C’è un altro episodio che disegna il rapporto fra Napoleone e Leonardo. Il 4 maggio 1796, quando le truppe francesi varcarono le porte di Milano, Bonaparte si recò a Santa Maria delle Grazie per vedere L’ultima cena e provò un forte stupore. Innamoratosi dell’affresco, come era accaduto a Goethe prima di lui nel 1788, dispose che la sala del refettorio fosse chiusa per preservarlo. Giuseppe Bossi, – il segretario dell’Accademia di Brera che fu incaricato di dipingere una copia de l’ultima cena e nel 1810 scrisse Del cenacolo di Leonardo da Vinci – racconta che Napoleone sottoscrisse immediatamente il decreto prima di rimontare a cavallo, stando in piedi alla presenza del priore Porro e di altre persone e alzando il ginocchio per facilitare la firma del documento. Purtroppo, il decreto non fu rispettato. Di lì a poco, un ufficiale ordinò di levare le transenne di legno che proteggevano gli ingressi e permise ai soldati di rioccupare il refettorio, adibendolo a stalla e bivacco e nel 1799 a deposito di artiglieria. I vapori e i miasmi provocati dagli animali e dalle derrate danneggiarono il dipinto. La soldataglia si esercitava al tiro prendendo di mira le teste degli Apostoli e di Gesù con i mattoni. Naturalmente ci fu chi gridò allo scandalo e nel 1800, l’amministrazione napoleonica prese drastici provvedimenti in materia, ordinando di murare la porta del Cenacolo, cosicché, per vedere l’affresco era diventato necessario calarsi nel refettorio con una scala a pioli che scendeva dal pulpito dei frati. Napoleone non ordinò di staccare l’affresco dal muro del refettorio di Santa Maria delle Grazie per portarlo in Francia. A sfiorare lo scempio fu chi voleva compiacerne l’ambizione e l’amore per l’arte. Presso l’Archivio di Stato di Milano sono infatti depositate alcune carte (Autografi 81, Studi pm. 280 e 357, Autografi 103) che testimoniano la proposta di trasportare la pittura a muro da un refettorio di monaci devastato alla neonata sede napoleonica di Brera. A sostenerla fu l’architetto Paolo Bargigli, un giacobino protetto da Napoleone, di cui sarà al fianco nell’esilio all’Elba. È l’8 maggio del 1802 quando Bargigli scrive al Ministro dell’Interno: «Niuna cosa potrebbe dare maggior gloria a chi l’ordina e alla Nazione stessa, quanto il conservare, collocare e ripristinare in ciò che è possibile la celebre Cena di Leonardo, che tutta si va deteriorando nel locale in cui esiste». Ma la proposta di trasferimento fu bocciata da Andrea Appiani, “premier peintre de l’Empire” e commissario per le Belle Arti. Il 23 settembre, il Ministro dell’Interno lo sollecitò ad impegnarsi in prima persona nell’intervento, ma l’invito non ebbe seguito poiché Appiani presentò una relazione in cui sostenne: «il dipinto a mio credere non è suscettibile di trasporto». Consoliamoci, dunque. I francesi si godono la Gioconda fin dal 1518 ma non sono riusciti a strapparci L’ultima cena
In fondo, Napoleone si accontentò e con la sua caduta ci fu restituita una parte del maltolto.