martedì 7 maggio 2019

Leonardo da Vinci fu "ammaliato" da Pavia

Leonardo da Vinci amava Pavia, urbs regia dalle cento torri, e vi soggiornò diverse volte per periodi più o meno lunghi. Forse la visitò  per la prima volta nel 1487-88, mentre è certo che vi si trasferì nell’estate 1490, l’anno in cui Ludovico il Moro gli concesse il titolo di ingeniarius, e ci rimase almeno fino al 17 gennaio 1491, data in cui lo Sforza sposò Beatrice d’Este nel Castello Visconteo. 
Nel mio romanzo Le infinite ragioni, Leonardo rammenta con nostalgia quel periodo. Difatti, scrive: Se la memoria non mi tradisce, giunsi a Pavia il 21 giugno. Ricordo la data perché ricorreva il solstizio d’estate e Pavia era un brulicare di giovani e giovinette che correvano festanti sui prati e lungo le rive del Ticino. Presi alloggio alla Locanda del Saracino a spese dei fabbricieri del duomo e vi soggiornai fino alla metà di dicembre. Fu un periodo bello e intenso, che l’amicizia sincera di Fazio Cardano, a quel tempo docente della locale Università, e di altri emeriti cittadini pavesi, rese indimenticabile. Mi sentivo libero e felice e avevo molto tempo a disposizione per meditare, fare visite d’arte e ricerche scientifiche, e anche scampagnate e passeggiate lungo l’alzaia del Ticino, di cui ammirai e studiai le acque. Nella sua missiva, Cardano si fa latore dei saluti dello scultore Giovanni Antonio Amadeo e mi tiene informato sulla sorte dei miei amici pavesi. Purtroppo, il pittore Agostino da Vaprio, che mi fece conoscere tutte le chiese di Pavia e dei dintorni, compresa la bellissima Certosa, non è più tra i vivi. Il capitano degli alabardieri ducali Biagino Crivelli, col quale condivisi studi di balistica e lunghi ragionamenti su come potenziare le armi, è partito per la guerra. Il cancelliere Gualtieri di Bascapè e il nobile Simone Arrigoni sono vecchi e malati. E chissà quanti vecchi sodali ingrassano la terra…”. 
Leonardo era stato inviato nella “Piccola Atene” dal Moro, insieme con l’architetto Francesco di Giorgio Martini e Antonio Amadeo, principalmente perché contribuisse coi suoi giudizi alla fabbrica del Duomo, i cui lavori erano iniziati nel 1488. Non si limitò a espletare quella consulenza. Sappiamo che ebbe contatti con lo Studium pavese, non solo con Fazio Cardano. Probabilmente fu allora che restò incantato dalla statua del Regisole (che nel Codice Atlantico, foglio 399 recto, definisce “cosa antica”) cui si ispirò quando progettò il “Gran cavallo”, lo sfortunato monumento equestre per lo Sforza che non venne mai alla luce a causa della guerra. Non è escluso che la frequentazione mondana del castello, dove dal 1499 al 1493 visse Isabella d’Aragona, indusse Leonardo a fare il ritratto della duchessa di Milano, consorte di Gian Galeazzo Maria Sforza. C’è chi pensa che questo ritratto sia in realtà la famosa Gioconda. Si suppone altresì – ma qui l’ipotesi appare più solida – che Leonardo disegnò l’Uomo Vitruviano a Pavia, proprio nel 1490, tesorizzando l’amicizia e gli insegnamenti di Francesco di Giorgio. Quel che è certo, e deducibile dal Manoscritto B, vergato in gran parte a Pavia, è che Leonardo studiò la struttura urbana della città antica, tracciata da Opinino de Canistris, e s’interessò delle belle chiese pavesi, fra cui la perduta Santa Maria in Pertica e Santa Maria Segreta, e dell’antico anfiteatro. L’interesse per la conoscenza lo condusse più volte nella biblioteca del castello, dove consultò i codici, e presso il Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro. La curiosità lo spinse addirittura e disegnare un bordello pavese. Anche i successivi soggiorni sulle sponde del Ticino, un fiume che Leonardo amò particolarmente e di cui studiò i canali, furono apprezzati da Leonardo. Sappiamo che nel 1494, da gennaio fino a settembre, egli visse in Lomellina, frequentando Vigevano ma anche Pavia, dove si trovava certamente nell’agosto 1502, perché da lì partì per ispezionare le fortezze lombarde del principe Borgia. Nel 1510 Leonardo tornò a Pavia per studiare con Marcantonio della Torre, che era un giovane professore di anatomia dello Studium
Ma tornando al 1490, mi è piaciuto immaginare che Leonardo conobbe a Pavia una donna che lo affascinò. “Fu Cardano a presentarmela. Fazio è un profondissimo conoscitore delle scienze ermetiche e occulte e un giorno, mentre passeggiavo con lui e Gualtieri de’ Bottapetri in piazza del duomo, m’indicò una giovane donna che stava appollaiata sotto la statua del Regisole. Ci avvicinammo e dalle sue vesti eccentriche intuii che apparteneva alla genia degli zingari. Era una donna bella e seducente, coi capelli corvini e due occhi che parevano smeraldi. Cardano precisò che era una chiromante infallibile e mi invitò a farmi leggere la mano. Mi rifiutai. Ma Dana mi fissò col suo sguardo magnetico e lanciò la sua sfida. «Cosa temi, maestro? Io traggo la mia arte dalla Bibbia e non dagli inferi. Non è forse scritto nel libro di Giobbe che Dio imprime il suo sigillo nella mano di ognuno affinché ogni uomo riconosca l’opera sua?» Imbarazzato, le sorrisi ma confermai il mio diniego. Non avevo in simpatia la magia, la cartomanzia, la chiromanzia e la divinazione in generale. Non volevo sapere il futuro. Più probabilmente, avevo timore di conoscerlo. Rividi la chiromante alcuni giorni dopo in piazza del Brolio, fuori della chiesa di Santa Maria Secreta. Mi salutò cordialmente e fui turbato dalla sua figura seducente. Etiam la sua voce era sensuale. Ero solo e fui tentato di cedere alle lusinghe e avvicinarmi. Ma qualcosa me lo impedì. Alcune settimane dopo la ritrovai sulle rive del Ticino, nei sobborghi di Pavia. Mi ero recato in un punto del fiume ove le acque sono luminose e lanciano bagliori. Lì, i cercatori d’oro setacciavano il fiume con crivelli e navette per estrarre pagliuzze d’oro. Dana mi si avvicinò e disse: «Lo farò senza compenso per te. Sei così alto e bello!» Arrossii. Mi guardai attorno con fare sospetto ma poiché nessuno mi conosceva, alla fine lasciai che mi leggesse la mano. Ero attratto da lei più che curioso di conoscere il suo responso. Non era un medico o un magistrato, concertai. Non poteva diagnosticarmi un brutto male né condannarmi ai lavori forzati. Sorrisi, immaginando che m’avrebbe pronosticato la buona ventura per conquistare la mia amicizia. Ella afferrò la mia mano sinistra, quella dominante, e prese a scorrere con un tocco lieve delle dita le sette linee che sono tracciate nel palmo. Con voce sinuosa proferì sentenze brevi ma profonde… (continua)”.   
Quel che accadde dopo è da scoprire. Pur essendo la mia finzione letteraria, non possiamo escludere che Leonardo, che si occupò di esoterismo, a Pavia ebbe rapporti con astrologi, indovini e figure ermetiche. È plausibile che nel 1512 abbia incontrato quel Cornelio Agrippa di Nettesheim, che insegnò nello Studium prima di diventare il principe dei maghi neri. È dunque lecito affermare che Pavia ammaliò il nostro Leonardo.

