venerdì 5 aprile 2019

Napoleone aveva un debole per Leonardo


In merito alla vicenda del trafugamento della Gioconda, avvenuto nel 1911, serve ricordare che a indurre al furto Vincenzo Peruggia, ex impiegato del Louvre, fu la convinzione che il celebre dipinto facesse parte delle spoliazioni napoleoniche e quindi appartenesse all’Italia e lì dovesse tornare. Ancora oggi, c’è chi crede che la Gioconda sia stata trafugata dall’esercito francese come bottino di guerra insieme a molte altre opere d’arte negli anni del “Sacco d’Italia”. La realtà è diversa. Il celebre dipinto è appartenuto alla Corona francese fin dal 1518. Leonardo l’aveva regalato al suo discepolo Salai, che lo cedette a Francesco I insieme ad altri dipinti che Leonardo aveva portato con sé dall’Italia nel 1516. Lo conferma il Vasari, secondo il quale la Gioconda fu pagata 4.000 scudi e trasferita dalla reggia di Amboise a Fontainbleau. Non soltanto la Gioconda, dunque, ma anche il San Giovanni Battista e la Madonna col bambino e Sant’Anna erano stati acquistati dal re di Francia di cui Leonardo era lillustre ospite.
Napoleone era un furfante, con buona pace dei francesi che lo adorano, ma non solo non rubò il quadro più famoso al mondo ma lo amò a tal punto che lo volle tutto per sé. Nel 1793, il famoso olio su tavola di pioppo raffigurante l’enigmatica madonna fiorentina tradizionalmente identificata in Monna Lisa Gherardini era ancora esposto al Castello di Versailles. Ma nel 1797 fu trasferito al Louvre insieme ad altre grandi opere destinate a costituire il Museum Central des Arts della Repubblica Francese. Nel 1800, il generale dispose che la Gioconda fosse portata al Palazzo delle Tuileries, a quel tempo sua residenza, per essere appesa nella camera da letto della moglie Joséphine, come testimonia M. Floorisone in Hommage à Léonard de Vinci (1952). Il famoso storico d’arte francese André Chastel, uno dei massimi esperti leonardiani, scrive in L’illustre incomprise, Monna Lisa (1988) che “era tale la notorietà dell’opera che il nuovo padrone della Francia desiderava vederla, forse interrogarla: egli conosceva l’arte di leggere nelle fisionomie e si proponeva senza dubbio di decrittare anche quella, quantunque la fama del quadro non fosse allora dovuta al viso femminile e al misterioso sorriso ma piuttosto alla straordinaria perfezione tecnica, a quel delizioso sfumato di cui Prud’hon, per esempio, si sforzava di ritrovare il fascino”. Solo nel 1802 (secondo alcuni nel 1804), con la creazione del Musée Napoléon (il grande Louvre all’alba del XIX secolo) la Gioconda vi fu trasferita in via definitiva, trovando un posto d’onore nella Grande Galerie. È vero, tuttavia, che Napoleone non fu del tutto innocente nei confronti di Leonardo. Nel 1796, diede ordine ai suoi funzionari in Italia di confiscare come bottino di guerra oggetti d’arte e di scienza per inviarli a Parigi. Il 24 maggio, il commissario di guerra Peignon si presentò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano insieme all'incaricato dell’Armée Pierre-Jacques Tinet, con l'elenco degli oggetti di cui impossessarsi, fra cui «le carton des ouvrages de Leonardo d'Avinci (sic)». Le casse contenenti i beni sottratti, fra cui tredici volumi di manoscritti leonardeschi, furono spedite a Parigi il 29 maggio, ma giunsero solo il 25 novembre. Il 14 agosto fu stabilito di portare la cassa n. 19, contenente il celeberrimo Codex Atlanticus e un gruppo di fascicoli di disegni alla Bibliothèque nationale e un’altra cassa contenente dodici manoscritti all’Institut de France. