domenica 30 giugno 2019

Leonardo da Vinci e l'osservazione dell'iceberg

Il titolo del mio romanzo Le infinite ragioni richiama una frase emblematica di Leonardo da Vinci: “La natura è piena di infinite ragioni che non furon mai in isperienzia”. Che intendeva dire il genio toscano? Egli pensava che l’esperienza fosse la sola, unica fonte di rivelazione ma di fronte ai misteri della natura riconobbe umilmente che la vita può sorprenderci. Di più, può disorientarci. In sostanza, intuì l’incommensurabile dimensione dell’arcano. 
Da oltre un secolo, per la precisione dal 1905, l’anno in cui fu pubblicato Il pensiero esoterico di Leonardo di Paul Vulliaud, studiosi e appassionati si interrogano sui suoi interessi di natura esoterica. Ci si domanda se L. fu un maestro di scienze ermetiche, un illuminato. Lo suggerì timidamente il Vasari, che nella sua biografia scrive. “Et tanti furono i suoi capricci che, filosofando delle cose naturali, attese a intendere le proprietà delle erbe, continuando e osservando il moto del cielo, il corso della luna e gli andamenti del sole”. Baldassarre Castiglione, che disdegnava i suoi “badalucchi”, lo accusò di avere “così strani concetti e nuove chimere”. Appare certo che L. provasse un forte interesse per la filosofia neoplatonica – per cui condivideva il principio dell’unità ontologica del cosmo e dell’uomo e l’idea della ciclicità della vita e della morte – e fosse appassionato di astrologia. Il poeta Baudelaire non esitò a definirlo “specchio profondo e oscuro”. Alcune sue amicizie confermano che amava disquisire di argomenti esoterici, e persino indagare l’occulto. Penso all’astronomo Paolo dal Pozzo Toscanelli, a Tommaso Benci, il traduttore del Pimandro, testo basilare dell’ermetismo, e a Luca Pacioli, il monaco matematico autore del De divina proportione. Trovo infondate invece, le ipotesi che vedono in L. un affiliato se non un maestro di sette e circoli iniziatici, o un mago (per quanto a Roma fu accusato di “necromanzia” a causa dei suoi studi di anatomia). 
Nel mio romanzo ho immaginato che negli anni francesi, L. tornasse spesso col pensiero alle conversazioni e alle esperienze condivise con uomini che, come lui, “sbirciavano” il cielo con la speranza di intuirne i segreti e si interessavano dei fatti di natura extra-dimensionale e sensoriale. Il Genio si appassionò all’idea che ci fosse la vita su altri mondi, altri pianeti. Perciò, nel capitolo CXIX, narra a Francesco Melzi una “storia bizzarra” che gli fu riferita dall’amico Fazio Cardano, con cui aveva condiviso un periodo felice a Pavia nel 1490. “Nell’agosto dell’anno 1491, alla ventesima ora del giorno, il giurista lombardo ricevette la visita di sette uomini sconosciuti, vestiti con abiti serici luminosi e calzari anch’essi splendenti. Sembravano antichi greci con la toga e due di loro, che parevano di rango superiore, portavano un pettorale scarlatto. Erano bellissimi. Quando chiese loro chi fossero, risposero che erano fatti d’aria, provenivano dalle stelle remote e potevano vivere fino a trecento anni. Cardano strabiliò. Per più di tre ore, quegli uomini restarono con lui e discussero dell’immortalità dell’anima e di altri argomenti severi. Ma quando Cardano chiese se conoscessero la causa dell’universo, non ci fu più accordo. Il capo degli uomini di luce si rifiutava di ammettere che Dio avesse creato il mondo eterno. Pur tuttavia affermò che l’aveva creato a poco a poco e che non smetteva di costruirlo. Se avesse cessato di farlo anche solo per un attimo, l’universo si sarebbe estinto. Al termine della visita, i sette viaggiatori scomparvero e Cardano non seppe dire come e per dove.” 