giovedì 2 maggio 2019

Il giorno in cui si spense la lampada del Genio

Non conserviamo testimonianze dirette di come morì Leonardo da Vinci, tuttavia sappiamo con certezza che il Genio rese l’anima a Dio il 2 maggio 1519, nelle ore notturne. Era venerdì. Sappiamo anche che al suo capezzale si trovavano le poche persone care che gli avevano tenuto compagnia nella dimora di Cloux (oggi Clos-Lucé), dove viveva dal tardo autunno 1516, cioè l’allievo e caro amico Francesco Melzi, il domestico Battista de’ Villanis e la fantesca tuttofare Maturina. Con loro c’erano anche due frati minori italiani che lo confortarono con la preghiera e la lettura di alcuni brani del Vangelo fino alla perdita di coscienza. Leonardo, che nel corso della sua vita provò nei confronti della Chiesa una commistione di sentimenti contraddittori, in prossimità del crepuscolo aveva riscoperto la lezione salvifica di Cristo, facendo pace con la vituperata religione cattolica, perciò morì in grazia di Dio. Forse c’era anche un medico di Amboise e qualche pia donna. Leonardo non morì improvvisamente ma sentì spegnersi lentamente la sua lampada. 
Nel romanzo Le infinite ragioni ho ricostruito i suoi ultimi giorni di vita, rimarcando l’accettazione con cui si avvicinò all’omega. Il 15 aprile 1519, accortosi che le sue condizioni fisiche si erano aggravate, annotò: “Ogni cosa che faccio mi pesa come se fosse un macigno delle Alpi Apuane e m’affatico per un nonnulla. Da tempo sono tutto in un monte e l’infermità è penosa. Respiro con affanno e non sortisco più di casa, se non per sedermi su una panca in giardino, avvolto in una coperta, per pigliare il sole nelle giornate luminose. Non sono più acconcio a fare giratine nel parco e nemmeno a scendere all’orto. L’inverno è finito e la primavera è giunta. La natura fiorisce di nuovo. Ma la morte è propinqua, ho la certezza che verrà con le rondini. Sono alle porte coi sassi”. Perciò, egli decise di fare testamento e il 23 aprile accolse nella sua dimora il notaio reale Guglielmo Boreau, che trascrisse le sue ultime volontà. Furono testimoni dell’atto notarile il vicario della chiesa di San Dionigi di Amboise, il cappellano Fra’ Guglielmo e i due frati francescani – Francesco da Milano e Francesco da Cortona – che lo confessarono e gli offrirono il corpo di Cristo. Leonardo impartì gli ordini per il proprio funerale. Ho altresì disposto e lasciato il denaro che abbisogna acciò le mie spoglie siano sepolte a San Fiorentino non prima d’essere state portate in chiesa dai cappellani, al cui seguito ho chiesto ci fossero il priore, i vicari, i frati minori e sessanta poveri di Amboyse, ciascuno reggente in mano un cero acceso. Ho provveduto che venga fatta loro l’elemosina e che la mia morte sia ricordata con la celebrazione di tre messe solenni col diacono e suddiacono e trenta messe basse nelle chiese di San Gregorio, San Dionigi e San Francesco.”. Due giorni dopo, confidò: Oggidì ho dettato alcune disposizioni supplementari. Desidero che il mio cadavere sia rivestito di stamigna candida foderata di taffetas e che sul mio capo sia posato un berretto di velluto verde privo di guarnizioni. Voglio essere dignitoso ed elegante anche quando sembrerò un manichino di cera. Ho anche chiesto che il colore nero sia bandito dalle mie esequie e che un musico le accompagni col suono del liuto. Mi bastano due ceri, di non più di quindici libbre ciascuno. Non voglio prefiche né beccamorti al seguito. Che sia rispettata, invece, la consuetudine della cena di suffragio.”