martedì 2 luglio 2019

Fatta l'Italia, bisognerebbe fare gli Italiani

Ieri ho presentato Le infinite ragioni a Torino, nel bellissimo Palazzo Graneri della Roccia, dove ha sede lo storico Circolo dei Lettori, più precisamente nella Sala Gioco, un tempo dedicata al gioco delle carte e al biliardo. L’ambiente è suggestivo, carico di ricordi sabaudi, e la fantasia mi ha fatto immaginare gli illustri personaggi della Torino risorgimentale riuniti in quelle stanze, su tutti il conte di Cavour. Un assiduo frequentatore era il marchese Massimo D’Azeglio, scrittore, politico e patriota cui viene attribuita la famosa frase: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Sembra certo che l’abbia realmente pronunciata nel 1861, quando il Regno d’Italia era finalmente una realtà ma occorreva prodigarsi affinché gli italiani superassero i limiti imposti dai vissuti storici e dalle differenze territoriali. D’Azeglio auspicò che gli italiani accettassero il rinnovamento e l’unità, fossero più “virili” e orgogliosi di appartenere a una nazione che era nuova dal punto di vista politico pur vantando radici antiche. 
Poco prima che iniziasse la mia presentazione, ho sbirciato le ultime notizie di cronaca sul telefonino e ho pensato “non ce la possiamo fare”. Ho immaginato che il povero D’Azeglio avrebbe allargato le braccia e scosso la testa, incredulo e avvilito di fronte a una realtà amara come il fiele: gli italiani non esistono, sono ancora da fare. O meglio, esistono ma sono divisi come ai tempi dei Savoia, degli Asburgo e dei Borboni. Di più, sono rissosi e faziosi come lo erano i guelfi e i ghibellini. Mai come in questo momento, infatti, l’identità e la fierezza nazionale sono concetti astratti, costituiscono un’utopia. Gli ultimi episodi legati all’immigrazione clandestina via mare, ormai trasformatasi in una guerra fra lo Stato italiano e le ong, queste ultime fiancheggiate dal folto gruppo degli speculatori, dalla Sinistra, dal Vaticano e dalle nazioni straniere che hanno interesse a destabilizzarci, hanno mostrato ancora una volta che tanti, troppi italiani non amano il proprio Paese. Per fortuna. questi sono una minoranza (prepotente e miope) come hanno sancito le urne elettorali e poi i vari sondaggi. In un’Italia dove l’odio politico, l’invidia e la malafede inficiano il buon senso e ostacolano chi governa, è praticamente impossibile tutelare l’interesse nazionale e perseguire il bene comune. Il che, invece, avviene nel resto dell’Europa. Francesi e tedeschi, tanto per citare i popoli coi quali è giusto confrontarci, sanno superare i contrasti interni quando sono in gioco la dignità e l’onore, il prestigio e l’interesse nazionale. Sono nazioni che predicano bene e razzolano male quando si parla di Europa ma sanno come difendere i propri confini, far rispettare le proprie leggi, mantenere alta l’autostima e la fiducia dei propri cittadini. Noi no. Noi non sappiamo fare quadrato, “stringerci a coorte” come predica l’Inno di Mameli. Noi siamo i campioni del mondo dell’ipocrisia, i primatisti della riottosità e i traditori della patria per antonomasia. D’altra parte, Marco Bruto era italiano. 
Il caso della Seawatch 3 è paradigmatico. Ogni altra nazione, persino il Lussemburgo se fosse bagnato dal mare, avrebbe preteso e ottenuto il rispetto delle proprie leggi e nessun’altra nazione gli si sarebbe scagliata contro. Succede, invece, che il comportamento dell’Italia, sacrosanto per quanto possa non piacere ad alcuni, provochi uno tsunami, feroci attacchi intestini e ricatti da parte dell’Europa. Forse ai più non è chiaro che siamo in guerra. Non contro i poveri cristi che affollano i barconi e vengono usati per fini politici ed economici dai trafficanti di schiavi, forti della benedizione del Papa, del sostegno di Soros e del placet dei plutocrati europei che auspicano un’Italia devastata come ai tempi del sacco di Roma. Siamo in guerra contro i tanti nemici dell’Italia e gli infingardi. Quello che mi infuria non è il gioco sporco dei burattinai internazionali che ci vogliono succubi, deboli, malleabili, ma l’assurda, vergognosa pantomima dei decerebrati di casa nostra che pensano che essere di sinistra significhi rendere ingovernabile il paese, minarlo dall’interno, fare tabula rasa dei valori portanti, dell’ordine, dell’armonia nazionale. È paradossale che i decorticati che dovrebbero schierarsi con il popolo odino il popolo. Meno paradossale è che il popolo abbia voltato loro le spalle. Da tempo, i sinistroidi hanno rinnegato il vero socialismo e i suoi ideali, tuttavia hanno imparato l’arte di flirtare con le banche, con la Chiesa, con i Magnati. Appare ancora più paradossale che continuino a sventolare la bandiera lacera dell’antifascismo. Oh, certo, il fascismo esiste ancora. Peccato che i nuovi fascisti non stiano sulla riva destra bensì a gauche. I cosiddetti antifascisti fanno come il lupo che grida “al lupo” per spaventare e confondere le pecore. Suvvia, sarebbe ora di archiviare il fascismo storico, è defunto settantaquattro anni fa e i suoi fantasmi sono innocui. Preoccupiamoci piuttosto del nuovo fascismo che nutre la forma mentis di chi, non accettando le sconfitte politiche, demonizza l’avversario e quindi ordisce, minaccia, insulta, impiega i mass media e la magistratura come potenti macchine da guerra per invalidare la volontà popolare. I veri fascisti sono quelli che vogliono impiccare Salvini, non quelli che rimpiangono il Duce. I veri fascisti sono quelli che sfogano la propria rabbia sociale sfasciando tutto quello che trovano sulla loro strada. I fascisti del XXI secolo sono i miserabili che pur di realizzare i propri disegni non esitano a schierarsi coi nemici della patria, rinnegano i principi della democrazia di cui si vantano a torto d’essere i depositari, alimentano un clima da guerra civile e ricorrono a metodi fraudolenti. Io credo che costoro non siano italiani veri. Gli antenati, caduti sui campi di battaglia della prima e della seconda guerra mondiale, si vergognerebbero di loro e li inviterebbero a rinunciare alla nazionalità italiana. 
Ahinoi, se D’Azeglio fosse spettatore di quel che sta accadendo nel Bel Paese, sottoposto al tiro mirato dei cecchini europei e insieme al fuoco amico, proverebbe una tristezza infinita e si chiederebbe se è valsa la pena creare una nazione che continua ad essere divisa perché i suoi cittadini non sanno fare altro che litigare. Condivido questa tristezza. Scusate l’esternazione, dipende dal clima che ho respirato in una città, un palazzo dove i galantuomini costruirono l’Italia, illudendosi che fare gli italiani sarebbe stato un compito ragionevole. Non potevano prevedere che si sarebbe rivelata una missione impossibile, giacché gli italiani non sono fratelli ma al massimo cugini di secondo grado cui piace farsi del male.
Bisognerebbe rifarli gli italiani, da capo. Già, ma come si fa? 
Al momento, non ci resta che condividere lo sconfortante invito di Giacomo Leopardi: “Piangi, che ben hai donde, Italia mia.”

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