giovedì 12 marzo 2020

Il Coronavirus è lo specchio dei tempi

Viviamo in una società che ha rinnegato l’umanesimo in nome dei falsi miti e dell’avidità. Abbiamo rinunciato a rispettare la natura, noi stessi e gli altri. Ci rifiutiamo di ragionare, capire, agire secondo i dettami del buon senso e della bontà, quella vera. Preferiamo correre senza freni, urlare, agitarci come se fossimo stati fulminati, prevaricare il prossimo, amplificare le cose, esaltare il vuoto, santificare il nulla attraverso i riti quotidiani di cui siamo schiavi. 
Ed ecco che in questo epocale 2020, ex abrupto, ci ritroviamo a gestire una maxi-emergenza che ci stordisce, un fattore imponderabile che mette a nudo la nostra stupidità, il nostro egoismo, la nostra vulnerabilità. Il Coronavirus non è un infortunio accidentale, è lo specchio dei tempi. È sacrosanto preoccuparci e reagire adeguatamente di fronte a una virosi respiratoria che la globalizzazione può far deflagrare. Concordo con i provvedimenti draconiani, le rinunce e i sacrifici. Dobbiamo fare di necessità virtù perché la situazione è seria, anzi grave. Quello che non condivido, e che purtroppo riflette i tempi, è la nostra ritrosia ad attingere al passato per comprendere e prevedere, per evitare il caos e i comportamenti irrazionali. Mi spiego meglio. Negli ultimi cento anni abbiamo avuto quattro fenomeni pandemici, il Coronavirus è il quinto. Nel 1918-19, l’Influenza “Spagnola” colpì 1/3 degli abitanti del pianeta e provocò la morte di oltre 50 milioni di persone. Nel 1957, l’Influenza “Asiatica” colpì tutto il mondo e provocò la morte di oltre un milione di persone. Nel 1969 la Influenza di “Hong Kong” causò un milione di decessi. In Italia morirono 20.000 persone. Infine, nel 2009 toccò all’Influenza “Suina” spaventare il genere umano. Il numero dei decessi non è ancora stato calcolato ma si stima che potrebbero essere 400.000. Orbene, mi chiedo: ma questi drammatici precedenti non ci hanno insegnato nulla? 
Al momento, il Covid-19 è ben lontano dalle statistiche delle precedenti pandemie, eppure si ha sentore che possa avere una escalation tale da renderlo degno della peste nera del Trecento e delle varie epidemie di colera succedutesi nei secoli. È impossibile prevederne lo sviluppo ma una cosa è certa, la si deduce dalla risposta lenta e confusa che il consorzio umano sta offrendo al virus: la nostra percezione della realtà è in parte compromessa. Così come la nostra attitudine a innescare le difese immunitarie, non intendo la complessa rete integrata di mediatori chimici e cellulari che difende l’organismo da attacchi esterni alla sua integrità, bensì lo scudo più efficace che l’universo ci abbia donato: l’intelligenza. I tempi in cui viviamo hanno abolito la virtus, per contro esaltano la forza, la furbizia, il denaro, l’apparenza, l’inconsistenza. Per questa ragione, la lotta per la sopravvivenza sarà dura e l’esito incerto. A rendere aleatorio il futuro non è il virus ma la nostra difficoltà di ritornare umani al più presto, di seguire l'esempio dei nostri nonni.
Rendiamoci conto che abbiamo la facoltà di cambiare i tempi disumani di cui siamo gli irresponsabili fautori, ma dobbiamo sbrigarci.

Nessun commento:

Posta un commento