. In data 28 aprile, prese atto cheI miei polmoni si stanno riempiendo d’acqua. Rischio di soffocare e non so per quanto tempo ancora potrò resistere. Non ho più nulla da fare o sperare in questo mondo se non di porre fine al mio strascicamento verso la notte” e riferì il suo ultimo incontro con il re di Francia, accorso al suo capezzale: “il re si è avvicinato al mio capezzale, mi ha baciato sulla fronte febbricitante e mi ha sussurrato parole non comuni. Padre mio, provo invidia per il Padreterno che sta per accoglierti nel suo regno, che è immensamente più bello e grande del mio. Lui godrà della tua compagnia e del tuo genio più di quanto non abbia potuto fare io. Che il tuo viaggio sia allietato dal canto degli angeli! Poscia mi ha salutato con la mano e s’è allontanato. È stato il nostro ultimo incontro. Lo sappiamo entrambi. Poco fa, il Valois, mentre usciva dalla casa, ha apostrofato i gentiluomini che lo hanno accompagnato. L’ho saputo da te, Francesco, che hai udito le sue parole e non hai trattenuto il pianto. Ha detto sommessamente: Io posso fare dei nobili ogni volta che ne ho voglia e nello stesso modo fare dei gran signori. Ma solo Dio può fare un uomo grande come colui che stiamo per perdere. Le ultime note di Leonardo sono del 30 aprile 1519: “Fra’ Francesco da Milano mi ha dato l’estrema unzione. Sono in pace con gli uomini e acconcio ad affrontare quello che i pavidi chiamano tribunale di Dio. Io non credo che sarò giudicato dal magistrato divino. Preferisco pensare che il creatore di tante cose meravigliose mi attenda col cuore in mano. Non mi sanzionerà né bacchierà per le mie colpe. Mi capirà e perdonerà, ne sono certo. La sua indulgenza sarà il compenso per il mio tormento fisico e l’ansia dello spirito.” 
Leonardo da Vinci si congedò dal mondo due giorni dopo avere dettato la sua ultima riflessione. A stroncarlo fu una crisi respiratorio o un arresto cardiaco. Il re si trovava a Saint-Germain-en-Laye e lì fu raggiunto dalla notizia che l’artefice di tante opere ingegnose e sublimi aveva smesso di soffrire. La leggenda che fosse presente al suo capezzale è priva di fondamento. A creare questo mito fu il Vasari, che nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri scrive che “sopragiunse lì il re, che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello, mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo non avendo operato nell’arte come si conveniva. Onde gli venne un parosismo messaggiero della morte; per la qual cosa rizzatosi il re e presoli la testa per aiutarlo e porgerli favore acciò che il male lo allegerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere ave-re maggiore onore, spirò in braccio a quel re, nella età sua d’anni settantacinque”. A lungo si è pensato che Leonardo fosse morto alla presenza del re nel castello di Fontainebleau, ma il racconto è figlio del sentito dire e dell’agiografia di corte. La credenza divenne popolare dopo il 1781, quando Francois-Guillaume Ménageot presentò al Salon una tela raffigurante Leonardo morente fra le braccia di Francesco I. Nel 1828, a dispetto della verità storica che iniziava ad affiorare, Jean Auguste Ingres realizzò per il conte Pierre de Blacas un quadretto raffigurante la morte di Leonardo che costituisce l’estrema e più celebre difesa di una tradizione ingannevole. È vero, invece, che Leonardo sia stato sepolto ad Amboise, nella chiesa di Saint Florentin, e che le sue disposizioni testamentarie furono rispettate. Purtroppo, la chiesa fu saccheggiata e la tomba violata più volte. Le spoglie di Leonardo andarono perdute nei giorni caldi delle lotte religiose fra cattolici e ugonotti. Nel 1874, i “presunti” resti furono traslati nella cappella di Saint-Hubert, situata all’esterno del corpo principale del castello di Amboise, e lì si trovano ancora oggi.