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone e l’occupazione di Parigi da parte delle truppe alleate, il barone Franz Xaver von Ottenfels-Gschwind, incaricato dall'Austria di recuperare i beni preziosi sottratti alla Lombardia, che era ritornata sotto il dominio austriaco, ottenne la restituzione del Codice Atlantico ma non dei cosiddetti “Manoscritti di Francia”, considerati con superficialità irreperibili.  I dodici codici mancanti riportano le lettere A, B, C, D, E, F, G, H, I, K, L e M. Si narra che in un primo tempo, il barone non avesse intenzione di riportare in Italia nemmeno il Codice Atlantico poiché pensava fosse un’opera cinese per via della scrittura rovesciata di Leonardo. In effetti, il Codice tornò a casa solo in seguito all’intervento dello scultore Antonio Canova e del professor Pietro Benvenuti che a quel tempo e si trovavano a Parigi. 
C’è un altro episodio che disegna il rapporto fra Napoleone e Leonardo. Il 4 maggio 1796, quando le truppe francesi varcarono le porte di Milano, Bonaparte si recò a Santa Maria delle Grazie per vedere L’ultima cena e provò un forte stupore. Innamoratosi dell’affresco, come era accaduto a Goethe prima di lui nel 1788, dispose che la sala del refettorio fosse chiusa per preservarlo. Giuseppe Bossi, – il segretario dell’Accademia di Brera che fu incaricato di dipingere una copia de l’ultima cena e nel 1810 scrisse Del cenacolo di Leonardo da Vinci – racconta che Napoleone sottoscrisse immediatamente il decreto prima di rimontare a cavallo, stando in piedi alla presenza del priore Porro e di altre persone e alzando il ginocchio per facilitare la firma del documento. Purtroppo, il decreto non fu rispettato. Di lì a poco, un ufficiale ordinò di levare le transenne di legno che proteggevano gli ingressi e permise ai soldati di rioccupare il refettorio, adibendolo a stalla e bivacco e nel 1799 a deposito di artiglieria. I vapori e i miasmi provocati dagli animali e dalle derrate danneggiarono il dipinto. La soldataglia si esercitava al tiro prendendo di mira le teste degli Apostoli e di Gesù con i mattoni. Naturalmente ci fu chi gridò allo scandalo e nel 1800, l’amministrazione napoleonica prese drastici provvedimenti in materia, ordinando di murare la porta del Cenacolo, cosicché, per vedere l’affresco era diventato necessario calarsi nel refettorio con una scala a pioli che scendeva dal pulpito dei frati. Napoleone non ordinò di staccare l’affresco dal muro del refettorio di Santa Maria delle Grazie per portarlo in Francia. A sfiorare lo scempio fu chi voleva compiacerne l’ambizione e l’amore per l’arte. Presso l’Archivio di Stato di Milano sono infatti depositate alcune carte (Autografi 81, Studi pm. 280 e 357, Autografi 103) che testimoniano la proposta di trasportare la pittura a muro da un refettorio di monaci devastato alla neonata sede napoleonica di Brera. A sostenerla fu l’architetto Paolo Bargigli, un giacobino protetto da Napoleone, di cui sarà al fianco nell’esilio all’Elba. È l’8 maggio del 1802 quando Bargigli scrive al Ministro dell’Interno: «Niuna cosa potrebbe dare maggior gloria a chi l’ordina e alla Nazione stessa, quanto il conservare, collocare e ripristinare in ciò che è possibile la celebre Cena di Leonardo, che tutta si va deteriorando nel locale in cui esiste». Ma la proposta di trasferimento fu bocciata da Andrea Appiani, “premier peintre de l’Empire” e commissario per le Belle Arti. Il 23 settembre, il Ministro dell’Interno lo sollecitò ad impegnarsi in prima persona nell’intervento, ma l’invito non ebbe seguito poiché Appiani presentò una relazione in cui sostenne: «il dipinto a mio credere non è suscettibile di trasporto». Consoliamoci, dunque. I francesi si godono la Gioconda fin dal 1518 ma non sono riusciti a strapparci L’ultima cena
In fondo, Napoleone si accontentò e con la sua caduta ci fu restituita una parte del maltolto.

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