martedì 11 giugno 2019

L'orgoglio di essere stato un buon samaritano

Sono stato un buon samaritano, per diciassette anni. Sono salito per la prima volta in ambulanza il 23 gennaio 2003 e oggi ne sono disceso per l’ultima volta. Se mai salirò ancora su un’autolettiga sarà in veste di paziente, non di volontario del soccorso. Spero non accada mai. Ho fatto migliaia di interventi nel ruolo di capo-equipaggio e autista della Croce Azzurra di Como, per lo più in urgenza, per assolvere le chiamate del 118 (ora 112). Sono poche le emergenze sanitarie che io non abbia sperimentato. Non mi è mai capitato di aiutare a partorire una donna nel vano sanitario dell’ambulanza o di veder morire un bambino. Per il resto, ho fronteggiato qualsiasi tipo di evento medico e traumatico, provando la gioia di essere stato utile, ma a volte un senso di impotenza. Non ricordo quanti arresti cardiaci, incidenti stradali, eventi neurologici, cadute, episodi violenti, tentativi di suicidio, ustioni o altri interventi abbia gestito insieme con il mio equipaggio, sovente supportati dall’auto medica, dai vigili del fuoco e dalle forze dell’ordine. 
Tutto questo mi mancherà, ne sono certo. Mi mancherà la chiamata della Centrale operativa che inviava il mio mezzo sul luogo dell’evento. Mi mancherà leggere la scheda del servizio, affrettarmi a mettermi alla guida dell’ambulanza e accendere i lampeggianti e le sirene se il codice era giallo o rosso. Mi mancherà sfrecciare sulle strade o le vie cittadine, velocemente ma in sicurezza, conscio che il tempo è il fattore determinante per salvare una persona che ha smesso di respirare o ha una grave emorragia. E consapevole, ahimè, che in Italia l’educazione civica latita, per cui è facile che un automobilista, incollato al telefonino o distratto dalla musica nell’auricolare, si accorga tardivamente dell’arrivo dell’ambulanza e anziché scostare e fermarsi, ti ostacoli. Per non parlare dei pedoni che attendono che l’ambulanza a sirene spiegate sia a pochi metri di distanza per attraversare la strada, così da mettere a dura prova il sangue freddo dell’autista. Mi mancherà intervenire per soccorrere chi è in difficoltà in strada – sotto la pioggia incessante o un sole che cuoce l’asfalto – o nelle abitazioni private, nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, presso gli impianti sportivi e nei luoghi ricreativi. Mi mancherà lavorare in squadra, con altri soccorritori, e condividere con loro la gioia di salvare una vita o il dispiacere di non esserci riuscito. Mi mancheranno le brave persone di ogni età con cui ho condiviso tutto questo e per le quali io ero Astor. Mi mancano quelli che hanno smesso prima di me e coi quali c’era affiatamento, e quelli che purtroppo sono “andati avanti”. Mi mancheranno i momenti meno epici e straordinari, che formano il tessuto della grande maglia del soccorso sanitario. I casi umani, gli invisibili, gli anziani con cui era bello parlare e i cui i ricordi fanno vibrare le corde del cuore. Mi mancheranno i miei partner abituali e le partite a calciobalilla, le discussioni calcistiche, i briefing, le check-list e i corsi di aggiornamento. 
Per contro, ci sono cose che non mi mancheranno. L’arroganza e la maleducazione, ad esempio, che è trasversale. Le attese estenuanti al Pronto Soccorso. E poi come è cambiato il soccorso da quando indossai per la prima volta la divisa arancione con le bande fosforescenti. Non serve che vi racconti com’era una volta, è sufficiente rimarcare che oggi le centrali operative, ossia i tecnici che ricevano le chiamate fatte al 112 e decidono se inviare un mezzo di soccorso, sono ligi alla cosiddetta “medicina difensiva”, concetto che tradotto in parole povere significa: l’ambulanza non si nega a nessuno, non si sa mai che qualcuno possa chiamarci in causa per negligenza. Perciò, è diventata una regola inviare l’ambulanza anche quando il passante segnala un ubriaco dormiente disteso su una panchina o un pusher nigeriano discute animatamente con un suo antagonista per ragioni territoriali, se una donna si è sbucciata il ginocchio o il solito furbetto che ha prenotato una visita in ospedale sceglie di approfittare del servizio pubblico gratuito anziché prendere il bus. Più volte ho avuto l’impressione di guidare il taxi anziché l’ambulanza, di essere preso in giro. Più volte ho sperimentato gli effetti negativi dell’immigrazione clandestina. Non mi mancheranno gli esagitati che ti sputano in faccia e prendono a calci e bastonate le ambulanze, né quelli che hanno sempre in bocca la parola “diritti” ma ignorano l’esistenza dei “doveri”. Non mi mancherà dover subire e mai reagire, salvo in rare occasioni, tipo bloccare un esagitato per dar man forte ai carabinieri. 
So che molti ricordi di questi diciassette anni resteranno sempre dentro di me, che sarò per sempre un buon samaritano, anche se non indosserò più la divisa arancione. Sono orgoglioso di quello che ho dato, senza compenso, senza aspettative, senza lamentarmi della fatica. Sono fiero di aver fatto parte di una grande famiglia, la Croce Azzurra, e di avere recitato la mia parte di volontario del soccorso senza illudermi di essere un eroe o un fenomeno ma solo uno dei tanti, certo di avere sempre agito lealmente e al meglio delle mie possibilità, mostrando sopra ogni altra cosa di essere una persona seria e affidabile. Ma tutto ha un principio e una fine. Panta rei! Quando ho iniziato questa avventura sapevo che un giorno sarebbe finita. Ho ponderato con serenità il momento del congedo. Lascio rallegrandomi di essere integro e di non avere mai avuto incidenti durante i servizi, con la soddisfazione di avere frequentato un’ottima scuola di vita. Ho imparato tantissimo, ho avuto maestri umili che mi hanno arricchito, smussando il mio carattere pur senza rinunciare alla mia indole sanguigna. Se i giovani sapessero quanta adrenalina scorre nei soccorritori, quanta umanità nobiliti la loro missione e a quale forziere di insegnamenti e valori si possa attingere a piene mani, non esiterebbero a diventare volontari del soccorso. Mi auguro non si spezzi mai il filo magico che garantisce la continuità. Il mio posto sarò preso da una nuova leva cui auguro di mettere nello zaino tutto ciò di cui avrà bisogno. Non intendo la sacca per la medicazione e quella della rianimazione, il saturimetro e le metalline. Mi riferisco ai presidi etici: l’umiltà, la pazienza, l’attenzione, la gentilezza, la forza, la competenza. C’è bisogno di entusiasmo sui mezzi della Croce Azzurra o di qualsiasi altra associazione di soccorso, di virgulti che imparino cos’è la vita, cos’è la morte, di epigoni del buon samaritano, capaci di usare la testa e soprattutto le mani per far rialzare chi è caduto. Perché dopo “amare”, il verbo “aiutare” è il più bello del vocabolario. 
E come disse Madre Teresa di Calcutta, “chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano”.