L’incontro ravvicinato di Fazio Cardano coi visitatori provenienti da altri mondi fu raccontato dallo stesso al figlio Girolamo, il noto scienziato napoletano inventore del giunto cardanico, che lo riferisce nel suo De vita propria. Nel 1960, Jacques Bergier riportò l’aneddoto ne Il mattino dei maghi, notando che “i visitatori di Fazio Cardano sembrano essere stati gli ultimi di una serie di ospiti susseguitesi in tutto il Medioevo”. Altrove, L. parla di avvistamenti di strani fenomeni luminosi e oggetti volanti nei cieli italiani. In effetti, non erano rari a quel tempo. Si pensi all’apparizione avvenuta nel luglio 1487 in Romagna di tre lance volanti, testimoniata da Leone Colbrelli in Cronache forlivesi o alla presenza sopra Firenze di una “trave di fuoco” osservata da Benvenuto Cellini nel 1537 e da lui menzionata ne La vita (1,89). Carlo Pedretti, in Leonardo e io rivela che nell’estate 1513, Michelangelo Buonarroti fu testimone della portentosa apparizione di una stella a tre code nel cielo di Roma, come racconta il suo coevo Benedetto Luchino in De Vulnera diligentis. Lo stesso portento fu visto a Milano in autunno, come testimonia Cesariano nel suo commentario al Vitruvio del 1521. A quel tempo, L. si trovava ancora a Milano e potrebbe essere stato spettatore del fatto o “certamente ne avrà sentito parlare”, come suggerisce Pedretti. Sebbene non possediamo scritti in cui L. manifesti la credenza nella vita su altri pianeti, ho trovato logico, in virtù della sua curiosità, nonché del suo interesse per l’astronomia e i misteri del cosmo, che affrontasse tale tema con la più ampia apertura mentale. Con la stessa, disarmata mancanza di pregiudizi, riferisce e commenta lo strano evento (realmente accaduto) di cui gli scrive Erasmo da Rotterdam nel capitolo CXIV che vide protagonisti almeno quattrocento cittadini della città alsaziana, colpiti dalla piaga del ballo, per cui non potevano smettere di danzare freneticamente. L’epidemia durò un mese e provocò numerosi decessi per arresto cardiaco, ictus o sfinimento. La pioggia di rane su Amboise, invece, è un fatto fantasioso ma non inverosimile, per quanto raro. La caduta di animali dal cielo (soprattutto pesci e rane) si verifica fin dall’antichità. Per la Bibbia era una delle piaghe d’Egitto, ne parlano Plinio il Vecchio e lo storico Ateneo, che cita l’episodio accaduto ad Atene intorno al 200 a.C. Tra i diluvi di rane più spettacolari c’è quello del 1625 a Tournai. Nel capitolo XCV, L. racconta poi l’inquietante incontro che ebbe a Cloux col giovane Paracelso e nel capitolo XCVIII, in cui parla del miracolo del dicembre 1485 avvenuto a Milano, nella chiesa di Santa Maria appresso San Celso, espone il suo pensiero sui miracoli e i fatti sovrannaturali. 
Ma sono tanti e curiosi gli episodi (e le memorie) che L. fissa nel suo manoscritto francese. Ragion per cui, trovo lecito affermare che egli, vivendo nel clima magico-esoterico d’inizio rinascimento, fu tra coloro che non si limitarono a osservare la parte emersa dell’iceberg, ma si sforzarono di immaginare quella sconosciuta, celata sotto la superficie delle acque, di cui gli esseri comuni non avevano esperienza.

