giovedì 26 marzo 2020

Il giornalismo ha perso una grande occasione

Temo che il giornalismo italiano abbia toccato il fondo. Quanto meno me lo auguro, perché in caso contrario, qualora scivolasse ancora più in basso, rischierebbe il suicidio per manifesto esaurimento dell’istinto di sopravvivenza. Stiamo vivendo un momento unico e cruciale, la storia tout court, e come è sempre accaduto nel passato, il salto dall’ordinario allo straordinario offre ai giornalisti l’occasione, magari attesa per tutta la vita, di uscire dal coro, brillare di luce propria e mostrare il proprio valore. Non è forse vero che a fare grandi i giornalisti sono i grandi avvenimenti? Quanti giornalisti hanno gettato le fondamenta di una luminosa carriera raccontandoci le guerre, le crisi mondiali, gli eventi catastrofici, le trasformazioni della società, in una parola i fatti che hanno costituito uno spartiacque epocale? Quanti hanno sublimato la cronaca con originalità, incisività, onestà morale? Mi vengono in mente alcuni di questi giganti… Mario Missiroli, Luigi Barzini, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Giorgio Terzani, Giovanni Spadolini, Gianni Brera, Oriana Fallaci. Giganti, per l’appunto, soprattutto se li confrontiamo coi nani di oggi. Già, perché i giornalisti contemporanei sono poca cosa. Alcuni sanno scrivere, anche discretamente bene, ma non è questo il punto. 
Il problema, amici miei, è che non sono all’altezza del loro compito, che è informare e non pontificare o fare la ruota come i pavoni. Il modo in cui stanno trattando l’emergenza Covid-19 è paradigmatico. Salvo poche eccezioni, gli scribacchini odierni stanno mostrando la loro mediocrità, insipienza e malafede. Intanto, non ci dicono la verità. “Non tutti i giornalisti mentono” scriveva qualche anno fa Gianpaolo Pansa “ma una parte di noi, in epoche diverse, ha sempre mentito. Abbiamo mentito per conto del padrone del giornale, soprattutto quando l’interesse numero uno del padrone non era quello di vendere notizie. Abbiamo mentito per riguardo al potere politico dominante. Abbiamo mentito per favorire l’opposizione”. Se fosse ancora in vita, forse Pansa aggiornerebbe il suo autodafè con queste parole “oggi mentiamo perché siamo la cassa di risonanza di chi alimenta l’insicurezza”. In effetti, se ci pensate, la tastiera di un computer o il messaggio diffuso negli studi televisivi durante le maratone dedicate al Coronavirus sono armi improprie. Anche all’epoca del contagio i nostri pennivendoli non vengono meno alla loro vocazione di comportarsi come Arlecchino servitore di due padroni. “Chi di voi vorrà fare il giornalista si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore”, ammoniva Montanelli rivolgendosi agli aspiranti maghi. Beh, dimentichiamoci dei lettori, i padroni sono il datore di lavoro che impone le linee editoriali e il Grande Fratello che controlla dall’alto (non quello che imperversa in televisione ma quello di orwelliana memoria). Chi sia oggi questo Grande Fratello non importa; fate vobis, che tanto a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. Ora, fateci caso, qual è la lezione sul giornalismo italiano che l’emergenza sanitaria ci sta impartendo? Ci sta dicendo che i giornalisti campano sulla paura e l’alimentano con una sorta di odiosa compiacenza. Lo pensava già quella buonanima pessimista di Schopenhauer, il quale sosteneva che “tutti i giornalisti sono per via del mestiere che fanno, degli allarmisti. È il loro modo di rendersi interessanti. Essi somigliano in ciò a dei botoli che, appena sentono un rumore, si mettono ad abbaiare forte. Bisogna perciò badare ai loro squilli d’allarme solo quel tanto che non guasti la digestione”. Nulla di nuovo sotto il sole, mi pare. 
Riflettete, fino a ieri la maggior parte dei nostri giornalisti suonavano il corno per avvertirci che il fascismo era alle porte e uscire dall’Europa una tragedia, oggi ci spaventano annunciando l’apocalisse con toni isterici. Quando l’emergenza Covid-19 sarà finita, e finirà perché panta rei, si inventeranno una nuova minaccia perché non possono fare a meno di diffondere la paura. Seconda lezione: la superficialità e inconsistenza, per non dire l’ignoranza dei giornalisti sta affiorando in tutto il suo splendore. Non si è mai vista così tanta disinformazione o informazione di parte. Anche in un momento come questo, i servi sciocchi si preoccupano di non dispiacere al governo e alle forze politiche egemoni. E poi, le sentite le anatre come pasturano e starnazzano negli studi televisivi, quante volte si contraddicono e quali domande ridicole e scontate facciano durante le conferenze stampa? Lo vedete come sono vanitosi, ripetitivi, confusi e impreparati, ma pur sempre pieni di sé? Li osservate con quanta accortezza sparano colpi a salve consapevoli che cane non morde cane? Ho sempre pensato che i giornalisti (lo ripeto, salvo quei pochi che hanno coraggio e buona fede) sono come i camaleonti, cioè abilissimi trasformisti che si nutrono d’aria. In più possiedono il talento raro di disegnare nell’aria anelli di fumo. Parafrasando Leo Longanesi, si può affermare che “un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa”. È la sua specialità. Perciò non dovrei scandalizzarmi per le corbellerie che scrivono e dicono da quando è scoppiata la pandemia, per come interpretano artatamente i dati, per la faccia tosta con cui hanno il coraggio di professarsi depositari della verità, mentre sono solo un megafono inutile e noioso. Avevano la possibilità di riscattarsi grazie al Coronavirus, di raccontare in bello stile l’Italia che soffre e resiste, preferiscono sguazzare nella pozzanghera, senza vergognarsi del cattivo servizio che rendono alla nazione. 
Ahinoi, l’isolamento al quale sono costretto insieme con milioni di italiani mi ha portato a leggere troppi articoli e vedere troppi notiziari e trasmissioni televisive monotematiche, il che mi ha provocato il reflusso gastrico. Non sarebbe accaduto se a raccontarci il Coronavirus fossero stati i giganti che ho citato. Ragion per cui, da oggi mi limiterò all’essenziale, privilegiando la lettura delle notizie sulle maggiori testate in lingua inglese e francese. Non perché io reputi i giornalisti anglosassoni e d’oltralpe migliori dei nostri; è che si concentrano sulla notizia e non fanno i protagonisti. 
E pensare che da giovane, quando iniziai gli studi universitari umanistici, per un attimo mi balenò l’idea di fare il giornalista. Il direttore del quotidiano presso il quale avrei iniziato l’apprendistato mi dissuase con queste parole che non ho mai dimenticato: “il giornalista deve fare tanti sacrifici e il più difficile è rinunciare alla sua libertà. Sei pronto?” No, non ero pronto. Non lo sarei mai stato e fortunatamente non ho mai portato il basto nella mia vita.

Nessun commento:

Posta un commento