martedì 11 giugno 2019

L'orgoglio di essere stato un buon samaritano

Sono stato un buon samaritano, per diciassette anni. Sono salito per la prima volta in ambulanza il 23 gennaio 2003 e oggi ne sono disceso per l’ultima volta. Se mai salirò ancora su un’autolettiga sarà in veste di paziente, non di volontario del soccorso. Spero non accada mai. Ho fatto migliaia di interventi nel ruolo di capo-equipaggio e autista della Croce Azzurra di Como, per lo più in urgenza, per assolvere le chiamate del 118 (ora 112). Sono poche le emergenze sanitarie che io non abbia sperimentato. Non mi è mai capitato di aiutare a partorire una donna nel vano sanitario dell’ambulanza o di veder morire un bambino. Per il resto, ho fronteggiato qualsiasi tipo di evento medico e traumatico, provando la gioia di essere stato utile, ma a volte un senso di impotenza. Non ricordo quanti arresti cardiaci, incidenti stradali, eventi neurologici, cadute, episodi violenti, tentativi di suicidio, ustioni o altri interventi abbia gestito insieme con il mio equipaggio, sovente supportati dall’auto medica, dai vigili del fuoco e dalle forze dell’ordine. 
Tutto questo mi mancherà, ne sono certo. Mi mancherà la chiamata della Centrale operativa che inviava il mio mezzo sul luogo dell’evento. Mi mancherà leggere la scheda del servizio, affrettarmi a mettermi alla guida dell’ambulanza e accendere i lampeggianti e le sirene se il codice era giallo o rosso. Mi mancherà sfrecciare sulle strade o le vie cittadine, velocemente ma in sicurezza, conscio che il tempo è il fattore determinante per salvare una persona che ha smesso di respirare o ha una grave emorragia. E consapevole, ahimè, che in Italia l’educazione civica latita, per cui è facile che un automobilista, incollato al telefonino o distratto dalla musica nell’auricolare, si accorga tardivamente dell’arrivo dell’ambulanza e anziché scostare e fermarsi, ti ostacoli. Per non parlare dei pedoni che attendono che l’ambulanza a sirene spiegate sia a pochi metri di distanza per attraversare la strada, così da mettere a dura prova il sangue freddo dell’autista. Mi mancherà intervenire per soccorrere chi è in difficoltà in strada – sotto la pioggia incessante o un sole che cuoce l’asfalto – o nelle abitazioni private, nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, presso gli impianti sportivi e nei luoghi ricreativi. Mi mancherà lavorare in squadra, con altri soccorritori, e condividere con loro la gioia di salvare una vita o il dispiacere di non esserci riuscito. Mi mancheranno le brave persone di ogni età con cui ho condiviso tutto questo e per le quali io ero Astor. Mi mancano quelli che hanno smesso prima di me e coi quali c’era affiatamento, e quelli che purtroppo sono “andati avanti”. Mi mancheranno i momenti meno epici e straordinari, che formano il tessuto della grande maglia del soccorso sanitario. I casi umani, gli invisibili, gli anziani con cui era bello parlare e i cui i ricordi fanno vibrare le corde del cuore. Mi mancheranno i miei partner abituali e le partite a calciobalilla, le discussioni calcistiche, i briefing, le check-list e i corsi di aggiornamento. 
Per contro, ci sono cose che non mi mancheranno. L’arroganza e la maleducazione, ad esempio, che è trasversale. Le attese estenuanti al Pronto Soccorso. E poi come è cambiato il soccorso da quando indossai per la prima volta la divisa arancione con le bande fosforescenti. Non serve che vi racconti com’era una volta, è sufficiente rimarcare che oggi le centrali operative, ossia i tecnici che ricevano le chiamate fatte al 112 e decidono se inviare un mezzo di soccorso, sono ligi alla cosiddetta “medicina difensiva”, concetto che tradotto in parole povere significa: l’ambulanza non si nega a nessuno, non si sa mai che qualcuno possa chiamarci in causa per negligenza. Perciò, è diventata una regola inviare l’ambulanza anche quando il passante segnala un ubriaco dormiente disteso su una panchina o un pusher nigeriano discute animatamente con un suo antagonista per ragioni territoriali, se una donna si è sbucciata il ginocchio o il solito furbetto che ha prenotato una visita in ospedale sceglie di approfittare del servizio pubblico gratuito anziché prendere il bus. Più volte ho avuto l’impressione di guidare il taxi anziché l’ambulanza, di essere preso in giro. Più volte ho sperimentato gli effetti negativi dell’immigrazione clandestina. Non mi mancheranno gli esagitati che ti sputano in faccia e prendono a calci e bastonate le ambulanze, né quelli che hanno sempre in bocca la parola “diritti” ma ignorano l’esistenza dei “doveri”. Non mi mancherà dover subire e mai reagire, salvo in rare occasioni, tipo bloccare un esagitato per dar man forte ai carabinieri. 
So che molti ricordi di questi diciassette anni resteranno sempre dentro di me, che sarò per sempre un buon samaritano, anche se non indosserò più la divisa arancione. Sono orgoglioso di quello che ho dato, senza compenso, senza aspettative, senza lamentarmi della fatica. Sono fiero di aver fatto parte di una grande famiglia, la Croce Azzurra, e di avere recitato la mia parte di volontario del soccorso senza illudermi di essere un eroe o un fenomeno ma solo uno dei tanti, certo di avere sempre agito lealmente e al meglio delle mie possibilità, mostrando sopra ogni altra cosa di essere una persona seria e affidabile. Ma tutto ha un principio e una fine. Panta rei! Quando ho iniziato questa avventura sapevo che un giorno sarebbe finita. Ho ponderato con serenità il momento del congedo. Lascio rallegrandomi di essere integro e di non avere mai avuto incidenti durante i servizi, con la soddisfazione di avere frequentato un’ottima scuola di vita. Ho imparato tantissimo, ho avuto maestri umili che mi hanno arricchito, smussando il mio carattere pur senza rinunciare alla mia indole sanguigna. Se i giovani sapessero quanta adrenalina scorre nei soccorritori, quanta umanità nobiliti la loro missione e a quale forziere di insegnamenti e valori si possa attingere a piene mani, non esiterebbero a diventare volontari del soccorso. Mi auguro non si spezzi mai il filo magico che garantisce la continuità. Il mio posto sarò preso da una nuova leva cui auguro di mettere nello zaino tutto ciò di cui avrà bisogno. Non intendo la sacca per la medicazione e quella della rianimazione, il saturimetro e le metalline. Mi riferisco ai presidi etici: l’umiltà, la pazienza, l’attenzione, la gentilezza, la forza, la competenza. C’è bisogno di entusiasmo sui mezzi della Croce Azzurra o di qualsiasi altra associazione di soccorso, di virgulti che imparino cos’è la vita, cos’è la morte, di epigoni del buon samaritano, capaci di usare la testa e soprattutto le mani per far rialzare chi è caduto. Perché dopo “amare”, il verbo “aiutare” è il più bello del vocabolario. 
E come disse Madre Teresa di Calcutta, “chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano”.